RASSEGNA STAMPA S.

RASSEGNA STAMPA S.
Clicca sull'immagine
• Il Passato sarà un buon rifugio, ma il Futuro è l'unico posto dove possiamo andare. (Renzo Piano) •

PAESI DELLA LEGA ARABA

PAESI DELLA LEGA ARABA

TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

sabato 13 giugno 2026

LA GEOPOLITICA DEL CALCIO: QUANDO IL PALLONE DIVENTA POTERE (2026)



Il calcio non è più soltanto un gioco, ammesso che lo sia mai stato davvero. Per decenni è stato identità popolare, rito collettivo, racconto nazionale, appartenenza di quartiere e di bandiera. Oggi è diventato anche un sofisticato strumento geopolitico: una lingua universale attraverso cui Stati, fondi sovrani, grandi potenze economiche e organismi internazionali cercano prestigio, influenza, reputazione e consenso. Il pallone, nella sua apparente semplicità, è ormai uno dei luoghi in cui si misurano le ambizioni del mondo globale. La geopolitica del calcio nasce da un dato elementare: nessun altro sport possiede una simile capacità di attraversare confini, classi sociali, culture e continenti. Una finale mondiale è un evento sportivo, ma anche una cerimonia planetaria. Un grande club non è solo una squadra, ma un marchio globale, una comunità emotiva, una piattaforma commerciale, un veicolo diplomatico. Un campione non è più soltanto un atleta: è un ambasciatore informale, un moltiplicatore di immagine, talvolta persino una risorsa strategica. Per questo i grandi eventi calcistici sono diventati oggetto di contesa politica. Ospitare un Mondiale significa mostrarsi al mondo, costruire infrastrutture, attirare turismo, legittimare un progetto nazionale. Il Qatar lo ha compreso con il Mondiale 2022, trasformando un piccolo Stato del Golfo in un protagonista permanente della scena sportiva globale. L’Arabia Saudita con l’assegnazione del Mondiale 2034 si muove nella stessa direzione, ma su scala ancora più ampia: il calcio diventa parte di una strategia di modernizzazione, diversificazione economica e proiezione internazionale. Non si tratta solo di organizzare partite; si tratta di riscrivere la percezione di un Paese. In questa prospettiva il calcio è soft power allo stato puro. Non obbliga, seduce. Non conquista territori, conquista immaginari. Uno Stato che investe nel calcio non cerca soltanto vittorie sportive, ma riconoscimento simbolico. Vuole che il proprio nome sia associato a stadi moderni, campioni celebri, eventi spettacolari, emozioni condivise. La reputazione internazionale oggi passa anche da una maglia, da una finale, da una coppa sollevata sotto gli occhi del mondo. Il caso del Paris Saint-Germain è emblematico. L’ingresso di Qatar Sports Investments nel club parigino ha trasformato una società importante, ma non dominante a livello europeo, in uno dei simboli del calcio globale. Attraverso il PSG il Qatar ha legato il proprio nome a Parigi, alla moda, al lusso, allo spettacolo sportivo, alla Champions League, ai grandi campioni. Il club è diventato qualcosa di più di una squadra: una vetrina geopolitica nel cuore dell’Europa. Analogo ma diverso è il modello del Manchester City e del City Football Group. Qui non si ha soltanto il controllo di un grande club, ma la costruzione di una rete calcistica transnazionale. Squadre in più continenti, scambi di giocatori, metodologie comuni, valorizzazione di talenti, presenza commerciale diffusa: il calcio assume la forma di una multinazionale sportiva. È una nuova geografia del potere calcistico in cui le vecchie appartenenze locali convivono con architetture finanziarie globali. L’Arabia Saudita ha scelto una strada ancora più diretta: acquistare centralità attraverso campioni, investimenti, club e grandi eventi. L’arrivo di stelle internazionali nel campionato saudita non ha avuto soltanto una funzione tecnica. Ha avuto una funzione narrativa: segnalare che il baricentro del calcio può spostarsi, che non esistono più soltanto Europa e Sud America, che nuovi attori economici possono entrare nel gioco e modificarne le gerarchie. La Saudi Pro League è, in questo senso, un laboratorio geopolitico: non ancora una capitale tecnica del calcio mondiale ma