Dallo
Stretto di Hormuz alle terre rare: chi controlla ciò che il mondo non può
sostituire
Per
molto tempo la geopolitica ha avuto una geografia facilmente riconoscibile.
Stretti, canali, porti, oleodotti, confini. Hormuz, Suez, Bab el-Mandeb,
Malacca: passaggi obbligati attraverso i quali transitano energia, merci e
potenza. Oggi a questa geografia visibile se ne sta sovrapponendo un’altra,
meno intuitiva ma non meno strategica. I nuovi colli di bottiglia possono
essere una raffineria di gallio, un impianto capace di separare terre rare, una
fabbrica di magneti permanenti o una tecnologia posseduta da pochissimi
operatori. Non occorre bloccare uno stretto se si controlla un materiale che
gli altri non riescono rapidamente a sostituire. È qui che le materie prime
critiche cessano di essere un argomento da specialisti e diventano geopolitica.
Litio, cobalto, grafite, gallio, germanio, tungsteno e terre rare entrano in
automobili elettriche, turbine, data center, semiconduttori, satelliti, radar e
sistemi d’arma. Spesso sono utilizzati in quantità minime rispetto al valore
del prodotto finale. Ma proprio questo è il paradosso: pochi grammi di un
materiale difficilmente sostituibile possono condizionare una filiera
industriale da miliardi. Il punto decisivo non è soltanto dove si trova il
minerale. È chi sa trasformarlo. Nel 2024 la Cina rappresentava circa il 60%
dell’estrazione mondiale delle terre rare utilizzate per i magneti, ma il 91%
della produzione raffinata e il 94% dei magneti permanenti sinterizzati. Il
vantaggio strategico, dunque, non è semplicemente geologico: è industriale,
tecnologico e logistico. Una miniera può essere aperta altrove; ricostruire
competenze, impianti di separazione, raffinazione e manifattura richiede anni e
capitali. Negli ultimi anni questa concentrazione è diventata politicamente
visibile. L’Agenzia internazionale dell’energia osserva che dal 2023 il numero
di categorie minerarie sottoposte dalla Cina a controlli sulle esportazioni è
triplicato. Nel 2025 le restrizioni sulle terre rare pesanti hanno avuto
ripercussioni sulle industrie a valle, fino a provocare riduzioni temporanee
dell’attività in alcuni stabilimenti automobilistici. Il problema non riguarda
soltanto le terre rare: gallio e germanio, essenziali per semiconduttori, fibra
ottica e numerose applicazioni tecnologiche e militari, restano mercati
estremamente concentrati. Nel settembre 2026 Reuters indicava la quota cinese
della produzione mondiale rispettivamente intorno al 98,9% e al 68,6%. Questo
non significa che ogni restrizione commerciale debba essere interpretata
automaticamente come un atto ostile. Controlli all’esportazione, sussidi,
politiche industriali e misure di sicurezza economica vengono ormai utilizzati
da molte potenze. Ma il risultato sistemico è evidente: l’interdipendenza, che
nell’epoca della globalizzazione veniva considerata soprattutto una fonte di
efficienza e stabilità, viene sempre più letta anche come vulnerabilità. La
dimostrazione più recente arriva dal rapporto tra Stati Uniti e Cina. Nei
colloqui di ieri 20 settembre 2026 tra il segretario al Tesoro statunitense
Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng, commercio, intelligenza
artificiale e minerali critici sono entrati nella stessa agenda. È un accostamento
significativo. La competizione tecnologica ha bisogno di una base materiale. Un
algoritmo può essere immateriale; il data center che lo esegue, il chip che lo
alimenta, la rete elettrica che lo sostiene e i sistemi militari che utilizzano
quella capacità non lo sono affatto. Si
sta così formando una nuova grammatica della potenza. Gli Stati cercano di
diversificare i fornitori, creare scorte, finanziare miniere e impianti di
raffinazione, riciclare materiali e riportare alcune lavorazioni all’interno
dei confini nazionali o in Paesi considerati affidabili. È il passaggio dall’efficienza
assoluta alla resilienza. Ma la resilienza costa. Secondo l’IEA nuovi impianti
di raffinazione realizzati fuori dal Paese che già domina una determinata
filiera possono avere costi di capitale superiori dal 20% a oltre il 150%,
