RASSEGNA STAMPA S.

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PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

domenica 7 giugno 2026

LA MAPPA INSTABILE DEL NUOVO MEDIO ORIENTE (2026)

 

Il baricentro: Israele, Gaza e la crisi della legittimità regionale.

Il punto di partenza resta Gaza. La guerra ha prodotto una devastazione umanitaria e politica che continua a condizionare tutto il sistema regionale. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari a maggio 2026 le condizioni a Gaza restavano gravissime con larga parte della popolazione sfollata, servizi sanitari e idrici sotto pressione e gravi difficoltà nell’ingresso di materiali essenziali; l’organizzazione segnalava anche che il finanziamento umanitario per il 2026 era fermo a una quota molto bassa rispetto al fabbisogno. Il problema, però, non è solo umanitario. È politico. Gaza ha incrinato ogni prospettiva di normalizzazione rapida tra Israele e Arabia Saudita. Prima del 7 ottobre 2023 sembrava possibile un nuovo allargamento degli Accordi di Abramo; oggi quella prospettiva appare molto più complessa. Riyadh non può permettersi sul piano arabo e islamico una normalizzazione percepita come indifferente alla questione palestinese. Analisi recenti sottolineano infatti che dal punto di vista saudita la normalizzazione non è oggi realmente all’ordine del giorno se non dentro un quadro che includa un percorso credibile verso una soluzione palestinese. Israele dal canto suo si trova in una posizione paradossale: militarmente ha dimostrato enorme capacità di pressione, ma politicamente rischia un isolamento crescente. La sua dottrina sembra sempre più fondata sulla superiorità militare, sulla prevenzione permanente e sulla volontà di impedire che attori ostili si consolidino ai suoi confini. Ma questa strategia, efficace nel breve periodo, produce anche una conseguenza destabilizzante: trasforma quasi ogni confine israeliano in un fronte potenziale.

 

Iran: indebolito, ma non neutralizzato.

Il secondo pilastro del quadro regionale è l’Iran. Dopo anni di guerra indiretta attraverso milizie, droni, proxy e reti regionali, il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti è diventato molto più esplicito. Le notizie più recenti parlano di un nuovo grave scambio nel Golfo: forze statunitensi avrebbero colpito siti radar iraniani dopo l’intercettazione di droni diretti verso l’area dello Stretto di Hormuz; l’Iran avrebbe risposto con lanci contro basi statunitensi in Kuwait e Bahrain e con minacce alla navigazione energetica. Il punto essenziale è questo: l’Iran può essere colpito, contenuto, sanzionato, ma non è facilmente eliminabile come fattore strategico. La sua forza non sta solo nell’esercito regolare o nel programma missilistico. Sta nella profondità geografica, nella capacità di mobilitare reti regionali, nella minaccia su Hormuz, nei rapporti con Hezbollah, Houthi e milizie irachene, e nella capacità di trasformare la propria vulnerabilità in leva negoziale. Teheran oggi sembra giocare una partita doppia: da un lato vuole evitare una guerra totale che potrebbe mettere a rischio il regime; dall’altro non può apparire sconfitta davanti al proprio fronte interno e ai propri alleati regionali. Da qui una strategia di escalation controllata, minacce marittime, pressione sui proxy e negoziato duro. Il Golfo, in questo senso, è diventato il luogo dove la geopolitica incontra l’economia mondiale: Hormuz non è solo uno stretto, è un interruttore energetico globale.

 

Il Libano: il fronte più fragile.

Il Libano è probabilmente il punto più pericoloso dopo Gaza e il Golfo. Hezbollah è stato colpito duramente negli ultimi anni ma non è scomparso. Anzi, in alcuni ambienti sciiti libanesi la pressione israeliana può rafforzare la percezione che Hezbollah resti l’unica forza capace di difendere la comunità, anche quando il prezzo pagato dal Paese è altissimo. Recenti analisi descrivono un Libano devastato dal conflitto, con Hezbollah capace di riorganizzarsi e mantenere una presa politica e militare significativa. Negli ultimi giorni la situazione si è fatta ancora più delicata: dopo un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, raid israeliani nel sud del Libano avrebbero ucciso anche militari libanesi, suscitando la protesta delle autorità di Beirut e mettendo a rischio la tregua. Il Libano è prigioniero di tre debolezze: uno Stato fragile, un’economia ancora devastata e un attore armato — Hezbollah — che opera dentro e oltre lo Stato. Israele, invece, non accetta più la vecchia logica della deterrenza instabile al confine nord. Il risultato è un equilibrio impossibile: se Hezbollah arretra, perde funzione e prestigio; se attacca, espone il Libano a distruzioni ulteriori; se Israele occupa o colpisce troppo, rafforza la narrativa della resistenza.

