Se
Gaza è diventata la lente attraverso cui il mondo osserva il conflitto, la
Cisgiordania è invece il luogo in cui la crisi si è trasformata in una
pressione quotidiana e capillare, fatta di frammentazione territoriale,
operazioni di sicurezza ricorrenti, violenza dei coloni, indebolimento
dell’Autorità Nazionale Palestinese, progressivo collasso economico-sociale.
Per comprendere la situazione bisogna considerare tre dimensioni che si alimentano
reciprocamente — ovvero il controllo del territorio, la sicurezza/ordine
pubblico e la tenuta istituzionale-economica — perché in Cisgiordania
l’escalation non avviene attraverso grandi battaglie, ma mediante la
progressiva riduzione degli spazi di vita dei palestinesi e la moltiplicazione
dei punti di attrito. Sul piano del controllo territoriale la dinamica più
significativa degli ultimi mesi è l’estensione degli strumenti amministrativi e
decisionali israeliani, che avvicinano la realtà a una annessione di fatto più
che a una semplice gestione dell’occupazione. All’inizio di febbraio 2026 le
autorità di sicurezza israeliane hanno approvato misure che rafforzano la
propria autorità civile e facilitano acquisizioni e gestione fondiaria, con
ricadute dirette su pianificazione, registri e capacità palestinese di incidere
su aree e permessi, provocando una forte contestazione. Queste iniziative
incidono su un territorio già configurato come un mosaico complesso: l’assetto
derivato dagli Accordi di Oslo ha prodotto una geografia in cui l’Autorità
Palestinese esercita competenze piene solo in alcune aree urbane (A),
competenze miste in altre (B), mentre una porzione molto ampia (C) resta sotto
controllo israeliano. Quando aumentano i poteri civili israeliani o si
allargano i margini per insediamenti e acquisizioni, la conseguenza pratica è
una Cisgiordania ulteriormente spezzata in isole separate da corridoi,
barriere, strade dedicate e chiusure temporanee, mentre il sistema dei permessi
trasforma la mobilità per lavoro, scuola, cure e commercio in una costante
fonte di stress sociale. Sul piano della sicurezza il Nord della Cisgiordania è
divenuto il principale teatro di operazioni israeliane e scontri con gruppi
armati, con arresti e raid che possono paralizzare quartieri e mercati per
giorni e creare un circolo in cui le operazioni producono chiusure e
contrazione economica, la contrazione economica alimenta frustrazione e
radicalizzazione e la radicalizzazione rende più probabili nuovi interventi. Può
apparire una semplificazione, ma questa catena causale compare regolarmente nei
rapporti umanitari e nelle analisi economiche, perché l’economia cisgiordana
dipende in modo cruciale dalla libertà di movimento e dall’accesso al lavoro —
anche in Israele — e quando tali canali si restringono l’impatto su redditi, su
attività commerciali, su debiti familiari e coesione sociale è immediato. A ciò
si aggiunge un elemento distintivo rispetto a Gaza: la violenza dei coloni e le
tensioni legate agli insediamenti, che non costituiscono soltanto un problema
giuridico o diplomatico ma un fattore quotidiano di sicurezza e di spostamento
forzato; nelle aree rurali, soprattutto dove vivono comunità pastorali,
intimidazioni, aggressioni, danneggiamenti e restrizioni di accesso possono
rendere impossibile restare, e quando una famiglia abbandona una collina non
perde soltanto la casa, ma il lavoro, la rete sociale, la scuola dei figli e
soprattutto la continuità di presenza su quella terra, vero capitale politico
di un conflitto di lunga durata. Il terzo elemento, spesso sottovalutato, è la
crisi dell’Autorità Palestinese, contemporaneamente struttura di governo,
apparato di sicurezza interna e soggetto politico delegittimato da anni di
stallo, divisioni interne e percezione di inefficacia; in un contesto di
operazioni militari ricorrenti, restrizioni di movimento, erosione fiscale e
sfiducia popolare, essa fatica a presentarsi come centro di gravità capace di
assorbire conflitti e gestire transizioni, lasciando spazio a reti locali,
clan, milizie o semplicemente a forme spontanee di autorganizzazione sociale.
