Nella
modernità le idee politiche hanno sempre avuto due funzioni: comprendere la
realtà e trasformarla. Da un lato servivano a spiegare come funzionano lo
Stato, il potere e i conflitti sociali; dall’altro indicavano una direzione,
proponevano modelli diversi di società, immaginavano e programmavano il futuro.
Per lungo tempo queste due dimensioni sono rimaste unite. All’inizio del Novecento
pensare la politica significava progettare alternative concrete. Comunismo,
Fascismo e recenti concezioni della democrazia non promuovevano solo semplici
analisi ricognitive: erano tentativi di rifondare l’ordine sociale. I teorici
non erano solo studiosi, ma protagonisti dell’attività pubblica. L’elaborazione
intellettuale si traduceva in azione, in decisioni, in moderne o aggiornate istituzioni.
La politica non amministrava il mondo: provava a rifondarlo. Col passare dei
decenni questa capacità progettuale si è progressivamente indebolita. La
riflessione politica è diventata sempre più interpretazione e sempre meno
proposta. Ci si limitava ad analizzare i fenomeni, e si è cominciato a
sottoporre a revisione le ideologie senza elaborare inedite prospettive, si
sono smascherate con disincanto molte illusioni, ma nello stesso tempo si è
faticato a indicare alternative praticabili. Anche la critica più radicale
raramente si è trasformata in progetto. Dopo la fine delle grandi
contrapposizioni del Novecento si è affermata l’idea della fine della storia:
non nel senso che gli eventi cessino, ma che non esistano più modelli
organizzativi complessivi alternativi. La democrazia liberale e l’economia di
mercato sono state percepite come l’orizzonte inevitabile entro cui muoversi.
La politica da allora non sceglie più tra sistemi diversi: elabora varianti
dell’ordine esistente. In questo rinnovato contesto si è parlato di fine delle
ideologie. In realtà le ideologie non sono scomparse: si è ridimensionata la
loro incidenza sulla realtà. Le ideologie pertanto oggi non propongono più
visioni organiche della società, ma esprimono solo nuove sensibilità,
promuovendo nuovi linguaggi e aggiornate identità. Persistono posizioni forti,
spesso radicali nei toni, ma concretamente deboli nella progettualità. La
polarizzazione contemporanea non costruisce mondi alternativi: si limita ad
accentuare simbolicamente il conflitto dentro un quadro che nessuno pensa davvero
di cambiare. Anche il confronto pubblico ne risente. Mancando prospettive
complessive differenti, il dibattito non è più tra progetti ma tra giudizi
morali sullo stato delle cose. Si discute su come valutare la realtà, non su
quale realtà costruire. La politica diventa scontro permanente più che confronto
costruttivo: radicalizzazione senza trasformazione. Lo si vede anche dal ruolo
degli intellettuali. Non sono più figure coinvolte direttamente nella direzione
politica, ma soprattutto studiosi e analisti. La teoria osserva l’azione invece
di guidarla. Allo stesso tempo si è quasi dissolto il legame tra politica ed
educazione: non si tenta più di formare un cittadino nuovo, ma si gestiscono comportamenti
già consolidati. Qui avviene il passaggio decisivo. Quando il pensiero rinuncia
a immaginare un ordine sociale diverso, può solo operare su quello esistente.
La continua descrizione finisce inevitabilmente per diventare giustificazione.
Ciò che accade appare necessario e inevitabile. La politica cambia funzione.
Non è più il luogo in cui si stabilisce come deve essere la società, ma quello
in cui si regolano equilibri prodotti altrove: dall’economia, dalla tecnologia,
dagli assetti internazionali. Le istituzioni non delineano i rapporti sociali:
li ratificano. In questo modo le idee non guidano il potere ma lo accompagnano.
Servono a rendere comprensibili - e quindi accettabili - i rapporti di forza
esistenti. La politica diventa meno capace di trasformare la realtà e sempre
più impegnata a legittimarla. Non costruisce il possibile: organizza
l’esistente. Roberto Rapaccini
