RASSEGNA STAMPA S.

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• Il Passato sarà un buon rifugio, ma il Futuro è l'unico posto dove possiamo andare. (Renzo Piano) •

PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

giovedì 12 febbraio 2026

MILANO - CORTINA, TRA SPORT E INUTILE SPRECO. MA HA ANCORA SENSO CELEBRARE LE OLIMPIADI? (2026)

Ha senso celebrare le Olimpiadi? Tutto dipende da cosa intendiamo per celebrare e, soprattutto, da cosa rimane una volta spente le luci. Le Olimpiadi sono un fenomeno strano e affascinante: un mix di rito antico e industria moderna, mito educativo e immensa macchina logistica, promessa di pace universale e arena di scontri politici, vetrina per l'eccellenza sportiva e moltiplicatore di costi. Inevitabilmente rappresentano anche un test morale per noi tutti. In un'epoca segnata da crisi climatica, disuguaglianze crescenti e istituzioni fragili ha senso concentrare risorse pubbliche e attenzione collettiva su un evento che dura solo poche settimane? La risposta non può essere un sì o un no ideologico. Deve essere una verifica puntuale, punto per punto, su utilità concreta, impatti reali, trasparenza e eredità vera e duratura. Nel caso italiano la questione è ancora più concreta e urgente, perché Milano-Cortina 2026 è arrivata quasi in extremis, con ritardi accumulati, scelte infrastrutturali controverse e un budget che è lievitato. Non si tratta solo di numeri freddi, ma di un modo di gestire l'evento che decide se le Olimpiadi sono un investimento pubblico sensato o un monumento eterno all'eccezione e allo spreco. Partiamo dal cuore simbolico: le Olimpiadi hanno ancora un valore culturale profondo? Assolutamente sì. È rarissimo oggi vedere Paesi e atleti da tutto il mondo misurarsi con regole comuni sotto la stessa grammatica di gara in un momento storico in cui la politica internazionale è frammentata e spesso violenta. Le Olimpiadi creano un linguaggio condiviso: merito puro, disciplina ferrea, rispetto per l'avversario, limiti del corpo umano, rischio calcolato, responsabilità personale. Questo non basta da solo, ma genera un'esperienza collettiva potente che parla soprattutto ai giovani. Il problema è che questo valore simbolico non può essere un assegno in bianco. Se l'evento poggia su opacità, su deroghe speciali, su promesse gonfiate e su opere inutili, il rito successivamente si capovolge e diventa un'educazione al cinismo puro. Ecco dove celebrare cambia significato: o è una festa civile controllata, misurabile e trasparente, oppure scivola nella propaganda. Poi c'è il tema economico, quello che fa litigare tutti. Le Olimpiadi vengono spesso vendute come un volano magico per turismo e investimenti. A volte lo sono veramente, specie se sbloccano opere già utili come trasporti efficienti, rigenerazioni urbane o impianti sportivi davvero usabili dopo, e se la governance è rigorosa e senza fronzoli. Ma la storia recente delle Olimpiadi è zeppa di sforamenti di budget, perché l'evento tende a gonfiarsi da solo: sicurezza, logistica, tecnologia, ospitalità, infrastrutture, pressione dei tempi stretti. Per Milano-Cortina 2026 diverse inchieste giornalistiche e dichiarazioni dei vertici hanno evidenziato un aumento del budget organizzativo e un ricorso massiccio a fondi pubblici per le infrastrutture, con molte opere non completate o slittate oltre i Giochi. Qui la domanda si fa tagliente e delicata: stiamo spendendo per cose che serviranno ai cittadini per anni, o solo per fare bella figura per pochi giorni? Se una quota importante dei benefici arriva dopo, non è per forza un dramma: potrebbe significare che finalmente si investe sul serio. Ma potrebbe anche voler dire che le Olimpiadi sono state usate come pretesto retorico per sbloccare cantieri immaturi, con il rischio che l'urgenza porti inefficienze, varianti infinite, contenziosi e costi di manutenzione futuri pesantissimi. Ed eccoci al punto più sensibile della questione: le opere simbolo, soprattutto quelle in montagna. Le Olimpiadi invernali sono il fronte caldo tra sport e clima: neve incerta, temperature in rialzo, dipendenza dall'innevamento artificiale, consumi d'acqua