certamente una capitale dell’ambizione. Anche la FIFA partecipa a questa trasformazione. L’espansione del Mondiale a 48 squadre, il nuovo Mondiale per club, la distribuzione del Mondiale 2030 tra Europa, Africa e Sud America indicano una precisa tendenza: il calcio globale cerca nuovi mercati, nuovi equilibri, nuove alleanze. L’universalismo sportivo coincide sempre più con l’allargamento commerciale. Più squadre significano più Paesi coinvolti, più diritti televisivi, più sponsor, più audience, più consenso politico dentro le federazioni. Ma questa espansione solleva interrogativi profondi. Quando il calcio diventa diplomazia, chi controlla la sua etica? Quando i fondi sovrani acquistano club e competizioni, dove finisce lo sport e dove comincia la strategia di potenza? Quando un Mondiale viene assegnato a Paesi discussi sul piano dei diritti il calcio migliora il contesto o rischia di coprirne le contraddizioni? La parola “sportswashing”, spesso usata in modo polemico, nasce proprio da qui: dall’idea che lo sport possa essere impiegato per lucidare l’immagine internazionale di governi o sistemi politici controversi. Occorre però evitare letture troppo semplicistiche. Il calcio non è solo propaganda. Può anche aprire società chiuse, creare contatti, generare investimenti, favorire processi di modernizzazione, dare visibilità a questioni che altrimenti resterebbero marginali. Tuttavia è ingenuo pensare che grandi capitali e grandi eventi siano neutrali. Ogni stadio costruito, ogni torneo assegnato, ogni club acquistato porta con sé una visione del mondo, una rete di interessi, una strategia di influenza. La geopolitica del calcio riguarda anche l’Europa. La Premier League è oggi il campionato più potente non soltanto per ragioni sportive, ma per capacità commerciale, lingua globale, diritti televisivi, apertura ai capitali stranieri. La Spagna conserva il prestigio storico di Real Madrid e Barcellona. L’Italia vive una condizione più ambivalente: grande tradizione, enorme patrimonio simbolico, ma minore forza finanziaria e infrastrutturale. Il calcio europeo resta il centro tecnico del sistema, ma non è più l’unico centro economico e politico. La multiproprietà dei club rappresenta una delle questioni decisive del futuro. Se uno stesso gruppo controlla o influenza più squadre in Paesi diversi, si aprono problemi evidenti: conflitti d’interesse, circolazione pilotata dei giocatori, alterazione della concorrenza, dipendenza delle società minori da club più forti. Il calcio rischia così di trasformarsi in una filiera gerarchica, dove alcune squadre diventano laboratori, altre vetrine, altre ancora semplici snodi finanziari. Dentro questa trasformazione, il tifoso resta l’elemento più fragile e più necessario. Fragile, perché vede spesso la propria squadra inglobata in logiche che lo superano. Necessario, perché senza la passione dei tifosi il calcio perderebbe la sua forza simbolica. I fondi possono acquistare club, i governi possono finanziare stadi, le televisioni possono moltiplicare il prodotto, ma il calcio continua a vivere della sua radice emotiva: l’appartenenza. È questa radice che il potere cerca di utilizzare, ma che non può completamente controllare. Il paradosso è proprio qui. Il calcio globale è sempre più finanziario, geopolitico, tecnologico, spettacolare; eppure continua a fondarsi su qualcosa di arcaico: una maglia, un canto, una bandiera, una memoria familiare, una domenica allo stadio, un’infanzia perduta dietro un pallone. Le potenze lo sanno. Per questo investono nel calcio: perché nessun discorso diplomatico, nessuna campagna istituzionale, nessun vertice internazionale possiede la stessa capacità di entrare nell’immaginario collettivo. La geopolitica del calcio, dunque, non è una deviazione dal gioco. È il suo nuovo volto. Il pallone rotola ancora sul campo, ma intorno a quel campo si muovono Stati, capitali, televisioni, monarchie, federazioni, sponsor, fondi d’investimento, opinioni pubbliche e strategie nazionali. Novanta minuti restano novanta minuti. Ma ciò che li circonda appartiene ormai alla grande politica del mondo.  Roberto Rapaccini