Il
baricentro: Israele, Gaza e la crisi della legittimità regionale.
Il
punto di partenza resta Gaza. La guerra ha prodotto una devastazione umanitaria
e politica che continua a condizionare tutto il sistema regionale. Secondo l’Ufficio
delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari a maggio 2026
le condizioni a Gaza restavano gravissime con larga parte della popolazione
sfollata, servizi sanitari e idrici sotto pressione e gravi difficoltà
nell’ingresso di materiali essenziali; l’organizzazione segnalava anche che il
finanziamento umanitario per il 2026 era fermo a una quota molto bassa rispetto
al fabbisogno. Il problema, però, non è solo umanitario. È politico. Gaza ha
incrinato ogni prospettiva di normalizzazione rapida tra Israele e Arabia
Saudita. Prima del 7 ottobre 2023 sembrava possibile un nuovo allargamento
degli Accordi di Abramo; oggi quella prospettiva appare molto più complessa.
Riyadh non può permettersi sul piano arabo e islamico una normalizzazione
percepita come indifferente alla questione palestinese. Analisi recenti
sottolineano infatti che dal punto di vista saudita la normalizzazione non è
oggi realmente all’ordine del giorno se non dentro un quadro che includa un
percorso credibile verso una soluzione palestinese. Israele dal canto suo si
trova in una posizione paradossale: militarmente ha dimostrato enorme capacità
di pressione, ma politicamente rischia un isolamento crescente. La sua dottrina
sembra sempre più fondata sulla superiorità militare, sulla prevenzione permanente
e sulla volontà di impedire che attori ostili si consolidino ai suoi confini.
Ma questa strategia, efficace nel breve periodo, produce anche una conseguenza
destabilizzante: trasforma quasi ogni confine israeliano in un fronte
potenziale.
Iran:
indebolito, ma non neutralizzato.
Il
secondo pilastro del quadro regionale è l’Iran. Dopo anni di guerra indiretta
attraverso milizie, droni, proxy e reti regionali, il confronto tra Iran,
Israele e Stati Uniti è diventato molto più esplicito. Le notizie più recenti
parlano di un nuovo grave scambio nel Golfo: forze statunitensi avrebbero
colpito siti radar iraniani dopo l’intercettazione di droni diretti verso
l’area dello Stretto di Hormuz; l’Iran avrebbe risposto con lanci contro basi
statunitensi in Kuwait e Bahrain e con minacce alla navigazione energetica. Il
punto essenziale è questo: l’Iran può essere colpito, contenuto, sanzionato, ma
non è facilmente eliminabile come fattore strategico. La sua forza non sta solo
nell’esercito regolare o nel programma missilistico. Sta nella profondità
geografica, nella capacità di mobilitare reti regionali, nella minaccia su
Hormuz, nei rapporti con Hezbollah, Houthi e milizie irachene, e nella capacità
di trasformare la propria vulnerabilità in leva negoziale. Teheran oggi sembra
giocare una partita doppia: da un lato vuole evitare una guerra totale che
potrebbe mettere a rischio il regime; dall’altro non può apparire sconfitta
davanti al proprio fronte interno e ai propri alleati regionali. Da qui una
strategia di escalation controllata, minacce marittime, pressione sui proxy e
negoziato duro. Il Golfo, in questo senso, è diventato il luogo dove la
geopolitica incontra l’economia mondiale: Hormuz non è solo uno stretto, è un
interruttore energetico globale.
Il
Libano: il fronte più fragile.
Il
Libano è probabilmente il punto più pericoloso dopo Gaza e il Golfo. Hezbollah
è stato colpito duramente negli ultimi anni ma non è scomparso. Anzi, in alcuni
ambienti sciiti libanesi la pressione israeliana può rafforzare la percezione
che Hezbollah resti l’unica forza capace di difendere la comunità, anche quando
il prezzo pagato dal Paese è altissimo. Recenti analisi descrivono un Libano
devastato dal conflitto, con Hezbollah capace di riorganizzarsi e mantenere una
presa politica e militare significativa. Negli ultimi giorni la situazione si è
fatta ancora più delicata: dopo un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti,
raid israeliani nel sud del Libano avrebbero ucciso anche militari libanesi,
suscitando la protesta delle autorità di Beirut e mettendo a rischio la tregua.
Il Libano è prigioniero di tre debolezze: uno Stato fragile, un’economia ancora
devastata e un attore armato — Hezbollah — che opera dentro e oltre lo Stato.
