Dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran del 28 febbraio 2026, in Medio Oriente e nello spazio globale non si è formato un semplice schema binario, ma una geografia politica molto più mobile: si è consolidato il nucleo duro Washington-Tel Aviv, sostenuto politicamente da alcuni alleati occidentali che leggono l’operazione come azione preventiva contro il programma nucleare e missilistico iraniano; dall’altro, però, non è emerso un blocco compatto filoiraniano capace di rispondere sul piano militare, bensì una solidarietà soprattutto diplomatica e retorica, con Russia e Cina che hanno chiesto la cessazione immediata degli attacchi denunciando l’operazione come aggressione e sollecitando il ritorno al negoziato, ma senza trasformare questa convergenza in una garanzia di protezione strategica diretta per Teheran. È questo il primo dato decisivo: l’Iran non appare al centro di un campo realmente coeso, bensì al centro di una costellazione di appoggi limitati, prudenti, selettivi. Mosca e Pechino hanno reagito solo sul terreno politico e al Consiglio di Sicurezza ONU: probabilmente la loro moderazione risponde a un calcolo freddo: intervenire davvero contro Stati Uniti e Israele comporterebbe costi altissimi e vantaggi incerti, mentre entrambe le potenze hanno altre priorità strategiche da preservare. In altri termini la crisi conferma che il cosiddetto fronte anti-occidentale non è un’alleanza organica, ma una convergenza tattica che si arresta davanti al rischio di guerra aperta con Washington. Nel Medio Oriente lo schieramento più interessante è però quello dei Paesi del Golfo, perché qui la guerra ha prodotto il mutamento più rapido: prima del conflitto le monarchie sunnite avevano cercato di mantenere una posizione ambigua o prudente, evitando di apparire come piattaforme di aggressione contro l’Iran; dopo la reazione missilistica iraniana contro città, porti, infrastrutture energetiche e basi americane ospitate nell’area, quella neutralità si è fortemente erosa. I sei Paesi del GCC (il Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’organizzazione politica, economica e di sicurezza che riunisce sei monarchie della Penisola Arabica) hanno convocato una riunione straordinaria e richiamato l’articolo 51 della Carta ONU sulla legittima difesa collettiva, attivando sistemi congiunti di difesa aerea per far capire a Teheran che gli attacchi contro il Golfo hanno avuto l’effetto opposto a quello sperato: invece di separare le monarchie arabe da Washington, le hanno spinte più vicino agli Stati Uniti. L’Arabia Saudita, pur ancora interessata a una soluzione diplomatica, ha avvertito l’Iran di non colpire più il proprio territorio o le proprie infrastrutture energetiche, segnalando perfino che, in caso di ulteriore escalation, potrebbe consentire operazioni americane dalle sue basi. Questo è un passaggio cruciale perché indica che il Golfo non si è trasformato in un alleato entusiasta della guerra, ma in un’area che sotto minaccia diretta sta transitando da una neutralità prudente a una co-belligeranza potenziale di autodifesa. Ne deriva che il Medio Oriente oggi appare diviso in tre cerchi concentrici: il primo è il blocco operativo USA-Israele; il secondo è il Golfo arabo, che non coincide pienamente con il primo ma vi si sta avvicinando per costrizione strategica; il terzo è il campo dell’opposizione diplomatica alla guerra, in cui rientrano Cina, Russia, parte del mondo arabo, l’ONU e diversi attori europei, ma senza capacità o volontà di costruire un contrappeso militare unitario. In questo quadro gli attori non statali dell’orbita iraniana risultano molto meno compatti di quanto la retorica dell’Asse della Resistenza lasciasse intendere. Hezbollah ha reagito, ma il governo libanese invece di seguirlo ne ha vietato le attività militari e ha riaffermato che la decisione sulla guerra e sulla pace spetta solo allo Stato; è una svolta politica notevole che segnala quanto il movimento sciita sia oggi più vulnerabile sul piano interno. Alcune agenzie di stampa hanno precisato che in Iraq le milizie sciite irachene legate all’Iran non stanno reagendo come un blocco compatto disposto a entrare in guerra per difendere Teheran. Questa situazione globalmente considerata significa che la rete di deterrenza costruita dall’Iran negli ultimi decenni non è scomparsa, ma è molto meno affidabile e molto meno sincronizzata di quanto apparisse. Anche qui dunque la lezione è che lo schieramento iraniano esiste ancora come area d’influenza ma non come blocco disciplinato e pronto al sacrificio. Inoltre complessivamente il fronte occidentale non è affatto unito. Ci sono governi che hanno espresso sostegno politico agli Stati Uniti, come il Canada, e attori come l’Ucraina che hanno attribuito la responsabilità della crisi alla natura repressiva e destabilizzante del regime iraniano; ma nello stesso tempo una parte importante dell’Europa ha reagito in modo molto più cauto o apertamente critico sul piano del diritto internazionale. Francia, Germania e Regno Unito hanno condannato gli attacchi iraniani e chiesto il ritorno ai negoziati, ma il quadro europeo si è ulteriormente differenziato nei giorni successivi: Spagna e Svizzera hanno definito i bombardamenti USA-Israele contrari al diritto internazionale, il vicecancelliere tedesco ha espresso seri dubbi di legittimità, e anche il Vaticano ha assunto una linea netta per il cessate il fuoco e contro la logica della guerra preventiva. Dunque l’Occidente politico è oggi meno omogeneo di quello militare: la NATO non è entrata formalmente in guerra e perfino dopo l’episodio del missile diretto verso lo spazio aereo turco Mark Rutte ha escluso l’attivazione dell’articolo 5, pur dicendo che molti alleati sostengono Washington e Israele. In sostanza la solidarietà atlantica esiste, ma non si traduce automaticamente in un mandato collettivo per un conflitto lungo. Se si guarda all’insieme il vero schieramento emerso non è più quello classico tra Occidente e anti-Occidente, ma una struttura a geometria variabile in cui quasi tutti cercano di evitare il salto finale verso una guerra sistemica pur essendovi trascinati dai fatti. Gli Stati Uniti e Israele costituiscono il solo asse pienamente offensivo; il Golfo sunnita è un asse difensivo in via di riallineamento; Russia e Cina rappresentano una retrovia politico-diplomatica dell’Iran non una sua retrovia militare; le reti armate filo-iraniane sono meno coese e meno obbedienti del previsto; l’Europa è spezzata tra realismo strategico, fedeltà atlantica e obiezioni giuridiche; le istituzioni internazionali appaiono capaci di denunciare, non di arrestare. Il risultato è che l’Iran, pur non essendo isolato sul piano simbolico è assai più solo sul piano operativo di quanto lascerebbe credere la retorica delle alleanze. E questo spiega perché la guerra invece di produrre due campi perfettamente contrapposti stia producendo qualcosa di più inquietante: un sistema di schieramenti incompleti dove ciascuno teme l’escalation ma quasi nessuno riesce più a governarla, mentre il prezzo geopolitico viene già pagato dal Golfo, dai commerci energetici globali, dalle rotte marittime e da un ordine internazionale che esce ulteriormente indebolito, perché tutti invocano la legalità e intanto tutti si preparano a vivere in un mondo in cui conta sempre più la forza e sempre meno la norma.
Roberto
Rapaccini
(Fonti:
Agenzie di Stampa)


