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PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

mercoledì 3 giugno 2026

JIHADISMO MODERNO E ISLAMIZZAZIONE DEL RADICALISMO: GENEALOGIA DI UNA VIOLENZA

 

Le parole “jihad”, “islamismo” e “jihadismo” appartengono ormai al lessico ordinario della cronaca, ma troppo spesso vi compaiono come sinonimi impropri. Questa confusione non è neutra: alimenta automatismi interpretativi, sovrappone religione e terrorismo, riduce fenomeni storicamente complessi a formule emotive. Comprendere il jihadismo moderno significa, al contrario, distinguere. Non ogni jihad è guerra; non ogni islamismo è terrorismo; non ogni gesto violento compiuto da un soggetto musulmano, o percepito come tale, può essere immediatamente qualificato come atto jihadista. Il termine jihad significa anzitutto “sforzo”, “impegno”, tensione verso un fine religioso e morale. Nella tradizione islamica esso può indicare sia il perfezionamento interiore del credente sia, in determinate condizioni, una forma di combattimento. Il jihadismo moderno nasce precisamente quando questa seconda dimensione viene separata dal suo contesto, assolutizzata e trasformata in principio permanente di azione politica e militare. In questa torsione ideologica, il jihad armato non è più una possibilità eccezionale, ma diventa identità, dovere, destino. Va distinta, inoltre, la nozione di islamismo da quella di jihadismo. L’islamismo è un progetto politico che mira a ricondurre la società e lo Stato entro un quadro normativo ispirato all’Islam. Può assumere forme radicali e illiberali, ma non coincide necessariamente con la lotta armata. Il jihadismo, invece, rappresenta la militarizzazione estrema di questa aspirazione: non si limita a politicizzare la religione, ma fa della violenza il mezzo privilegiato per rovesciare regimi, colpire nemici e rifondare simbolicamente la comunità dei credenti. Le radici ideologiche di questo processo attraversano il Novecento. Nel 1928 Hassan al-Banna fonda in Egitto i Fratelli Musulmani, aprendo la via alla moderna politicizzazione dell’Islam. Ma è soprattutto Sayyid Qutb a imprimere una svolta decisiva. Nella sua visione, la sovranità appartiene soltanto a Dio; ogni ordinamento che pretende di sostituirsi alla legge divina è espressione di empietà. Da qui deriva la possibilità di qualificare come apostati non solo gli occidentali, ma anche i governi musulmani giudicati corrotti, laici o subordinati a potenze straniere. Nasce così la distinzione tra nemico vicino e nemico lontano. Il primo è il regime locale considerato infedele; il secondo è l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, ritenuto garante dell’ordine politico regionale. L’assassinio del presidente egiziano Anwar Sadat nel 1981, punito dai radicali per la pace con Israele, rappresenta un momento emblematico della lotta contro il nemico vicino. Ma il fallimento dell’insurrezione interna induce una parte del jihadismo a mutare strategia: per abbattere i regimi locali occorre colpire i loro protettori globali. Con Ayman al-Zawahiri e poi con Al-Qaeda, il jihadismo si trasforma così da movimento prevalentemente nazionale o regionale in progetto terroristico transnazionale. Il vero acceleratore geopolitico fu l’Afghanistan. L’invasione sovietica del 1979 offrì ai militanti islamisti un teatro ideale: una terra musulmana occupata da una superpotenza atea, una guerra presentabile come difesa della comunità islamica, un contesto internazionale dominato dalla logica della Guerra Fredda. Abdullah Azzam, ideologo palestinese e mentore di Osama bin Laden, trasformò la resistenza afghana in chiamata globale alle armi. Il jihad divenne, nella sua elaborazione, obbligo individuale di ogni musulmano. Il Maktab al-Khidamat, fondato a Peshawar da Azzam e Bin Laden, fornì l’infrastruttura logistica per l’afflusso dei volontari stranieri. Da quella convergenza nacque Al-Qaeda. Il termine significa “la base”, ma richiama anche una dimensione organizzativa, quasi archivistica: reti, elenchi, contatti, canali di finanziamento, addestramento. Il jihadismo globale non nasce dunque da un impulso arcaico e indistinto, ma da una combinazione modernissima di ideologia, guerra per procura, apparati logistici e comunicazione transnazionale. È uno dei grandi paradossi del Novecento: nella lotta contro l’Unione Sovietica, l’Occidente contribuì indirettamente ad alimentare circuiti militanti che, venuto meno il nemico comune, avrebbero rivolto la propria violenza contro l’Occidente stesso. Il jihadismo moderno è quindi un prodotto della modernità politica, non un semplice residuo medievale. Esso nasce dall’incontro tra fallimento dei nazionalismi arabi, autoritarismi postcoloniali, guerre fredde regionali, frustrazioni sociali, propaganda religiosa e crisi identitarie. La sua forza non consiste soltanto nella dottrina, ma nella capacità di offrire una spiegazione totale a soggetti e comunità che si percepiscono umiliati, marginalizzati o esclusi dalla storia. È su questo terreno che si colloca il celebre confronto tra Gilles Kepel e Olivier Roy. Kepel parla di radicalizzazione dell’Islam: a suo giudizio, il terrorismo jihadista europeo va compreso a partire dalla diffusione del salafismo, dalle reti di predicazione, dal proselitismo ideologico, dalle fratture sociali delle periferie e dal