La riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è più soltanto un tema di architettura istituzionale. È diventata una delle questioni politiche decisive del nostro tempo, perché riguarda la capacità della comunità internazionale di prevenire le guerre, limitarne le conseguenze e costruire soluzioni diplomatiche credibili. Il Consiglio continua infatti a riflettere l’equilibrio mondiale del 1945, quando l’ONU nacque dalle rovine della Seconda guerra mondiale e attribuì un seggio permanente, accompagnato dal diritto di veto, alle cinque potenze vincitrici: Stati Uniti, Russia — allora Unione Sovietica —, Cina, Francia e Regno Unito. Da allora il mondo è radicalmente cambiato. Gli Stati membri delle Nazioni Unite sono passati dai 51 originari agli attuali 193; l’Africa e l’Asia hanno assunto un peso politico e demografico incomparabilmente maggiore; potenze economiche come Germania, Giappone, India e Brasile rivendicano da anni un ruolo corrispondente alla propria influenza; nuovi attori regionali aspirano a partecipare alle decisioni dalle quali dipendono pace e sicurezza. Eppure il nucleo del potere internazionale è rimasto sostanzialmente immutato. Le crisi degli ultimi anni hanno reso questa contraddizione ancora più evidente. La guerra in Ucraina ha mostrato il limite strutturale di un organismo chiamato a intervenire per difendere la pace quando uno dei protagonisti del conflitto è anche membro permanente e può bloccarne le decisioni. La stessa paralisi, con schieramenti differenti, si è manifestata sulla guerra di Gaza e sulle richieste di cessate il fuoco: nel 2025 due progetti di risoluzione presentati congiuntamente dai dieci membri eletti del Consiglio furono bloccati dal veto di un membro permanente. Nello stesso anno furono inoltre opposti veti ad alcuni emendamenti riguardanti l’Ucraina. Complessivamente, tra il 2016 e il 2025 sono stati esercitati 49 veti, contro i 19 del decennio precedente. Il dato dimostra che il veto, anziché rappresentare soltanto una garanzia estrema per le grandi potenze, è divenuto sempre più spesso lo specchio della loro competizione geopolitica. Nel 2026 la situazione è diventata ancora più grave. Alla prosecuzione della guerra russo-ucraina — definita dai funzionari dell’ONU giunta alla fase più letale degli ultimi quattro anni — si sono aggiunti l’inasprimento dello scontro tra Stati Uniti e Iran, la questione nucleare iraniana, gli attacchi contro gli Stati del Golfo, la perdurante instabilità del Medio Oriente, la guerra civile in Sudan e le crisi nel Mar Rosso, nello Yemen, nel Sahel e nella Repubblica Democratica del Congo. Il 27 luglio 2026 il Consiglio è stato informato che, nelle sole settimane successive alla riunione del 9 luglio, circa 170 civili erano stati uccisi e più di mille feriti in Ucraina. Anche di fronte al confronto iraniano, il segretario generale António Guterres ha potuto soltanto esortare le parti a riprendere i negoziati e ad affidarsi alla diplomazia. Il problema, pertanto, non consiste nell’inattività formale del Consiglio. Nel 2025 esso ha tenuto 255 riunioni, adottato 44 risoluzioni e affrontato 46 diversi temi. Il Medio Oriente è stato oggetto di 66 riunioni e l’Africa di 63. Il Consiglio discute, ascolta rapporti, proroga missioni, istituisce sanzioni e approva interventi umanitari. Ma proprio il contrasto tra questa intensa attività e la difficoltà di incidere sulle guerre che coinvolgono direttamente o indirettamente le grandi potenze rivela il cuore della crisi: l’ONU riesce ancora ad amministrare numerose situazioni internazionali, ma fatica a governare le fratture più profonde dell’ordine mondiale. La principale proposta di riforma riguarda l’ampliamento del Consiglio. Brasile, Germania, India e Giappone, riuniti nel gruppo G4, chiedono da tempo nuovi seggi permanenti e una maggiore rappresentatività geografica. L’Africa costituisce il caso più evidente: comprende 54 Stati membri dell’ONU, rappresenta oltre un quarto dell’Assemblea generale ed è al centro di una parte considerevole dell’attività del Consiglio, ma non dispone di alcun seggio permanente. L’Unione Africana rivendica almeno due seggi permanenti, dotati delle medesime prerogative degli attuali membri, compreso il veto finché esso continuerà a esistere, oltre a una maggiore presenza tra i membri non permanenti. Nel 2025 il “modello africano” è stato formalmente inserito nella documentazione dei negoziati sulla riforma, segnando un progresso politico, anche se non ancora una svolta istituzionale. Un ampliamento limitato soltanto alle potenze emergenti, tuttavia, potrebbe semplicemente aggiungere nuovi privilegi a quelli già