mentre i costi operativi risultano mediamente circa il 50% più elevati. Il
problema geopolitico incontra quindi quello economico: quanto siamo disposti a
pagare per ridurre una dipendenza strategica? L’Unione Europea ha già costruito
una risposta normativa, ma parte da una posizione difficile. Nel discorso sullo
Stato dell’Unione del 16 settembre 2026 Ursula von der Leyen ha affermato che
l’UE rimane dipendente dalla Cina per oltre l’80% di numerose materie prime
critiche e fino al 90% per alcune terre rare. Il Critical Raw Materials Act
fissa per il 2030 obiettivi precisi: almeno il 10% del consumo europeo dovrebbe
poter essere coperto da estrazione interna, il 40% da capacità europea di
trasformazione e il 25% da riciclo; inoltre, nessun singolo Paese terzo
dovrebbe rappresentare più del 65% del consumo annuale dell’Unione di ciascuna
materia prima strategica in una fase rilevante della lavorazione. Bruxelles sta
parallelamente sviluppando strumenti per acquisti comuni e scorte strategiche. La
difficoltà è che una politica mineraria non si improvvisa. Aprire nuove miniere
incontra tempi autorizzativi, costi ambientali, opposizioni locali e
investimenti elevati. Raffinare materiali critici richiede energia, tecnologie
e competenze. Anche il riciclo non risolve immediatamente il problema: dipende
dalla quantità di prodotti giunti a fine vita e dalla capacità di recuperare
materiali spesso dispersi in componenti complessi. Secondo l’IEA con le
politiche attuali il contributo medio del riciclo per i principali minerali
energetici potrebbe salire dall’attuale livello vicino al 10% a circa il 20%
entro il 2040. Qui emerge una differenza importante rispetto alla geopolitica
del petrolio. Il greggio è relativamente fungibile: se un fornitore viene meno,
almeno in parte può essere sostituito. Le catene dei minerali critici sono
spesso più rigide. Un determinato materiale deve possedere una purezza
specifica, essere lavorato secondo processi precisi e inserirsi in componenti certificati.
Cambiare fornitore può richiedere nuove prove, modifiche industriali e tempi
incompatibili con una crisi improvvisa. Per questo la mappa strategica del XXI
secolo sta diventando più complessa. Accanto agli stretti marittimi compaiono
quelli che potremmo chiamare “stretti industriali”: punti in cui una filiera
mondiale passa attraverso pochi impianti, poche tecnologie o pochi Paesi. Hormuz
resta fondamentale per l’energia mondiale. Ma esistono ormai anche degli Hormuz
invisibili: impianti di separazione delle terre rare, produzioni di magneti
permanenti, lavorazioni del gallio, capacità di raffinazione, fabbriche di
semiconduttori. Non sono segnati sulle carte geopolitiche tradizionali, eppure
possono condizionare intere economie e apparati militari. La conseguenza non
sarà necessariamente la fine della globalizzazione. Più probabilmente
assisteremo a una sua trasformazione. Le catene produttive continueranno a
essere internazionali, ma tenderanno a essere maggiormente diversificate,
duplicate e protette. Stati e imprese potranno accettare costi superiori pur di
evitare dipendenze giudicate eccessive. Il commercio non scomparirà: diventerà
più strategico. Ed è forse questo il cambiamento più importante. Per decenni
abbiamo identificato la potenza con ciò che uno Stato possedeva: territorio,
popolazione, esercito, risorse energetiche, capacità industriale. Nel nuovo
sistema internazionale conterà sempre di più anche ciò che uno Stato o un
ristretto gruppo di Stati controlla lungo il percorso che separa una materia
prima dal prodotto finale. È una forma di potere meno spettacolare di una
portaerei e meno visibile di un oleodotto. Ma proprio per questo può essere più
difficile da percepire. La geopolitica dei colli di bottiglia ci riporta in
fondo a una regola molto antica: la forza non consiste sempre nel possedere
tutto. A volte consiste nel controllare ciò di cui gli altri nel momento
decisivo non possono fare a meno.
Fonti: Commissione Europea, International Energy Agency (IEA), Eurostat, agenzie di stampa, fonti giornalistiche.
Roberto Rapaccini
