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PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

venerdì 5 giugno 2026

MARJANE SATRAPI, LA MEMORIA NERA E LUMINOSA DI PERSEPOLIS (2026)


 

Persepolis è per me molto più di un libro amato: è una grande passione, una di quelle opere che non si limitano a essere lette o viste, ma continuano a lavorare dentro come una memoria ricevuta in prestito. L’ho sempre considerata una creazione rara, capace di unire la forza della testimonianza, la purezza del disegno, la profondità politica e una struggente educazione alla libertà. Per questo la morte di Marjane Satrapi mi colpisce non solo come notizia, ma come perdita quasi intima: scompare l’autrice di un’opera che ha cambiato il modo di guardare l’Iran, l’esilio, l’infanzia e la resistenza morale. La morte di Satrapi, annunciata il 4 giugno 2026, non chiude soltanto una biografia artistica: riapre con la forza sobria delle grandi opere: Persepolis, il libro da cui tutto è cominciato per milioni di lettori nel mondo. In quelle pagine in bianco e nero, apparentemente semplici e quasi infantili nella purezza del segno, Satrapi aveva compiuto un’operazione rara: trasformare la storia dell’Iran contemporaneo in racconto intimo, la tragedia politica in memoria familiare, la repressione in linguaggio universale. Persepolis non è soltanto una graphic novel autobiografica. È un atlante morale del Novecento visto dagli occhi di una bambina che cresce fra rivoluzione, guerra, dogma religioso, esilio e desiderio ostinato di libertà. Nata in Iran, cresciuta in una famiglia politicamente consapevole e culturalmente libera, Satrapi ha raccontato la rivoluzione islamica non come la raccontano i manuali, ma come la percepisce un corpo giovane: attraverso i divieti, le paure domestiche, le conversazioni ascoltate dagli adulti, le assenze, i lutti, le contraddizioni. Il suo genio sta proprio qui: non spiegare l’Iran dall’alto, ma farlo sentire dal basso, dentro la casa, dentro la scuola, dentro il velo imposto, dentro lo sguardo di una ragazza che non vuole diventare il simbolo di nulla e proprio per questo diventa simbolo di moltissimo. Persepolis è un’opera politica, ma non propagandistica. È femminile senza essere riducibile a manifesto di genere. È iraniana, ma mai prigioniera dell’esotismo occidentale. È autobiografica, ma non narcisistica. Satrapi racconta sé stessa perché attraverso di sé passa una frattura storica: l’infanzia sotto lo Scià, la promessa rivoluzionaria, la deriva teocratica, la guerra Iran-Iraq, la sorveglianza dei costumi, il controllo dei corpi, la lacerazione dell’esilio. Ogni vignetta sembra dire che la Storia non abita soltanto nei palazzi del potere: entra nelle cucine, nei cortili, nei vestiti, nelle canzoni proibite, nei dischi nascosti, nelle frasi sussurrate. La scelta del bianco e nero è decisiva. Non è povertà grafica, ma disciplina morale. Satrapi elimina il superfluo per lasciare solo l’essenziale: il volto, il gesto, la paura, l’ironia, la ribellione. Il nero non è soltanto ombra; è censura, lutto, autorità, notte politica. Il bianco non è innocenza; è spazio di respiro, memoria, pagina ancora possibile. In questo contrasto netto, quasi arcaico, Persepolis trova la sua potenza: non cerca il realismo fotografico, ma una verità più radicale, quella delle immagini che restano impresse perché sembrano già appartenere alla memoria collettiva. Proprio per questo il passaggio dal libro al cinema d’animazione non fu un semplice adattamento, ma una seconda nascita dell’opera. Satrapi, insieme a Vincent Paronnaud, comprese che Persepolis non poteva diventare un film realistico senza perdere qualcosa della propria essenza. Un film con attori avrebbe forse reso più concreta la vicenda, ma anche più circoscritta, più esposta al rischio dell’illustrazione storica o dell’esotismo. L’animazione, invece, permetteva di conservare la natura originaria del racconto: memoria filtrata, essenziale, simbolica. Non si trattava di mettere in scena l’Iran come scenario, ma di far muovere sulla pagina mentale dello spettatore un’infanzia ferita dalla Storia. Il film del 2007 mantiene il bianco e nero della graphic novel e lo trasforma in tempo, voce, musica, respiro. La tavola disegnata diventa sequenza; la vignetta diventa movimento; il ricordo diventa montaggio. Il passaggio dal fumetto all’animazione non cancella la severità del tratto, ma la prolunga. Le figure restano nitide, quasi spoglie, lontane da ogni virtuosismo spettacolare. E proprio questa