Israele, invece, non accetta più la vecchia logica della deterrenza instabile
al confine nord. Il risultato è un equilibrio impossibile: se Hezbollah
arretra, perde funzione e prestigio; se attacca, espone il Libano a distruzioni
ulteriori; se Israele occupa o colpisce troppo, rafforza la narrativa della
resistenza.
Siria
post-Assad: non pace, ma transizione contesa.
La
Siria è il cambiamento più importante e forse meno stabilizzato. La caduta del
regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 non ha chiuso la crisi siriana: ne
ha aperta una nuova fase. Secondo il Council on Foreign Relations, dopo la fine
del regime Assad la Siria è entrata in una transizione fragile sotto Ahmed
al-Sharaa, con tensioni nel nord-est curdo, scontri con fazioni sostenute dalla
Turchia e violenze settarie contro comunità alawite e druse. Qui il nodo è
doppio: chi controlla lo Stato siriano e chi controlla i suoi confini. La
Turchia vuole impedire la nascita di un’entità curda autonoma stabile lungo il
proprio confine. Israele vuole evitare che la Siria diventi di nuovo
piattaforma iraniana o jihadista. Le monarchie del Golfo vedono nella
ricostruzione siriana un’occasione d’influenza. L’Occidente oscilla tra
prudenza, antiterrorismo e necessità di stabilizzazione. Analisi recenti
segnalano proprio che il rapporto sempre più teso tra Israele e Turchia sarà un
fattore decisivo nella Siria post-Assad. In sostanza, la Siria non è più il
vecchio protettorato russo-iraniano dell’epoca Assad, ma non è ancora uno Stato
sovrano ricomposto. È un territorio in transizione, attraversato da milizie,
minoranze impaurite, potenze regionali e interessi energetici.
Turchia:
potenza indispensabile e ambigua.
La
Turchia è oggi uno degli attori più abili della regione. Parla con la NATO, con
Mosca, con Doha, con Baghdad, con il nuovo potere siriano, con alcune
componenti islamiste e con l’Occidente. La sua priorità resta impedire il
consolidamento curdo, ma Ankara punta anche a trasformarsi in potenza
ordinatrice della Siria settentrionale e corridoio energetico tra Golfo,
Levante ed Europa. Il problema è che la Turchia non vuole semplicemente
stabilizzare la Siria: vuole che la nuova Siria sia compatibile con i propri
interessi strategici. Questo la mette potenzialmente in collisione con Israele,
che a sua volta non vuole una Siria dominata da una potenza regionale ostile o
troppo autonoma. La rivalità turco-israeliana in Siria potrebbe diventare uno
dei nuovi assi di tensione del Medio Oriente.
Yemen
e Mar Rosso: la guerra periferica che tocca il mondo.
Lo
Yemen resta una crisi apparentemente periferica, ma in realtà centrale. Gli
Houthi hanno dimostrato che un attore non statale, radicato in un Paese
poverissimo, può minacciare una delle rotte commerciali più importanti del
pianeta: Mar Rosso, Bab el-Mandeb, Canale di Suez. Il Security Council Report
segnalava per giugno 2026 il timore di una ripresa degli attacchi Houthi alla
navigazione nel Mar Rosso, nel contesto dell’escalation regionale. Il punto
geopolitico è enorme: la sicurezza marittima non dipende più solo dalle grandi
flotte. Droni, missili, imbarcazioni veloci, intelligence costiera e milizie
ideologicamente motivate possono alterare i costi del commercio globale. La
crisi yemenita, quindi, non riguarda solo Sanaa o Aden: riguarda assicurazioni
marittime, energia, inflazione, rotte commerciali Europa-Asia e presenza
militare occidentale.
Monarchie
del Golfo: prudenza, ricchezza e paura del caos.
Arabia
Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman cercano di evitare il collasso
regionale, ma non hanno interessi identici. L’Arabia Saudita vuole stabilità
per realizzare Vision 2030, attrarre investimenti, diversificare l’economia e
non restare ostaggio di guerre regionali permanenti. Gli Emirati perseguono una
politica più assertiva, commerciale e securitaria, spesso autonoma. Il Qatar
conserva il ruolo di mediatore, anche grazie ai suoi canali con Hamas e altri
attori. Oman resta tradizionalmente utile come ponte diplomatico con l’Iran. La
grande novità è che le monarchie del Golfo non vogliono più essere soltanto retrovia
degli Stati Uniti. Vogliono protezione americana, ma anche autonomia negoziale.
