La
morte di Ali Larijani segna uno spartiacque meno visibile di altri eventi più
eclatanti, ma forse più profondo, perché interviene non tanto sulla forza del
sistema iraniano quanto sulla sua capacità di funzionare come sistema
complesso, cioè come intreccio di mediazioni, equilibri e connessioni interne.
Larijani non era semplicemente un dirigente di vertice: era uno dei principali
“nodi” di coordinamento tra politica, sicurezza e relazioni internazionali, una
figura capace di muoversi tra i diversi livelli del potere iraniano e di tenere
insieme ciò che altrimenti tende a dividersi, ed è proprio per questo che la
sua eliminazione viene considerata da molti osservatori un colpo
particolarmente grave, paragonabile per impatto solo a quello che fu, anni
prima, la perdita di Soleimani. In un momento già segnato dalla morte della
Guida Suprema e da una fase di transizione accelerata, la sua scomparsa priva
il sistema di una delle sue principali capacità di coordinamento, aumentando il
rischio di frammentazione e di errori strategici sotto pressione. E tuttavia,
come spesso accade nella storia della Repubblica islamica, questo tipo di colpi
non produce un crollo immediato, ma piuttosto una trasformazione più lenta e
meno appariscente. Il sistema iraniano è costruito per resistere: è
un’architettura stratificata in cui il potere non risiede in una sola figura ma
in una rete di istituzioni – religiose, militari e politiche – che si
sostengono reciprocamente. Larijani stesso era parte di questa struttura e ne
incarnava la continuità, come dimostra il fatto che fosse considerato uno degli
architetti della politica di sicurezza e un consigliere centrale nei momenti di
crisi. La sua morte, dunque, non lascia un vuoto istituzionale immediatamente
incolmabile, ma modifica la qualità del funzionamento interno, perché riduce la
capacità del sistema di adattarsi, di negoziare, di modulare la propria
risposta agli eventi. In questo senso, ciò che cambia davvero è il rapporto tra
rigidità e flessibilità. Senza figure di mediazione come Larijani, il sistema
tende a spostarsi verso una maggiore centralità degli apparati più duri, in
particolare quelli legati alla sicurezza e ai Pasdaran, già rafforzati negli
ultimi anni anche a causa della pressione internazionale e delle sanzioni. La
guerra e gli attacchi esterni, lungi dal favorire un’apertura, alimentano
infatti una logica di chiusura: rafforzano la percezione dell’assedio,
legittimano la repressione interna e riducono lo spazio per soluzioni
negoziali. È un paradosso tipico dei regimi sotto pressione: più vengono
colpiti, più tendono a compattarsi e a irrigidirsi. Allo stesso tempo, però,
questa rigidità ha un costo. La perdita di figure capaci di tenere insieme le
diverse anime del sistema rende più difficile governare la complessità, aumenta
il rischio di decisioni meno ponderate e accresce la possibilità di errori di
calcolo, soprattutto in un contesto di guerra ibrida e di tensione regionale
diffusa. Non si tratta di una debolezza immediatamente visibile, ma di una
fragilità che si accumula nel tempo, come una crepa interna che non fa crollare
l’edificio ma ne modifica lentamente la stabilità. Sul piano interno, la
situazione resta altrettanto ambivalente. L’Iran è attraversato da una crisi
economica profonda, da proteste diffuse e da un crescente malcontento sociale,
ma questa energia non si traduce automaticamente in un’alternativa politica
organizzata. La repressione, già molto dura negli ultimi mesi, tende a intensificarsi
proprio in momenti come questo, mentre il conflitto esterno contribuisce a
ricompattare almeno una parte della popolazione attorno al regime. La morte di
Larijani, in questo quadro, non facilita una rivolta, ma riduce ulteriormente
gli spazi di mediazione interna, rendendo la tensione più persistente e meno
risolvibile. Ne emerge un quadro complesso e per certi versi paradossale:
l’Iran appare allo stesso tempo resistente e vulnerabile, capace di assorbire
colpi molto duri senza crollare, ma anche progressivamente più rigido, più
chiuso, più esposto a dinamiche interne difficili da governare. Non siamo di
fronte a un sistema che sta cadendo, ma a un sistema che cambia natura sotto
pressione, che perde progressivamente le sue sfumature e si affida sempre più
alla propria componente coercitiva. E forse è proprio qui il punto più
profondo: la morte di Larijani non segna la fine di un equilibrio, ma l’inizio
di una fase in cui quell’equilibrio diventa più difficile da mantenere. Il
potere iraniano continua a esistere, continua a funzionare, ma lo fa con meno
mediazioni, con meno capacità di adattamento, con una struttura più essenziale
e più dura. Non si spezza, ma si contrae. E in questa contrazione, che oggi è
la sua forza, potrebbe nascondersi la sua fragilità futura. Roberto Rapaccini
Il PODCAST - Iran, il sistema si contrae. –
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