RASSEGNA STAMPA S.

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PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

mercoledì 4 febbraio 2026

NELLA POSSIBILE GUERRA TRA STATI UNITI E IRAN C’È IL DILEMMA: LA REAZIONE DEL MONDO ARABO


Una guerra diretta tra Stati Uniti e Iran non sarebbe percepita nel mondo arabo e mediorientale come un semplice confronto bilaterale. Al contrario verrebbe vissuta come un evento capace di rimettere in discussione equilibri già fragili e di proiettare l’intera regione in una fase di instabilità prolungata. In Medio Oriente ogni conflitto si riverbera su alleanze, economie, fratture religiose e dinamiche sociali che attraversano i confini statali. La reazione iniziale dei governi arabi sarebbe dominata da una profonda preoccupazione. Anche i Paesi che vedono Teheran come un rivale strategico, a partire dall’Arabia Saudita, non hanno alcun interesse in una guerra aperta tra Washington e l’Iran. Negli ultimi anni le monarchie del Golfo hanno spostato la loro priorità dalla competizione ideologica e militare alla stabilità economica, agli investimenti e alla diversificazione post-petrolifera. Un conflitto regionale metterebbe a rischio rotte energetiche vitali, attrattività finanziaria e sicurezza interna, esponendo infrastrutture strategiche a ritorsioni dirette o indirette. Per questo la reazione ufficiale dei Paesi del Golfo sarebbe con ogni probabilità improntata a una neutralità prudente: dichiarazioni di preoccupazione, appelli alla de-escalation e tentativi discreti di mediazione. Anche laddove esistono solide relazioni militari con gli Stati Uniti, difficilmente questi Paesi accetterebbero di essere percepiti come piattaforme operative per attacchi contro l’Iran, consapevoli che ciò li trasformerebbe in bersagli. Una posizione analoga emergerebbe in Paesi chiave come l’Egitto, che vedrebbero in una guerra USA-Iran un fattore di destabilizzazione economica e politica. L’Egitto, già alle prese con fragilità strutturali e pressioni sociali, subirebbe come effetti indiretti del conflitto un aumento dei prezzi energetici, tensioni sulle rotte commerciali e ulteriore instabilità regionale. Il quadro cambia parzialmente osservando le opinioni pubbliche. In ampi settori del mondo arabo una guerra contro l’Iran non verrebbe automaticamente interpretata come una battaglia contro un nemico. L’Iran non gode di una simpatia diffusa, ma è spesso percepito come un attore che resiste all’egemonia statunitense e israeliana. In questo senso l’ostilità verso gli Stati Uniti potrebbe prevalere su quella verso Teheran, soprattutto se il conflitto fosse presentato come un’iniziativa militare unilaterale americana. Tuttavia, questa simpatia sarebbe fragile e contraddittoria. Le popolazioni arabe sono profondamente consapevoli dei costi umani ed economici delle guerre regionali. Il timore che un conflitto tra Stati Uniti e Iran si trasformi rapidamente in una guerra allargata con bombardamenti, crisi energetiche e nuovi flussi di profughi alimenterebbe un diffuso sentimento di angoscia. Un elemento centrale della reazione mediorientale sarebbe il ruolo degli attori non statali. Una guerra diretta tra Washington e Teheran difficilmente rimarrebbe confinata ai due Stati. Organizzazioni come Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq e Siria, o gli Houthi nello Yemen, potrebbero sentirsi chiamate in causa, trasformando il conflitto in una costellazione di scontri indiretti. Questo scenario rappresenta l’incubo strategico di molti governi arabi: una guerra frammentata, lunga e incontrollabile, combattuta per procura sul loro stesso territorio o nelle loro immediate vicinanze. Sul piano economico le reazioni sarebbero rapide e allarmate. Il Medio Oriente resta il cuore del sistema energetico globale e una guerra che coinvolga l’Iran metterebbe sotto pressione snodi fondamentali come lo Stretto di Hormuz. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas, unito all’insicurezza delle rotte marittime, colpirebbe in modo diretto anche le economie arabe, molte delle quali dipendono dalla stabilità dei flussi commerciali. Infine il conflitto verrebbe letto nel mondo arabo come un segnale di ridefinizione dell’ordine internazionale. Attori come la Cina e la Russia sarebbero considerati come possibili beneficiari indiretti di una guerra di logoramento della presenza americana nella regione. Questa lettura rafforzerebbe in alcuni ambienti politici e intellettuali arabi l’idea di un mondo sempre più multipolare in cui l’egemonia statunitense appare meno solida di un tempo. In conclusione una guerra tra Stati Uniti e Iran non troverebbe nel mondo arabo un fronte compatto, né di sostegno né di opposizione. Prevarrebbe una miscela di paura, calcolo e ambivalenza. I governi cercherebbero di restare ai margini, le popolazioni oscillerebbero tra diffidenza verso Washington e timore per il caos, mentre l’intera regione si preparerebbe a gestire l’ennesima crisi generata da uno scontro che, pur nascendo altrove, finirebbe inevitabilmente per attraversarla. Roberto Rapaccini