La NATO dell’era Trump non può essere liquidata con una formula semplice. Non è soltanto il ritorno dell’isolazionismo americano, né soltanto una rozza trattativa commerciale applicata alla sicurezza collettiva. È qualcosa di più contraddittorio: una strategia di fondo abbastanza coerente, innestata però su un metodo politico spesso caotico, brutale, intermittente, capace di produrre risultati concreti ma anche di incrinare la fiducia che costituisce il vero cemento dell’Alleanza Atlantica. La tesi è questa: Trump ha colto un punto reale, che molti europei avevano preferito eludere per decenni. La NATO non poteva continuare a funzionare come un sistema nel quale gli Stati Uniti garantivano la sicurezza ultima del continente europeo, mentre una parte significativa degli alleati beneficiava dell’ombrello americano senza sostenere un adeguato sforzo militare. Su questo piano, la pressione americana non nasce con Trump. Già prima di lui, Washington chiedeva agli europei di spendere di più per la difesa. Ma Trump ha trasformato una richiesta diplomatica in una minaccia politica. Ha tolto il velo del linguaggio atlantico tradizionale e ha posto la questione nei termini più crudi: chi vuole protezione deve contribuire di più. Il risultato, almeno sul piano numerico, è stato rilevante. Nel 2025 tutti gli alleati NATO hanno raggiunto o superato il vecchio obiettivo del 2% del PIL destinato alla difesa; nello stesso anno gli alleati europei e il Canada hanno aumentato la spesa del 20% rispetto al 2024. La stessa NATO ricorda che nel 2014 solo tre alleati rispettavano quel parametro. Inoltre, al vertice dell’Aia del giugno 2025, gli Stati membri hanno assunto un nuovo impegno: investire entro il 2035 il 5% del PIL in difesa e sicurezza, articolato in almeno il 3,5% per le esigenze militari fondamentali e l’1,5% per spese connesse alla sicurezza, alla resilienza e alle infrastrutture strategiche. Qui si vede la coerenza strategica. Trump ha costretto l’Europa a guardare in faccia una verità rimossa: senza capacità militare autonoma, la sovranità politica resta incompleta. L’Unione Europea può parlare di autonomia strategica, ma se non dispone di industrie della difesa adeguate, munizioni, sistemi antiaerei, capacità logistiche, intelligence, comando e controllo, quella autonomia rimane un lessico nobile appoggiato su gambe fragili. La guerra in Ucraina ha reso evidente che la sicurezza europea non è più una questione astratta. La Russia non è soltanto un problema regionale dell’Est; è una potenza revisionista che ha riportato la guerra convenzionale nel cuore del continente. Tuttavia, se la diagnosi trumpiana contiene una parte di verità, la sua esecuzione produce un effetto ambiguo. La deterrenza, infatti, non vive soltanto di carri armati, missili, bilanci e percentuali di PIL. Vive anche di credibilità. E la credibilità della NATO si fonda su un principio psicologico prima ancora che giuridico: l’avversario deve credere che l’attacco contro uno Stato membro attiverà realmente la risposta collettiva. L’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico stabilisce che un attacco armato contro uno o più membri sia considerato un attacco contro tutti; ma la forza di quella clausola dipende dalla sua percezione politica, non solo dalla sua formulazione normativa. È qui che l’era Trump introduce il suo elemento più destabilizzante. Quando il presidente americano mette pubblicamente in dubbio l’automatismo della protezione statunitense, quando condiziona la difesa degli alleati al pagamento di quote o al raggiungimento di soglie di spesa, ottiene certamente un effetto di pressione. Ma nello stesso tempo offre a Mosca, Pechino e ad altri attori ostili uno spazio di calcolo: fino a che punto Washington sarebbe davvero pronta a intervenire? Quanto è solida la garanzia americana? Quanto è negoziabile la sicurezza europea? La NATO, in altri termini, viene rafforzata nei bilanci ma indebolita nel simbolo. E nelle alleanze militari il simbolo non è decorazione: è parte della forza. Una garanzia difensiva che deve essere continuamente confermata perde parte della sua naturale efficacia. Se ogni crisi riapre il dubbio sulla volontà americana, l’Alleanza non scompare, ma diventa più nervosa, più contrattuale, più esposta alla prova dell’avversario. L’esempio recente delle truppe americane in Europa mostra bene questa ambivalenza. Da un lato, la riduzione graduale della presenza statunitense può essere interpretata come conseguenza logica dell’aumento delle capacità europee: se gli europei spendono di più, gli Stati Uniti possono riequilibrare il proprio dispositivo globale e concentrarsi maggiormente sull’Indo Pacifico. Il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha presentato gli aggiustamenti della presenza americana in Europa come un processo graduale e strutturato, tale da non compromettere i piani di difesa dell’Alleanza. Dall’altro lato, decisioni annunciate, corrette, invertite o comunicate in modo contraddittorio alimentano l’impressione di una strategia più reattiva che ordinata. La recente decisione di Trump di inviare ulteriori truppe in Polonia, dopo precedenti segnali di riduzione del dispositivo europeo, è stata accolta positivamente da Varsavia, ma ha anche confermato la percezione di una gestione oscillante e personalizzata della postura americana. La coerenza