 

Siria post-Assad: non pace, ma transizione contesa.

La Siria è il cambiamento più importante e forse meno stabilizzato. La caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 non ha chiuso la crisi siriana: ne ha aperta una nuova fase. Secondo il Council on Foreign Relations, dopo la fine del regime Assad la Siria è entrata in una transizione fragile sotto Ahmed al-Sharaa, con tensioni nel nord-est curdo, scontri con fazioni sostenute dalla Turchia e violenze settarie contro comunità alawite e druse. Qui il nodo è doppio: chi controlla lo Stato siriano e chi controlla i suoi confini. La Turchia vuole impedire la nascita di un’entità curda autonoma stabile lungo il proprio confine. Israele vuole evitare che la Siria diventi di nuovo piattaforma iraniana o jihadista. Le monarchie del Golfo vedono nella ricostruzione siriana un’occasione d’influenza. L’Occidente oscilla tra prudenza, antiterrorismo e necessità di stabilizzazione. Analisi recenti segnalano proprio che il rapporto sempre più teso tra Israele e Turchia sarà un fattore decisivo nella Siria post-Assad. In sostanza, la Siria non è più il vecchio protettorato russo-iraniano dell’epoca Assad, ma non è ancora uno Stato sovrano ricomposto. È un territorio in transizione, attraversato da milizie, minoranze impaurite, potenze regionali e interessi energetici.

 

Turchia: potenza indispensabile e ambigua.

La Turchia è oggi uno degli attori più abili della regione. Parla con la NATO, con Mosca, con Doha, con Baghdad, con il nuovo potere siriano, con alcune componenti islamiste e con l’Occidente. La sua priorità resta impedire il consolidamento curdo, ma Ankara punta anche a trasformarsi in potenza ordinatrice della Siria settentrionale e corridoio energetico tra Golfo, Levante ed Europa. Il problema è che la Turchia non vuole semplicemente stabilizzare la Siria: vuole che la nuova Siria sia compatibile con i propri interessi strategici. Questo la mette potenzialmente in collisione con Israele, che a sua volta non vuole una Siria dominata da una potenza regionale ostile o troppo autonoma. La rivalità turco-israeliana in Siria potrebbe diventare uno dei nuovi assi di tensione del Medio Oriente.

 

Yemen e Mar Rosso: la guerra periferica che tocca il mondo.

Lo Yemen resta una crisi apparentemente periferica, ma in realtà centrale. Gli Houthi hanno dimostrato che un attore non statale, radicato in un Paese poverissimo, può minacciare una delle rotte commerciali più importanti del pianeta: Mar Rosso, Bab el-Mandeb, Canale di Suez. Il Security Council Report segnalava per giugno 2026 il timore di una ripresa degli attacchi Houthi alla navigazione nel Mar Rosso, nel contesto dell’escalation regionale. Il punto geopolitico è enorme: la sicurezza marittima non dipende più solo dalle grandi flotte. Droni, missili, imbarcazioni veloci, intelligence costiera e milizie ideologicamente motivate possono alterare i costi del commercio globale. La crisi yemenita, quindi, non riguarda solo Sanaa o Aden: riguarda assicurazioni marittime, energia, inflazione, rotte commerciali Europa-Asia e presenza militare occidentale.

 

Monarchie del Golfo: prudenza, ricchezza e paura del caos.

Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman cercano di evitare il collasso regionale, ma non hanno interessi identici. L’Arabia Saudita vuole stabilità per realizzare Vision 2030, attrarre investimenti, diversificare l’economia e non restare ostaggio di guerre regionali permanenti. Gli Emirati perseguono una politica più assertiva, commerciale e securitaria, spesso autonoma. Il Qatar conserva il ruolo di mediatore, anche grazie ai suoi canali con Hamas e altri attori. Oman resta tradizionalmente utile come ponte diplomatico con l’Iran. La grande novità è che le monarchie del Golfo non vogliono più essere soltanto retrovia degli Stati Uniti. Vogliono protezione americana, ma anche autonomia negoziale. Parlano con Washington, ma anche con Pechino, Mosca e Teheran. L’ipotesi di un patto di non aggressione tra Arabia Saudita e Iran, discussa nelle ultime settimane secondo fonti giornalistiche, mostra proprio questa ricerca di assicurazioni multiple.

