La
crisi iraniana nel suo sviluppo più recente non può essere letta soltanto
attraverso ciò che accade sul terreno – attacchi, ritorsioni, eliminazioni
mirate – ma richiede uno sguardo più ampio, capace di cogliere le posture delle
grandi potenze che, pur non combattendo direttamente, ne determinano in
profondità gli equilibri. In questo quadro il comportamento di Russia e Cina
appare a prima vista sorprendente: entrambe hanno relazioni consolidate con
l’Iran, entrambe condividono una diffidenza strutturale verso l’Occidente,
eppure nessuna delle due sembra disposta a farsi trascinare in un coinvolgimento
diretto. Non si tratta, tuttavia, di disinteresse, ma di una scelta consapevole
che riflette una diversa concezione del potere e del rischio. La Russia osserva
la crisi con uno sguardo che è insieme politico ed economico. Già impegnata in
un conflitto prolungato in Ucraina, Mosca non ha né l’interesse né la capacità
di aprire un secondo fronte diretto contro gli Stati Uniti o Israele. Il suo
sostegno all’Iran resta dunque confinato a un piano indiretto: diplomatico,
talvolta tecnologico, certamente retorico. Ma sotto questa superficie si
intravede anche un calcolo più freddo. L’instabilità in Medio Oriente,
soprattutto se incide sulle rotte energetiche globali, tende a far salire il
prezzo del petrolio e del gas, e questo si traduce per la Russia in un
vantaggio economico immediato. In altre parole Mosca può permettersi di restare
ai margini proprio perché in una certa misura trae beneficio dal disordine. La
posizione della Cina è più complessa e per certi versi più fragile. Pechino ha
costruito negli ultimi anni una presenza capillare in Medio Oriente, basata non
su alleanze militari ma su relazioni economiche, accordi energetici e una
diplomazia pragmatica che le consente di dialogare contemporaneamente con
attori tra loro contrapposti, dall’Iran all’Arabia Saudita. Questo equilibrio
delicato impone una cautela estrema. Schierarsi apertamente con Teheran
significherebbe compromettere rapporti fondamentali con altri partner della
regione oltre a esporsi a un confronto diretto con l’Occidente che la
leadership cinese non ha alcun interesse ad alimentare. Ma il vero nodo è un
altro: la Cina è profondamente dipendente dalle rotte energetiche che
attraversano il Golfo e in particolare dallo Stretto di Hormuz. Ed è proprio
Hormuz a rappresentare il punto nevralgico dell’intera crisi. Più che un
semplice passaggio marittimo è una cerniera del sistema economico globale, un
luogo in cui la geografia si trasforma in potere. Da qui transita una quota
significativa del petrolio mondiale, e ogni minaccia alla sua percorribilità
produce effetti immediati sui mercati, sui prezzi, sulle economie nazionali.
Per la Cina questa vulnerabilità è strutturale: una parte consistente delle sue
importazioni energetiche dipende da quel tratto di mare. Per questo motivo più
la tensione cresce più Pechino si trova in una posizione paradossale: non può
intervenire militarmente, ma non può nemmeno permettersi che la crisi degeneri.
La sua strategia diventa allora quella di contenere senza esporsi, di sostenere
senza compromettersi, di mantenere aperti tutti i canali evitando di essere
risucchiata nel conflitto. In questo scenario emerge una distinzione importante
tra presenza e coinvolgimento. Russia e Cina sono presenti nella crisi iraniana
ma lo sono in una forma indiretta, quasi obliqua. Non guidano gli eventi, ma li
accompagnano, cercando di orientarne gli effetti senza assumerne il peso. È una
postura che riflette una consapevolezza precisa: entrare direttamente nel
conflitto significherebbe trasformarlo in qualcosa di molto più ampio,
potenzialmente incontrollabile. Restarne fuori, invece, consente di preservare
margini di manovra, di adattarsi agli sviluppi, di capitalizzare – in modi
diversi – le conseguenze. La crisi iraniana, dunque, non è solo una guerra
regionale, ma un banco di prova per un nuovo equilibrio globale in cui le
grandi potenze esercitano il proprio ruolo non necessariamente attraverso
l’intervento diretto, ma attraverso la gestione della distanza. E in questa
distanza, che non è assenza ma misura, si gioca una parte decisiva del futuro:
perché a volte il potere non si manifesta nell’azione, ma nella capacità di
scegliere quando non agire, lasciando che siano gli altri a esporsi mentre si
osserva, si calcola, si attende.
Roberto
Rapaccini
PODCAST - Conflitto in Medio Oriente e crisi in Iran, il ruolo di Russia e Cina – clicca qui