fallimento dell’integrazione. Per Kepel, l’ideologia conta: non è un semplice rivestimento, ma una matrice capace di organizzare il disagio e trasformarlo in militanza. Roy rovescia l’impostazione e parla invece di islamizzazione del radicalismo. La formula è decisiva perché sposta il centro dell’analisi: non sarebbe l’Islam, in quanto tale, a radicalizzarsi fino a generare automaticamente terrorismo; sarebbero piuttosto soggetti già radicali, già marginali, già attratti dalla rottura e dalla violenza, a trovare nel jihadismo un linguaggio disponibile, una bandiera, una sceneggiatura simbolica. In questa prospettiva, molti attentatori europei non sono il prodotto di una lunga formazione teologica, ma di biografie spezzate: piccola criminalità, isolamento, fallimento sociale, fragilità psicologica, risentimento, nichilismo. Il jihadismo offre a questi soggetti una trasfigurazione. Il delinquente diventa “combattente”, l’emarginato diventa “martire”, il fallimento individuale si converte in gesto assoluto. La religione, in questi casi, non precede sempre la violenza: spesso la riveste, la legittima, le conferisce un vocabolario eroico e sacrificale. Non siamo davanti al ritorno compatto di una tradizione, ma a un uso frammentario, semplificato e spettacolare del religioso. Il radicalizzato non possiede necessariamente una cultura islamica profonda; può avere, al contrario, un rapporto povero, intermittente o recente con la pratica religiosa. Ciò che cerca non è tanto Dio, quanto un destino. Questa prospettiva non assolve l’ideologia jihadista. Al contrario, ne mostra la potenza simbolica. Il jihadismo funziona perché offre una forma al caos: prende la frustrazione e la chiama vendetta, prende il suicidio e lo chiama martirio, prende l’anonimato e lo trasforma in apparizione mediatica. Anche il nichilismo, per diventare storia, ha bisogno di un linguaggio; il jihadismo glielo fornisce. I recenti fatti di Modena, richiamati nel dibattito pubblico per la modalità dell’azione — l’uso dell’auto contro passanti inermi — impongono proprio questa cautela interpretativa. La somiglianza tecnica con precedenti attentati jihadisti non basta, da sola, a qualificare un gesto come terrorismo. Occorrono elementi di intenzionalità politica, adesione ideologica, eventuali contatti, rivendicazioni, percorsi di radicalizzazione. Tuttavia, Modena mostra quanto l’immaginario terroristico abbia ormai contaminato il repertorio generale della violenza contemporanea. Anche quando non vi sia prova di appartenenza jihadista, certe modalità d’azione evocano immediatamente una grammatica globale del terrore. In questo senso, il caso è significativo non come prova, ma come sintomo. Esso indica una zona grigia nella quale disagio individuale, possibile emulazione, fragilità psichica, risentimento sociale e immaginario terroristico possono sovrapporsi senza coincidere pienamente. È precisamente la zona che la formula di Roy aiuta a interrogare: non tutto ciò che somiglia al jihadismo nasce da un’organizzazione jihadista; ma il jihadismo ha prodotto forme, immagini e tecniche che possono essere imitate, assorbite o evocate anche fuori da una militanza strutturata. Qui si misura il limite di ogni spiegazione univoca. Se si segue soltanto Kepel, si rischia di vedere nella matrice religiosa la causa prevalente di ogni radicalizzazione. Se si segue soltanto Roy, si rischia di ridurre l’ideologia a semplice copertura di patologie individuali o marginalità sociali. In realtà, il jihadismo contemporaneo si muove nell’intersezione fra le due dimensioni. Ha bisogno di dottrina, propaganda e reti; ma ha bisogno anche di soggetti vulnerabili, disponibili a trasformare la propria frattura biografica in guerra simbolica. La prevenzione, di conseguenza, non può essere monodimensionale. Deve sorvegliare le reti ideologiche, i predicatori radicali, gli ambienti digitali e le filiere di reclutamento; ma deve anche interrogare le periferie sociali, i percorsi criminali, la solitudine giovanile, il disagio psichico, la fascinazione nichilista per la morte spettacolare. L’intelligence deve seguire l’ideologia; la società deve comprendere il vuoto che la rende seducente. Il jihadismo moderno non è soltanto fanatismo religioso. È una macchina simbolica capace di dare nobiltà apparente alla distruzione. La sua forza consiste nel trasformare la sconfitta individuale in missione, la marginalità in elezione, la morte in messaggio. Per questo l’“islamizzazione del radicalismo” resta una categoria essenziale: essa non nega il ruolo dell’Islam radicale, ma mostra che, in molti casi, la violenza cerca prima una forma che una verità. E quando quella forma è offerta dal jihadismo, il gesto privato può diventare terrore pubblico. Comprendere questo fenomeno significa evitare due errori simmetrici: vedere terrorismo islamista ovunque, oppure non riconoscerlo finché non si manifesta nella sua forma più compiuta. Tra la patologia individuale e la strategia terroristica esiste una zona intermedia, opaca, mobile, nella quale il radicalismo può assumere segni religiosi senza nascere interamente dalla religione. È lì che si gioca oggi una parte decisiva della sicurezza europea. Ed è lì che occorre esercitare il massimo rigore: distinguere senza minimizzare, contestualizzare senza assolvere, nominare senza semplificare. Roberto Rapaccini