ed energia alle stelle, trasformazioni del paesaggio. È un problema strutturale del modello dei Giochi invernali, non solo italiano. Per il 2026 paradossalmente abbiamo visto l'opposto: grandi nevicate che rassicurano sulla neve ma complicano cantieri e logistica, ricordandoci che il clima non è solo meno neve, ma instabilità totale, imprevedibilità, rischi operativi. In questo contesto ogni nuova infrastruttura va valutata con uno sguardo a lungo termine: costruzione, gestione, manutenzione e uso dopo i Giochi. Il caso più problematico è quello degli impianti da sliding (bob, skeleton, slittino): in Italia il dibattito è stato emblematico opponendo due visioni. Da un lato quella più in conforma alle recenti linee CIO (linee guida e raccomandazioni del Comitato Olimpico Internazionale), che spingono a usare impianti esistenti (anche oltre confine) per tagliare costi e impatti; dall'altro la rivendicazione di opere nazionali di prestigio che rischiano di diventare cattedrali nel deserto senza un piano credibile per l'uso post-evento. Analisi e cronache hanno messo in luce costi elevati e timori di white elephants (costose cattedrali nel ghiaccio), basati su precedenti come Torino 2006. Se economia e ambiente sono i pilastri misurabili, il terzo è la qualità democratica. Un'Olimpiade ha senso solo se non sospende lo Stato di diritto con la scusa dell'eccezionalità. Appalti trasparenti, controllo dei costi, responsabilità amministrative: questi sono i veri record che una democrazia deve perseguire. Non è roba tecnica da esperti, è politica pura. Perché ogni scorciatoia oggi diventa un contenzioso domani; ogni opera fatta male è una manutenzione eterna; ogni opacità alimenta sfiducia diffusa. Il fatto che ci siano monitoraggi civici, report e richieste di accesso ai dati mostra che la società italiana non vuole essere spettatrice passiva: è un segnale positivo, ma anche prova di un rischio percepito come alto. A questo punto rovesciamo la domanda: se tendenzialmente si dubita che non ha senso celebrare le Olimpiadi, quali condizioni le rendono opportune? Senza retorica vuota ma con spirito pratico e concreto si evidenzia quanto segue. Primo: la prevalenza di infrastrutture già previste e utili con una quota minima di opere nuove specialistiche senza necessità concreta di utilizzo dopo la fine delle Olimpiadi. Secondo: budget realistici e pubblici con indicatori aggiornati e controllabili; ogni euro extra deve avere una motivazione evidente e tracciabile. Terzo: ‘legacy’ verificabile con impegni scritti su gestione e manutenzione, altrimenti l’eredità è solo marketing. Quarto: sostenibilità non solo dichiarata ma dimostrata (mobilità, energia, consumo di suolo, acqua, emissioni) perché lo sport invernale non può fingersi negazionista sul proprio habitat. Su questo il CIO con l’Agenda 2020 e la sua strategia di sostenibilità ha fissato lessico e obiettivi; il nodo è trasformarli in vincoli reali, non slogan. Quinto, un patto di verità con i cittadini: l’Olimpiade non ripaga tutto magicamente, genera benefici solo se incastrata in piani territoriali intelligenti, altrimenti drena risorse e lascia debiti materiali e immateriali. Quindi ha senso celebrare le Olimpiadi? Sì, se celebriamo non solo la gara, ma l'idea di un limite: limite ai costi, alle deroghe, all'impatto, all'ego politico delle opere monumentali. Sì, se non sospende la normalità ma la mette alla prova più dura. Sì, se diventa l'opposto del grande evento all'italiana: non un’eccezione che giustifica tutto, ma un acceleratore di ciò che doveva già funzionare. Altrimenti no: è un rito costoso che compra consenso breve e scarica conseguenze lunghe proprio quando il Paese ha bisogno di investimenti meno appariscenti ma più vitali (sanità territoriale, scuola, manutenzione ordinaria, sicurezza idrogeologica, trasporti quotidiani). La conclusione più onesta? Le Olimpiadi hanno senso quando smettono di chiedere fede cieca e accettano verifiche severe; quando non pretendono amore incondizionato, ma rendicontazione precisa. In fondo, è il criterio più olimpico in assoluto: contano i risultati, non le buone intenzioni. Roberto Rapaccini