Quando l’economia si contrae e i trasferimenti fiscali o i canali bancari si
complicano, il problema diventa materiale — pagare stipendi, sostenere servizi,
garantire ordine — e la contrazione economica legata a restrizioni, perdita di
accesso al lavoro e instabilità fiscale si traduce direttamente in povertà e
riduzione della resilienza familiare. In questo quadro la vita quotidiana in
Cisgiordania finisce per dipendere da due fattori dominanti: l’incertezza — non
sapere se domani la strada sarà aperta, se l’università funzionerà, se si potrà
raggiungere un ospedale o mantenere il lavoro — e la localizzazione — riduzione
del raggio di azione, minori spostamenti, minori consumi, minori investimenti,
minore capacità di progettare il futuro — con un effetto rilevante: la
Cisgiordania non sta esplodendo in un unico incendio ma si consuma in una
combustione lenta che modifica la società dall’interno, indebolendo il capitale
necessario alla politica, cioè fiducia, istituzioni credibili, prospettive e
base economica minima, e amplificando la logica dello scontro. Il quadro si
complica sul piano giuridico e diplomatico, dove la teoria si confronta con la
realtà materiale: il parere della Corte Internazionale di Giustizia del luglio
2024 ha indicato l’illegalità di alcuni aspetti della situazione nei Territori
occupati e definito obblighi per l’intera comunità internazionale, rendendo
sempre più difficile sostenere la narrazione di una situazione temporanea in
attesa di negoziato; quanto più avanzano misure amministrative che consolidano
controllo e insediamenti, tanto più l’occupazione assume i tratti di
un’annessione di fatto e perde credibilità ogni tradizionale processo
diplomatico. In sintesi la Cisgiordania appare oggi come un ingranaggio in cui
ogni elemento alimenta l’altro: le operazioni militari producono chiusure che
soffocano l’economia, la povertà erode la fiducia nelle istituzioni lasciando
spazio a dinamiche più radicali, mentre l’espansione degli insediamenti e la
violenza dei coloni accelerano la frammentazione territoriale rendendo ogni
soluzione politica sempre più complessa perché i fatti sul terreno cambiano
continuamente; per la popolazione palestinese la quotidianità diventa così un
labirinto di attese, permessi negati e deviazioni improvvise, dove la geografia
appare come un interruttore che qualcuno può spegnere in qualsiasi momento,
togliendo luce alla possibilità di una vita normale. Se l’Autorità Palestinese
continuerà a perdere capacità amministrativa e legittimità sociale, il rischio
non è solo una nuova esplosione di violenza ma una mutazione strutturale: il
passaggio da un conflitto politico tra due entità a una realtà permanente di
controllo asimmetrico, difficilmente reversibile con strumenti diplomatici
tradizionali. Non si tratterebbe più di gestire un processo di pace interrotto,
ma di amministrare una realtà territoriale caratterizzata da differenti livelli
di diritti e sovranità. In questo scenario la sicurezza israeliana rischierebbe
di dipendere da una gestione militare continua, mentre la società palestinese
verrebbe spinta verso forme di resistenza diffusa. L’alternativa esiste ma
richiede condizioni oggi assenti: ricostruzione di un’autorità palestinese
credibile, congelamento reale dell’espansione territoriale, riapertura di
canali economici e di mobilità, e soprattutto il ritorno della politica
internazionale. Senza questi elementi il conflitto non si concluderà né
esploderà definitivamente, ma tenderà a stabilizzarsi in una tensione
permanente, una normalizzazione dell’eccezione, nella quale la violenza non
sarà più percepita come crisi ma come struttura della quotidianità. Roberto
Rapaccini
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