di fondo è dunque riconoscibile: meno assistenzialismo strategico, più responsabilità europea, più spesa, più capacità operative, più deterrenza convenzionale. Il caos sta nel modo in cui questa linea viene perseguita: attraverso ultimatum, dichiarazioni improvvise, pressioni pubbliche, personalizzazione dei rapporti bilaterali e frequenti sovrapposizioni tra sicurezza, commercio, consenso interno e politica di potenza. Per l’Europa questo scenario è scomodo, ma anche istruttivo. Sarebbe troppo facile attribuire tutto alla imprevedibilità di Trump. In realtà, Trump rende visibile una trasformazione più profonda della politica americana: gli Stati Uniti non intendono più sostenere indefinitamente il ruolo di garante quasi gratuito dell’ordine europeo. Il baricentro strategico americano guarda alla Cina, al Pacifico, alla competizione tecnologica, alla sicurezza delle catene di approvvigionamento, al controllo delle rotte e delle infrastrutture critiche. L’Europa resta importante, ma non è più l’unico teatro prioritario. La NATO sopravvive, ma dentro una nuova gerarchia di interessi. Questo mutamento obbliga gli europei a uscire da una lunga adolescenza strategica. Per decenni molti Paesi del continente hanno coltivato una sorta di doppia comodità: criticare l’egemonia americana e, nello stesso tempo, beneficiarne; rivendicare autonomia politica e, nello stesso tempo, dipendere dagli Stati Uniti per intelligence, deterrenza nucleare, proiezione militare, logistica, sorveglianza satellitare e superiorità tecnologica. Trump rompe questa ambiguità. Lo fa in modo sgraziato, talvolta persino controproducente, ma costringe l’Europa a misurarsi con una domanda inevitabile: quanto vale davvero la sicurezza europea per gli europei? Naturalmente, il passaggio dal 2% al 5% non è una semplice correzione contabile. È una trasformazione politica, industriale e sociale. Spendere di più non significa automaticamente difendersi meglio. Servono programmazione, interoperabilità, standard comuni, filiere produttive, capacità di mobilitazione industriale, scorte, addestramento, manutenzione, ricerca tecnologica. C’è poi un’altra questione: il rapporto fra NATO e Unione Europea. La pressione americana può favorire una europeizzazione della NATO, cioè un’Alleanza in cui il pilastro europeo diventa più robusto. Ma può anche alimentare spinte centrifughe: nazionalismi strategici, tentazioni di autonomia separata, divergenze fra Est e Ovest, fra Paesi baltici e mediterranei, fra chi percepisce la minaccia russa come esistenziale e chi la considera più indiretta. Le recenti discussioni in Francia sull’eventuale uscita dal comando militare integrato della NATO, rilanciate da Marine Le Pen, mostrano che il tema dell’autonomia strategica può assumere direzioni molto diverse: rafforzamento europeo dentro l’Alleanza oppure distanziamento politico dalla struttura atlantica. Il nodo vero, quindi, non è scegliere fra NATO americana e difesa europea. Il nodo è costruire una NATO meno dipendente dagli Stati Uniti senza trasformarla in un guscio vuoto. L’Europa deve diventare più capace non per sostituire domani Washington, ma per rendere l’Alleanza meno vulnerabile agli umori della politica americana. Paradossalmente, una maggiore autonomia europea potrebbe salvare la NATO, non distruggerla. Un alleato più forte è anche un alleato più rispettato. L’era Trump ci consegna dunque una NATO più muscolare ma anche più inquieta. Più finanziata, ma meno rassicurata. Più consapevole della minaccia, ma meno certa della propria grammatica politica. La strategia è coerente perché individua una necessità reale: redistribuire gli oneri della difesa e ricostruire una deterrenza credibile davanti alla Russia e alle nuove competizioni globali. L’esecuzione è caotica perché confonde spesso la leadership con la pressione, la deterrenza con la minaccia agli alleati, la diplomazia con la transazione. La NATO ha sempre vissuto su un equilibrio delicato: potenza americana, consenso europeo, minaccia esterna, fiducia interna. Trump ha scosso tutti e quattro questi elementi. Ha ricordato agli europei che la protezione non è gratuita. Ha ricordato agli americani che l’Alleanza può servire solo se gli alleati contribuiscono davvero. Ma ha ricordato anche agli avversari che dentro il fronte occidentale esistono crepe, sospetti e stanchezze. Per questo la NATO dell’era Trump non è una NATO finita. È una NATO sotto stress. E lo stress, nella storia delle alleanze, può avere due esiti: la dissoluzione lenta o la maturazione forzata. L’Europa dovrebbe evitare la prima e accettare la seconda. Non per obbedire a Trump, ma per non dipendere più, in modo infantile, dal prossimo presidente americano. La sicurezza europea non può restare appesa alla psicologia politica di Washington. Deve diventare una responsabilità condivisa, adulta, organizzata. Altrimenti l’Alleanza resterà formalmente in piedi, ma interiormente più fragile: un grande edificio militare abitato da una domanda che nessun trattato può sciogliere da solo: ci difenderemmo davvero, tutti, se arrivasse l’ora della prova? RR
APPUNTI su ISLAM e MONDO ARABO (e dintorni) di Roberto Rapaccini
Grammatica del mondo islamico, Medio Oriente, dialogo interreligioso, interetnico e multiculturale, questioni di geopolitica, immigrazione.
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