RASSEGNA STAMPA S.

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• Il Passato sarà un buon rifugio, ma il Futuro è l'unico posto dove possiamo andare. (Renzo Piano) •

PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

domenica 10 maggio 2026

LA DEMAGOGIA DELL’IMMEDIATEZZA (2026)

Ci sono parole che nascono per polemica, e altre che nascono per necessità. Democratizzazione selvaggia appartiene alla seconda categoria: è un neologismo che prova a descrivere un fenomeno molto contemporaneo, diffuso e insieme difficile da nominare. Per decenni la democratizzazione è stata considerata, quasi automaticamente, un bene. Democratizzare significava aprire, includere, rendere accessibile. La cultura democratizzata, l’informazione democratizzata, la politica partecipata, la tecnologia per tutti. Era il superamento delle aristocrazie del sapere e dei monopoli del potere. E in larga misura lo è stato davvero. Ma ogni processo storico, quando perde misura, produce anche il proprio eccesso. Ed è forse qui che emerge la democratizzazione selvaggia: non la democrazia, bensì la trasformazione indiscriminata di ogni spazio umano in un’arena dove tutto deve essere immediatamente accessibile, opinabile, semplificato e livellato. La democratizzazione selvaggia non elimina soltanto le gerarchie ingiuste; spesso dissolve anche le competenze, le responsabilità e perfino il valore dell’esperienza. Internet e i social network hanno moltiplicato la possibilità di parola. È stato un progresso enorme. Tuttavia, insieme alla libertà di espressione, si è insinuata un’idea più radicale e più fragile: che ogni opinione abbia automaticamente lo stesso peso. Il medico e l’improvvisato, il ricercatore e il rumorista, l’insegnante e l’influencer vengono spesso collocati sul medesimo piano simbolico. Non perché siano uguali, ma perché il sistema comunicativo tende a renderli equivalenti. La democratizzazione selvaggia nasce precisamente in questo slittamento: dal diritto di parlare alla presunzione di sapere. In una società matura, l’accesso alla parola non dovrebbe abolire il riconoscimento della competenza. Invece assistiamo sempre più spesso a una diffidenza verso qualunque forma di autorevolezza. L’esperto viene percepito come elitario; la complessità come sospetta; lo studio come privilegio anziché come fatica. Si crea così una curiosa inversione culturale: la semplificazione diventa virtù morale. Ogni epoca ha avuto la propria forma di demagogia. La nostra sembra essere la demagogia dell’immediatezza. Tutto deve essere rapido, accessibile, emotivo, facilmente consumabile. Il ragionamento lungo perde terreno rispetto allo slogan; la riflessione rispetto alla reazione; la profondità rispetto alla visibilità. La democratizzazione selvaggia alimenta questo processo perché tende a confondere inclusione con abolizione di ogni filtro qualitativo. Ma una civiltà vive anche di filtri: scuole, istituzioni, formazione, criteri, selezione del merito. Non per escludere arbitrariamente, ma per custodire standard comuni. Quando ogni limite viene interpretato come oppressione, il rischio non è una società più libera, bensì una società più rumorosa. E il rumore, spesso, favorisce i demagoghi. Perché nel caos dell’opinione permanente prevale chi semplifica meglio, non chi comprende di più. Un altro effetto della democratizzazione selvaggia è la difficoltà crescente nel distinguere l’autorità dall’autoritarismo. L’autoritarismo impone. L’autorevolezza convince. Eppure oggi entrambe vengono talvolta rigettate insieme. Si diffonde l’idea che ogni forma di guida culturale sia sospetta, che ogni eccellenza debba giustificarsi continuamente, quasi chiedere scusa della propria preparazione. È un clima che impoverisce il dibattito pubblico. Perché una società sana non elimina le competenze: le rende accessibili senza distruggerle. La vera democrazia non consiste nel fingere che tutti sappiano tutto, ma nel permettere a tutti di poter imparare. Naturalmente il problema non è la democratizzazione in sé. Sarebbe assurdo rimpiangere società chiuse, oligarchiche o rigidamente verticali. Il punto è capire che ogni apertura necessita di forma, educazione e responsabilità. Una cultura totalmente orizzontale rischia di diventare incapace di trasmettere sapere, continuità e senso del limite. Forse la democratizzazione selvaggia è proprio questo: la perdita della misura democratica. La democrazia autentica richiede cittadini maturi, non soltanto individui connessi. Richiede partecipazione, ma anche disciplina intellettuale; libertà, ma anche competenza; diritto di parola, ma anche capacità di ascolto. Altrimenti la democratizzazione smette di essere emancipazione e diventa dispersione. E una società dispersa è spesso più manipolabile di una società colta. Democratizzazione selvaggia è un’espressione provocatoria, ma utile. Non attacca la democrazia: denuncia piuttosto la sua caricatura contemporanea. Viviamo in un tempo straordinariamente aperto, ma non sempre più profondo. Abbiamo moltiplicato le voci senza necessariamente aumentare la comprensione. Abbiamo abbattuto molte barriere, ma talvolta anche quelle che proteggevano la qualità del pensiero. Forse la sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: conservare l’apertura democratica senza precipitare nel livellamento assoluto. Difendere l’accessibilità senza umiliare il merito. Rendere tutti partecipi senza trasformare ogni cosa in spettacolo permanente. Perché una civiltà non cresce quando tutti gridano. Cresce quando molti possono finalmente parlare — e qualcuno continua ancora a studiare, capire, insegnare.

Testo: Roberto Rapaccini