 

Stati Uniti: ancora indispensabili, ma meno onnipotenti.

Gli Stati Uniti restano l’attore militare esterno decisivo: basi nel Golfo, Quinta Flotta, sostegno a Israele, capacità di colpire Iran e milizie. Ma la loro posizione è più complicata rispetto al passato. Washington deve proteggere Israele, contenere l’Iran, rassicurare il Golfo, evitare un’impennata energetica globale, non farsi trascinare in una guerra regionale aperta e al tempo stesso dimostrare credibilità. È una quadratura difficile. Ogni attore regionale cerca di usare gli Stati Uniti per i propri fini: Israele per mantenere superiorità strategica; Arabia Saudita per ottenere garanzie di sicurezza; Iran per negoziare da una posizione di resistenza; Qatar e Oman per restare mediatori; Turchia per rafforzare la propria centralità NATO senza rinunciare all’autonomia.

 

Russia e Cina: meno visibili, ma presenti.

La Russia è molto più indebolita rispetto agli anni della guerra siriana classica, ma non è scomparsa. Mantiene interessi nel Mediterraneo orientale, in Siria, in Libia e nei rapporti con Iran e potenze arabe. Tuttavia la sua capacità di plasmare l’ordine regionale è inferiore rispetto al periodo 2015-2020. La Cina, invece, lavora in modo diverso: meno basi militari, più energia, infrastrutture, commercio, mediazione diplomatica selettiva. Pechino non vuole sostituire gli Stati Uniti come garante militare del Medio Oriente, ma vuole essere indispensabile sul piano economico e diplomatico. La sua priorità è semplice: flussi energetici stabili, rotte sicure, nessuna guerra totale che danneggi commercio e approvvigionamenti.

 

Il quadro complessivo.

La regione oggi è attraversata da cinque linee di frattura:

·         Israele contro asse iraniano, con Gaza, Libano, Siria, Iraq, Yemen e Golfo come fronti comunicanti.

·         Sunniti arabi contro instabilità regionale, con le monarchie del Golfo interessate più alla stabilità economica che alle vecchie retoriche ideologiche.

·         Turchia contro autonomie curde e contro eccessiva espansione israeliana in Siria.

·         Stati deboli contro attori armati non statali, soprattutto in Libano, Yemen, Iraq, Siria e territori palestinesi.

·         Rotte energetiche e commerciali sotto minaccia, da Hormuz al Mar Rosso.

In sintesi: il Medio Oriente del 2026 non è dominato da un’unica guerra, ma da una guerra a bassa e media intensità diffusa, intermittente, modulare, nella quale gli attori evitano spesso lo scontro totale ma accettano livelli altissimi di violenza controllata.

 

La previsione prudente.

Lo scenario più probabile non è una pace regionale stabile, ma una de-escalation intermittente: tregue, violazioni, negoziati, nuovi attacchi, pause tattiche, pressioni economiche, scambi indiretti. Nessuno dei principali attori sembra davvero volere una guerra totale; ma molti sono disposti a rischiarla per non perdere posizione. Il Medio Oriente appare dunque come una regione in cui il vecchio ordine è finito, ma il nuovo non è ancora nato. Gli Stati Uniti non sono più onnipotenti; l’Iran è colpito ma non rimosso; Israele è militarmente dominante ma politicamente più isolato; le monarchie del Golfo sono ricche ma vulnerabili; la Turchia è ambiziosa; la Siria è incompiuta; il Libano è sospeso; Gaza resta la ferita centrale. In termini geopolitici, il dato più importante è questo: la regione non ha più un centro di gravità stabile. Ogni crisi può diventare regionale, ogni fronte può accendere un altro fronte, ogni milizia può avere effetti globali. È un Medio Oriente meno ideologico di quello del Novecento, ma non meno pericoloso: più frammentato, più tecnico, più armato, più interdipendente.

Roberto Rapaccini