Il contesto gravemente conflittuale che stiamo attraversando nel 2026 non ha bisogno di una dichiarazione formale per essere totale. Se osserviamo oggi lo scacchiere del Golfo, ci rendiamo conto che non siamo affatto in un dopoguerra, quanto piuttosto in una soglia permanente, una condizione in cui la stabilità è diventata un reperto del secolo scorso e il rischio è l'unico parametro certo. Il prezzo del petrolio, che oscilla stancamente intorno ai novanta dollari, non ci racconta più la vecchia storia della domanda e dell'offerta, ma ci parla di una "tassa geopolitica" strutturale che i mercati hanno ormai metabolizzato. Lo Stretto di Hormuz non è stato chiuso — un atto che avrebbe innescato l'apocalisse economica — ma è stato trasformato in una zona grigia di interdizione ibrida, dove il transito delle merci è diventato un esercizio di equilibrismo protetto da assicurazioni esorbitanti e scorte militari. È qui, in questo braccio di mare, che si sta scrivendo la nuova grammatica della deterrenza globale: una grammatica che non si basa più sulla forza bruta, ma sulla vulnerabilità esibita. L'Iran di Masoud Pezeshkian, lungi dall'essere il paria isolato che molti immaginavano, ha saputo trasformare la propria crisi interna in uno strumento di pressione esterna, passando da una politica di espansione ideologica a una di sopravvivenza strategica. La Repubblica Islamica non cerca più necessariamente di esportare la rivoluzione da Beirut a Sana’a con lo slancio di un tempo; ora si concentra sul consolidamento di una "latenza nucleare" che è diventata la sua vera assicurazione sulla vita. Con oltre 450 chilogrammi di uranio arricchito, Teheran non ha bisogno di testare una bomba per essere una potenza nucleare agli occhi del mondo: le basta dimostrare che la distanza tecnica dalla soglia militare è ormai una questione di settimane, se non di giorni. Questa condizione di "quasi-possesso" è più destabilizzante di un arsenale dichiarato, perché permette al regime di negoziare da una posizione di forza senza mai offrire un bersaglio certo alle ritorsioni internazionali. È una sfida diretta non solo a Israele, ma all'intero ordine di non proliferazione. Proprio Israele si ritrova oggi a fare i conti con l'erosione della sua storica dottrina dell' amimut, l'opacità nucleare: in un Medio Oriente dove l'ambiguità è diventata l'arma di tutti, il silenzio di Gerusalemme non garantisce più la superiorità psicologica di un tempo, specialmente mentre a Washington il Dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio è pressato da una parte del Congresso affinché i criteri di trasparenza siano applicati in modo uniforme a tutti gli alleati. In questo scenario di incertezza americana, assistiamo al riposizionamento delle potenze regionali che non attendono più il permesso di Washington per proteggersi. L'asse non formalizzato tra Arabia Saudita, Pakistan, Egitto e Turchia rappresenta il tentativo di creare una "geometria variabile" di sicurezza, dove il Pakistan offre una profondità strategica — e forse un'ombra nucleare — alle monarchie del Golfo in cambio di stabilità economica. È un mondo transazionale, dove le alleanze non sono più scritte nella pietra dei trattati, ma fluttuano secondo la convenienza del momento. Anche l'Europa, colpita duramente dai rincari energetici e da una crescita che in Germania fatica a superare lo zero virgola, ha smesso di sognare il "dividendo della pace". La spinta di Emmanuel Macron verso una deterrenza nucleare europea e il riarmo massiccio di Polonia e Paesi Baltici, segnalano che la fiducia nell'ombrello statunitense non è più cieca. Il ritiro parziale di truppe e assetti strategici americani dal continente, un tempo impensabile, è oggi una variabile con cui ogni cancelleria deve fare i conti. Ciò che emerge da questa crisi non è dunque un nuovo equilibrio, ma una frammentazione della sicurezza in cui ogni attore è costretto a immaginare la propria sopravvivenza in modo autonomo. Il "dopoguerra invisibile" di cui parlo è questo: un'epoca in cui la pace non è l'assenza di conflitto, ma la gestione di una minaccia che nessuno ha più la forza di eliminare e che tutti cercano disperatamente di contenere tra le pieghe della diplomazia e i riflessi d'acciaio delle proprie marine. La soglia è diventata la nostra nuova casa, e imparare a abitarla senza cadere nel vuoto è la sfida più difficile per la politica di questo decennio.
APPUNTI su ISLAM e MONDO ARABO (e dintorni) di Roberto Rapaccini
Grammatica del mondo islamico, Medio Oriente, dialogo interreligioso, interetnico e multiculturale, questioni di geopolitica, immigrazione.
PAESI DELLA LEGA ARABA
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