sobrietà produce una forza emotiva maggiore: lo spettatore non viene distratto dalla ricchezza del colore o dalla ricostruzione scenografica, ma costretto a guardare l’essenziale: la paura, la famiglia, l’adolescenza, la fuga, l’ironia, la vergogna dell’esule, la nostalgia della casa perduta. Il cinema aggiunge però ciò che il libro non poteva avere: la voce. Nel film la memoria non è soltanto disegnata, ma narrata, respirata, ascoltata. La protagonista adulta guarda la bambina che è stata con una distanza insieme tenera e dolorosa. Il racconto acquista così una dimensione quasi confessionale: non più soltanto autobiografia grafica, ma autobiografia sonora. La musica, i silenzi, il ritmo delle scene fanno emergere ciò che nel libro restava sospeso fra una vignetta e l’altra. Il cinema non tradisce il fumetto; ne abita gli spazi bianchi. Il successo internazionale del film confermò la natura universale di Persepolis. Presentato a Cannes, dove ottenne il Premio della Giuria, e poi candidato all’Oscar come miglior film d’animazione, il lavoro di Satrapi dimostrò che l’animazione poteva affrontare la Storia, la repressione politica, l’esilio e la formazione di una coscienza senza diventare né didascalia né favola. Era un film adulto non perché rinunciasse alla semplicità del disegno, ma perché quella semplicità diventava una forma di pudore. Come nel libro, anche nel film il dolore non viene mai esibito: viene inciso. Uno degli aspetti più moderni dell’opera è la sua capacità di sottrarsi alle semplificazioni. Satrapi non consegna al lettore e allo spettatore un Iran monolitico, non oppone banalmente Oriente e Occidente, religione e libertà, tradizione e modernità. Mostra invece un Paese complesso, ferito, colto, ironico, attraversato da passioni politiche e da contraddizioni profonde. Mostra anche un’Europa non sempre accogliente, talvolta fredda, incapace di comprendere davvero la solitudine dell’esule. L’esilio, in Persepolis, non è una semplice salvezza: è una seconda frattura. Si fugge da un’oppressione, ma non si arriva automaticamente alla pace. Si perde una lingua, una casa, un’appartenenza. Si diventa liberi e insieme sradicati. Per questo Persepolis ha parlato a generazioni diverse. Chi cercava una testimonianza sull’Iran vi ha trovato molto di più: una meditazione sull’identità. Chi cercava una storia femminile vi ha trovato una critica più ampia a ogni potere che pretende di disciplinare la vita. Chi pensava al fumetto come forma minore ha dovuto riconoscere che la graphic novel poteva raggiungere una densità narrativa, storica e poetica pari a quella del romanzo e del cinema. E chi guardava all’animazione come a un linguaggio prevalentemente infantile ha dovuto accettare che proprio l’animazione, liberata dall’obbligo del realismo, potesse dire la verità con una precisione ancora più feroce. Satrapi è stata anche una voce libera perché non si è lasciata addomesticare. Ha criticato il regime iraniano, ma ha diffidato delle ipocrisie occidentali. Ha difeso le donne iraniane, ma senza trasformarle in figure passive bisognose di essere salvate dall’esterno. Ha raccontato la repressione, ma anche la vitalità, l’ironia, la cultura e la dignità di chi resiste. Le sue opere successive e il suo impegno accanto al grido “Donna, vita, libertà” confermavano questa fedeltà: l’arte non come ornamento della politica, ma come sua coscienza inquieta. Oggi, davanti alla sua morte, Persepolis torna a essere necessario. Non come omaggio rituale, ma come libro da riaprire e come film da rivedere. Perché dentro quelle pagine e dentro quelle immagini in movimento c’è una lezione ancora attuale: i regimi possono imporre uniformi, silenzi, paure, ma non riescono mai del tutto a governare la memoria. Possono controllare i corpi, ma non sempre l’immaginazione. Possono riscrivere la storia ufficiale, ma non cancellare le storie private quando qualcuno trova il coraggio di raccontarle. Marjane Satrapi ci lascia un’opera che somiglia a una ferita disegnata con mano ferma. Persepolis resta il suo capolavoro perché unisce ciò che raramente convive: semplicità e profondità, dolore e humour, infanzia e tragedia, politica e tenerezza. Dal libro al film, dal segno immobile all’immagine animata, la sua opera non ha cambiato natura: ha soltanto trovato un altro modo di respirare. Il nero resta nero, il bianco resta bianco, ma tra i due comincia a scorrere il tempo. E in quel tempo, ancora oggi, una bambina iraniana continua a guardare il mondo con occhi ostinati, feriti, liberi.