esistenti. Per questa ragione altri Stati, tra cui l’Italia nell’ambito del gruppo Uniting for Consensus, sostengono l’aumento dei seggi elettivi o la creazione di mandati più lunghi e rinnovabili, in modo da rafforzare la rappresentanza regionale senza moltiplicare i membri permanenti. Potrebbero essere introdotti seggi di durata maggiore assegnati alle diverse aree geografiche, con modalità di rotazione concordate al loro interno. Una simile soluzione consentirebbe anche a realtà oggi marginalizzate — America Latina, Africa, mondo arabo, piccoli Stati insulari — di partecipare con maggiore continuità alle decisioni. La questione più controversa rimane però il veto. La sua abolizione totale appare politicamente irrealistica, perché richiederebbe il consenso proprio delle cinque potenze che dovrebbero rinunciarvi. Più praticabile sarebbe limitarne l’esercizio nei casi di genocidio, crimini contro l’umanità e gravi violazioni del diritto umanitario; imporre al membro che lo utilizza una motivazione pubblica e circostanziata; oppure prevedere che il veto sia efficace soltanto se sostenuto da almeno due membri permanenti. Dal 2022, in seguito alla risoluzione 76/262, ogni veto determina una riunione dell’Assemblea generale, nella quale lo Stato responsabile è chiamato a spiegare pubblicamente la propria decisione. È un meccanismo di responsabilizzazione politica, non una limitazione giuridica: l’Assemblea può discutere e censurare, ma non annullare il veto. Occorre inoltre migliorare il funzionamento quotidiano del Consiglio: rendere più trasparenti i negoziati, ridurre il ricorso a consultazioni riservate, pubblicare tempestivamente le motivazioni delle decisioni e coinvolgere maggiormente gli Stati direttamente interessati, le organizzazioni regionali e la società civile. Il rapporto con l’Unione Africana, l’Unione Europea, la Lega Araba e le altre organizzazioni regionali dovrebbe diventare più stabile, senza tuttavia trasformare queste ultime in semplici esecutrici di decisioni prese dalle grandi potenze. La rappresentatività non è soltanto una questione numerica: è anche il presupposto della legittimità. Una decisione appare tanto più autorevole quanto più è percepita come il risultato di una valutazione comune e non dell’interesse di pochi Stati privilegiati. Una novità importante è arrivata con il Patto per il futuro, approvato dall’Assemblea generale nel settembre 2024, che ha definito la riforma del Consiglio una priorità e assunto l’impegno più concreto dagli anni Sessanta per correggere, in particolare, la storica sottorappresentazione africana. Il Patto ha inoltre sollecitato la presentazione di modelli dettagliati, così da trasformare una discussione spesso astratta in un confronto su proposte verificabili. Nonostante ciò, il negoziato continua a procedere lentamente. Il 28 luglio 2026 l’Assemblea generale ha deciso di proseguire immediatamente i negoziati intergovernativi durante l’ottantunesima sessione. È un segnale di continuità, ma anche la conferma che non è stato ancora raggiunto un accordo sulla composizione futura del Consiglio, sulle categorie dei nuovi seggi, sulla rappresentanza regionale e sul veto. Dopo decenni di dibattito, il rischio è che la riforma diventi un rito diplomatico annuale: tutti ne riconoscono la necessità, ma ciascuno teme che il nuovo equilibrio favorisca i propri concorrenti. Riformare il Consiglio di Sicurezza non significa garantire automaticamente la pace. Le istituzioni internazionali non possono eliminare i conflitti di potenza né costringere gli Stati ad abbandonare i propri interessi. Possono però impedire che tali interessi diventino l’unica legge riconosciuta. Un Consiglio più rappresentativo, trasparente e responsabile non sarebbe necessariamente più concorde, ma avrebbe maggiore legittimità e potrebbe ricostruire almeno in parte la fiducia nel multilateralismo. L’alternativa è lasciare che l’ONU continui a rappresentare universalmente il mondo nella sua Assemblea, mentre il suo organo più potente rimane prigioniero della geografia politica del 1945. In un’epoca segnata da guerre sempre più interconnesse, proliferazione nucleare, terrorismo, crisi climatiche, migrazioni e competizione tecnologica, questa contraddizione non è più sostenibile. La riforma non è dunque una concessione ai Paesi emergenti, ma una condizione per evitare che il Consiglio di Sicurezza perda progressivamente autorità e che la sicurezza collettiva venga sostituita, definitivamente, dalla politica dei blocchi e dalla forza delle armi.
APPUNTI su ISLAM e MONDO ARABO (e dintorni) di Roberto Rapaccini
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