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PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

domenica 20 settembre 2026

LA GUERRA DEI COLLI DI BOTTIGLIA


Dallo Stretto di Hormuz alle terre rare: chi controlla ciò che il mondo non può sostituire

Per molto tempo la geopolitica ha avuto una geografia facilmente riconoscibile. Stretti, canali, porti, oleodotti, confini. Hormuz, Suez, Bab el-Mandeb, Malacca: passaggi obbligati attraverso i quali transitano energia, merci e potenza. Oggi a questa geografia visibile se ne sta sovrapponendo un’altra, meno intuitiva ma non meno strategica. I nuovi colli di bottiglia possono essere una raffineria di gallio, un impianto capace di separare terre rare, una fabbrica di magneti permanenti o una tecnologia posseduta da pochissimi operatori. Non occorre bloccare uno stretto se si controlla un materiale che gli altri non riescono rapidamente a sostituire. È qui che le materie prime critiche cessano di essere un argomento da specialisti e diventano geopolitica. Litio, cobalto, grafite, gallio, germanio, tungsteno e terre rare entrano in automobili elettriche, turbine, data center, semiconduttori, satelliti, radar e sistemi d’arma. Spesso sono utilizzati in quantità minime rispetto al valore del prodotto finale. Ma proprio questo è il paradosso: pochi grammi di un materiale difficilmente sostituibile possono condizionare una filiera industriale da miliardi. Il punto decisivo non è soltanto dove si trova il minerale. È chi sa trasformarlo. Nel 2024 la Cina rappresentava circa il 60% dell’estrazione mondiale delle terre rare utilizzate per i magneti, ma il 91% della produzione raffinata e il 94% dei magneti permanenti sinterizzati. Il vantaggio strategico, dunque, non è semplicemente geologico: è industriale, tecnologico e logistico. Una miniera può essere aperta altrove; ricostruire competenze, impianti di separazione, raffinazione e manifattura richiede anni e capitali. Negli ultimi anni questa concentrazione è diventata politicamente visibile. L’Agenzia internazionale dell’energia osserva che dal 2023 il numero di categorie minerarie sottoposte dalla Cina a controlli sulle esportazioni è triplicato. Nel 2025 le restrizioni sulle terre rare pesanti hanno avuto ripercussioni sulle industrie a valle, fino a provocare riduzioni temporanee dell’attività in alcuni stabilimenti automobilistici. Il problema non riguarda soltanto le terre rare: gallio e germanio, essenziali per semiconduttori, fibra ottica e numerose applicazioni tecnologiche e militari, restano mercati estremamente concentrati. Nel settembre 2026 Reuters indicava la quota cinese della produzione mondiale rispettivamente intorno al 98,9% e al 68,6%. Questo non significa che ogni restrizione commerciale debba essere interpretata automaticamente come un atto ostile. Controlli all’esportazione, sussidi, politiche industriali e misure di sicurezza economica vengono ormai utilizzati da molte potenze. Ma il risultato sistemico è evidente: l’interdipendenza, che nell’epoca della globalizzazione veniva considerata soprattutto una fonte di efficienza e stabilità, viene sempre più letta anche come vulnerabilità. La dimostrazione più recente arriva dal rapporto tra Stati Uniti e Cina. Nei colloqui di ieri 20 settembre 2026 tra il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng, commercio, intelligenza artificiale e minerali critici sono entrati nella stessa agenda. È un accostamento significativo. La competizione tecnologica ha bisogno di una base materiale. Un algoritmo può essere immateriale; il data center che lo esegue, il chip che lo alimenta, la rete elettrica che lo sostiene e i sistemi militari che utilizzano quella capacità non lo sono affatto.  