Parlano con Washington, ma anche con Pechino, Mosca e Teheran. L’ipotesi di un
patto di non aggressione tra Arabia Saudita e Iran, discussa nelle ultime
settimane secondo fonti giornalistiche, mostra proprio questa ricerca di
assicurazioni multiple.
Stati
Uniti: ancora indispensabili, ma meno onnipotenti.
Gli
Stati Uniti restano l’attore militare esterno decisivo: basi nel Golfo, Quinta
Flotta, sostegno a Israele, capacità di colpire Iran e milizie. Ma la loro
posizione è più complicata rispetto al passato. Washington deve proteggere
Israele, contenere l’Iran, rassicurare il Golfo, evitare un’impennata
energetica globale, non farsi trascinare in una guerra regionale aperta e al
tempo stesso dimostrare credibilità. È una quadratura difficile. Ogni attore
regionale cerca di usare gli Stati Uniti per i propri fini: Israele per
mantenere superiorità strategica; Arabia Saudita per ottenere garanzie di
sicurezza; Iran per negoziare da una posizione di resistenza; Qatar e Oman per
restare mediatori; Turchia per rafforzare la propria centralità NATO senza
rinunciare all’autonomia.
Russia
e Cina: meno visibili, ma presenti.
La
Russia è molto più indebolita rispetto agli anni della guerra siriana classica,
ma non è scomparsa. Mantiene interessi nel Mediterraneo orientale, in Siria, in
Libia e nei rapporti con Iran e potenze arabe. Tuttavia la sua capacità di
plasmare l’ordine regionale è inferiore rispetto al periodo 2015-2020. La Cina,
invece, lavora in modo diverso: meno basi militari, più energia,
infrastrutture, commercio, mediazione diplomatica selettiva. Pechino non vuole
sostituire gli Stati Uniti come garante militare del Medio Oriente, ma vuole
essere indispensabile sul piano economico e diplomatico. La sua priorità è
semplice: flussi energetici stabili, rotte sicure, nessuna guerra totale che
danneggi commercio e approvvigionamenti.
Il
quadro complessivo.
La
regione oggi è attraversata da cinque linee di frattura:
·
Israele
contro asse iraniano, con Gaza, Libano, Siria, Iraq, Yemen e Golfo come fronti
comunicanti.
·
Sunniti
arabi contro instabilità regionale, con le monarchie del Golfo interessate più
alla stabilità economica che alle vecchie retoriche ideologiche.
·
Turchia
contro autonomie curde e contro eccessiva espansione israeliana in Siria.
·
Stati
deboli contro attori armati non statali, soprattutto in Libano, Yemen, Iraq,
Siria e territori palestinesi.
·
Rotte
energetiche e commerciali sotto minaccia, da Hormuz al Mar Rosso.
In
sintesi: il Medio Oriente del 2026 non è dominato da un’unica guerra, ma da una
guerra a bassa e media intensità diffusa, intermittente, modulare, nella quale
gli attori evitano spesso lo scontro totale ma accettano livelli altissimi di
violenza controllata.
La
previsione prudente.
Lo
scenario più probabile non è una pace regionale stabile, ma una de-escalation
intermittente: tregue, violazioni, negoziati, nuovi attacchi, pause tattiche,
pressioni economiche, scambi indiretti. Nessuno dei principali attori sembra
davvero volere una guerra totale; ma molti sono disposti a rischiarla per non
perdere posizione. Il Medio Oriente appare dunque come una regione in cui il
vecchio ordine è finito, ma il nuovo non è ancora nato. Gli Stati Uniti non sono
più onnipotenti; l’Iran è colpito ma non rimosso; Israele è militarmente
dominante ma politicamente più isolato; le monarchie del Golfo sono ricche ma
vulnerabili; la Turchia è ambiziosa; la Siria è incompiuta; il Libano è
sospeso; Gaza resta la ferita centrale. In termini geopolitici, il dato più
importante è questo: la regione non ha più un centro di gravità stabile. Ogni
crisi può diventare regionale, ogni fronte può accendere un altro fronte, ogni
milizia può avere effetti globali. È un Medio Oriente meno ideologico di quello
del Novecento, ma non meno pericoloso: più frammentato, più tecnico, più
armato, più interdipendente.
Roberto
Rapaccini