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PAESI DELLA LEGA ARABA

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La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

mercoledì 18 marzo 2026

IRAN, LA MORTE DI ALI LARIJANI (2026)

 


La morte di Ali Larijani segna uno spartiacque meno visibile di altri eventi più eclatanti, ma forse più profondo, perché interviene non tanto sulla forza del sistema iraniano quanto sulla sua capacità di funzionare come sistema complesso, cioè come intreccio di mediazioni, equilibri e connessioni interne. Larijani non era semplicemente un dirigente di vertice: era uno dei principali “nodi” di coordinamento tra politica, sicurezza e relazioni internazionali, una figura capace di muoversi tra i diversi livelli del potere iraniano e di tenere insieme ciò che altrimenti tende a dividersi, ed è proprio per questo che la sua eliminazione viene considerata da molti osservatori un colpo particolarmente grave, paragonabile per impatto solo a quello che fu, anni prima, la perdita di Soleimani. In un momento già segnato dalla morte della Guida Suprema e da una fase di transizione accelerata, la sua scomparsa priva il sistema di una delle sue principali capacità di coordinamento, aumentando il rischio di frammentazione e di errori strategici sotto pressione. E tuttavia, come spesso accade nella storia della Repubblica islamica, questo tipo di colpi non produce un crollo immediato, ma piuttosto una trasformazione più lenta e meno appariscente. Il sistema iraniano è costruito per resistere: è un’architettura stratificata in cui il potere non risiede in una sola figura ma in una rete di istituzioni – religiose, militari e politiche – che si sostengono reciprocamente. Larijani stesso era parte di questa struttura e ne incarnava la continuità, come dimostra il fatto che fosse considerato uno degli architetti della politica di sicurezza e un consigliere centrale nei momenti di crisi. La sua morte, dunque, non lascia un vuoto istituzionale immediatamente incolmabile, ma modifica la qualità del funzionamento interno, perché riduce la capacità del sistema di adattarsi, di negoziare, di modulare la propria risposta agli eventi. In questo senso, ciò che cambia davvero è il rapporto tra rigidità e flessibilità. Senza figure di mediazione come Larijani, il sistema tende a spostarsi verso una maggiore centralità degli apparati più duri, in particolare quelli legati alla sicurezza e ai Pasdaran, già rafforzati negli ultimi anni anche a causa della pressione internazionale e delle sanzioni. La guerra e gli attacchi esterni, lungi dal favorire un’apertura, alimentano infatti una logica di chiusura: rafforzano la percezione dell’assedio, legittimano la repressione interna e riducono lo spazio per soluzioni negoziali. È un paradosso tipico dei regimi sotto pressione: più vengono colpiti, più tendono a compattarsi e a irrigidirsi. Allo stesso tempo, però, questa rigidità ha un costo. La perdita di figure capaci di tenere insieme le diverse anime del sistema rende più difficile governare la complessità, aumenta il rischio di decisioni meno ponderate e accresce la possibilità di errori di calcolo, soprattutto in un contesto di guerra ibrida e di tensione regionale diffusa. Non si tratta di una debolezza immediatamente visibile, ma di una fragilità che si accumula nel tempo, come una crepa interna che non fa crollare l’edificio ma ne modifica lentamente la stabilità. Sul piano interno, la situazione resta altrettanto ambivalente. L’Iran è attraversato da una crisi economica profonda, da proteste diffuse e da un crescente malcontento sociale, ma questa energia non si traduce automaticamente in un’alternativa politica organizzata. La repressione, già molto dura negli ultimi mesi, tende a intensificarsi proprio in momenti come questo, mentre il conflitto esterno contribuisce a ricompattare almeno una parte della popolazione attorno al regime. La morte di Larijani, in questo quadro, non facilita una rivolta, ma riduce ulteriormente gli spazi di mediazione interna, rendendo la tensione più persistente e meno risolvibile. Ne emerge un quadro complesso e per certi versi paradossale: l’Iran appare allo stesso tempo resistente e vulnerabile, capace di assorbire colpi molto duri senza crollare, ma anche progressivamente più rigido, più chiuso, più esposto a dinamiche interne difficili da governare. Non siamo di fronte a un sistema che sta cadendo, ma a un sistema che cambia natura sotto pressione, che perde progressivamente le sue sfumature e si affida sempre più alla propria componente coercitiva. E forse è proprio qui il punto più profondo: la morte di Larijani non segna la fine di un equilibrio, ma l’inizio di una fase in cui quell’equilibrio diventa più difficile da mantenere. Il potere iraniano continua a esistere, continua a funzionare, ma lo fa con meno mediazioni, con meno capacità di adattamento, con una struttura più essenziale e più dura. Non si spezza, ma si contrae. E in questa contrazione, che oggi è la sua forza, potrebbe nascondersi la sua fragilità futura. Roberto Rapaccini

 

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