Si sta così formando una nuova grammatica della potenza. Gli Stati cercano di diversificare i fornitori, creare scorte, finanziare miniere e impianti di raffinazione, riciclare materiali e riportare alcune lavorazioni all’interno dei confini nazionali o in Paesi considerati affidabili. È il passaggio dall’efficienza assoluta alla resilienza. Ma la resilienza costa. Secondo l’IEA nuovi impianti di raffinazione realizzati fuori dal Paese che già domina una determinata filiera possono avere costi di capitale superiori dal 20% a oltre il 150%, mentre i costi operativi risultano mediamente circa il 50% più elevati. Il problema geopolitico incontra quindi quello economico: quanto siamo disposti a pagare per ridurre una dipendenza strategica? L’Unione Europea ha già costruito una risposta normativa, ma parte da una posizione difficile. Nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre 2026 Ursula von der Leyen ha affermato che l’UE rimane dipendente dalla Cina per oltre l’80% di numerose materie prime critiche e fino al 90% per alcune terre rare. Il Critical Raw Materials Act fissa per il 2030 obiettivi precisi: almeno il 10% del consumo europeo dovrebbe poter essere coperto da estrazione interna, il 40% da capacità europea di trasformazione e il 25% da riciclo; inoltre, nessun singolo Paese terzo dovrebbe rappresentare più del 65% del consumo annuale dell’Unione di ciascuna materia prima strategica in una fase rilevante della lavorazione. Bruxelles sta parallelamente sviluppando strumenti per acquisti comuni e scorte strategiche. La difficoltà è che una politica mineraria non si improvvisa. Aprire nuove miniere incontra tempi autorizzativi, costi ambientali, opposizioni locali e investimenti elevati. Raffinare materiali critici richiede energia, tecnologie e competenze. Anche il riciclo non risolve immediatamente il problema: dipende dalla quantità di prodotti giunti a fine vita e dalla capacità di recuperare materiali spesso dispersi in componenti complessi. Secondo l’IEA con le politiche attuali il contributo medio del riciclo per i principali minerali energetici potrebbe salire dall’attuale livello vicino al 10% a circa il 20% entro il 2040. Qui emerge una differenza importante rispetto alla geopolitica del petrolio. Il greggio è relativamente fungibile: se un fornitore viene meno, almeno in parte può essere sostituito. Le catene dei minerali critici sono spesso più rigide. Un determinato materiale deve possedere una purezza specifica, essere lavorato secondo processi precisi e inserirsi in componenti certificati. Cambiare fornitore può richiedere nuove prove, modifiche industriali e tempi incompatibili con una crisi improvvisa. Per questo la mappa strategica del XXI secolo sta diventando più complessa. Accanto agli stretti marittimi compaiono quelli che potremmo chiamare “stretti industriali”: punti in cui una filiera mondiale passa attraverso pochi impianti, poche tecnologie o pochi Paesi. Hormuz resta fondamentale per l’energia mondiale. Ma esistono ormai anche degli Hormuz invisibili: impianti di separazione delle terre rare, produzioni di magneti permanenti, lavorazioni del gallio, capacità di raffinazione, fabbriche di semiconduttori. Non sono segnati sulle carte geopolitiche tradizionali, eppure possono condizionare intere economie e apparati militari. La conseguenza non sarà necessariamente la fine della globalizzazione. Più probabilmente assisteremo a una sua trasformazione. Le catene produttive continueranno a essere internazionali, ma tenderanno a essere maggiormente diversificate, duplicate e protette. Stati e imprese potranno accettare costi superiori pur di evitare dipendenze giudicate eccessive. Il commercio non scomparirà: diventerà più strategico. Ed è forse questo il cambiamento più importante. Per decenni abbiamo identificato la potenza con ciò che uno Stato possedeva: territorio, popolazione, esercito, risorse energetiche, capacità industriale. Nel nuovo sistema internazionale conterà sempre di più anche ciò che uno Stato o un ristretto gruppo di Stati controlla lungo il percorso che separa una materia prima dal prodotto finale. È una forma di potere meno spettacolare di una portaerei e meno visibile di un oleodotto. Ma proprio per questo può essere più difficile da percepire. La geopolitica dei colli di bottiglia ci riporta in fondo a una regola molto antica: la forza non consiste sempre nel possedere tutto. A volte consiste nel controllare ciò di cui gli altri nel momento decisivo non possono fare a meno.

 Fonti: Commissione Europea, International Energy Agency (IEA), Eurostat, agenzie di stampa, fonti giornalistiche.

 Roberto Rapaccini