RASSEGNA STAMPA S.

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PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

mercoledì 15 aprile 2026

L’UNGHERIA DOPO ORBÁN (2026)


La sconfitta di Viktor Orbán segna senza dubbio una cesura storica nella traiettoria politica dell’Ungheria, ma sarebbe un errore leggerla come un semplice ritorno all’ordine, come se il ciclo illiberale si chiudesse con un’alternanza elettorale. Piuttosto essa apre una fase nuova, più incerta e forse più complessa: quella del post-populismo, in cui le istituzioni democratiche formalmente sopravvivono, ma portano impressi i segni profondi di una lunga trasformazione. La democrazia, quando viene progressivamente svuotata dall’interno, non si rigenera automaticamente con il cambio di leadership; resta attraversata da fratture, da sedimentazioni culturali e da assetti di potere che non si dissolvono con il voto. Per comprendere la portata di questa transizione occorre partire da un equivoco diffuso. Il fatto stesso che Orbán sia stato sconfitto viene interpretato da alcuni come prova che l’Ungheria fosse, in fondo, una democrazia pienamente funzionante. Ma questo ragionamento confonde la procedura con la sostanza: il voto è condizione necessaria della democrazia, ma non sufficiente. Un sistema può mantenere elezioni competitive e al tempo stesso alterare profondamente l’equilibrio tra poteri, comprimere il pluralismo informativo, ridurre gli spazi di opposizione reale. In altri termini, può restare formalmente democratico mentre evolve verso forme di democrazia illiberale. Dall’altro lato anche la lettura opposta – quella che vede nella sconfitta di Orbán una vittoria piena e lineare della democrazia liberale europea – rischia di semplificare eccessivamente. È indubbio che il risultato elettorale abbia un impatto simbolico e politico rilevante anche sul piano internazionale: indebolisce un asse politico che negli anni ha guardato con ambiguità alla Russia di Vladimir Putin e ha coltivato relazioni pragmatiche con la Cina, ponendosi spesso in tensione con l’Unione Europea. Tuttavia, le strutture di potere costruite in oltre un decennio non scompaiono con la sconfitta elettorale di chi le ha guidate. È qui che emerge il nodo centrale del post-populismo: la resilienza delle trasformazioni istituzionali e culturali prodotte dal ciclo precedente. Orbán lascia in eredità un sistema in cui parti rilevanti dell’amministrazione, dell’informazione e dell’economia sono state progressivamente riorientate. Il controllo o l’influenza su segmenti strategici dello Stato e della società non è un interruttore che si spegne con l’alternanza. Il nuovo esecutivo – guidato da Péter Magyar – si troverà quindi a operare in un contesto in cui il ritorno alla normalità liberale richiederà tempo, capacità politica e, soprattutto, una strategia lucida di ricostruzione istituzionale. In questo quadro le dichiarazioni di Orbán circa la volontà di continuare a lavorare per il futuro dell’Ungheria dall’opposizione non sono una formula di rito. Esse prefigurano un ruolo attivo e potenzialmente incisivo. Orbán non è un leader marginale sconfitto, ma il rappresentante di una visione politica che mantiene un radicamento sociale significativo. Dall’opposizione potrà svolgere una duplice funzione: da un lato, consolidare un blocco elettorale che si percepisce come escluso o minacciato dal nuovo corso; dall’altro esercitare una pressione costante sulle istituzioni, sfruttando eventuali difficoltà del governo. Le alleanze in questo scenario diventano un fattore decisivo. Sul piano interno Orbán potrà contare su reti politiche, economiche e mediatiche costruite negli anni. Sul piano esterno la questione è più delicata ma non meno rilevante. I rapporti con Mosca e Pechino non sono stati solo tattici, ma inseriti in una visione più ampia di autonomia strategica rispetto a Bruxelles. È plausibile che anche dall’opposizione Orbán cerchi di mantenere canali di interlocuzione con attori come la Russia e la Cina, non tanto per influenzare direttamente la politica estera ungherese - che sarà nelle mani del nuovo governo - quanto per alimentare una narrativa alternativa a quella euro-atlantica dominante. Per Péter Magyar la sfida sarà dunque duplice. Da un lato dovrà dimostrare che è possibile governare senza scivolare nelle logiche di concentrazione del potere che hanno caratterizzato la fase precedente; dall’altro dovrà evitare che il tentativo di ripristinare la democrazia liberale si trasformi in una reazione speculare, percepita come elitaria o punitiva da una parte della società. Il rischio in assenza di un equilibrio è quello di alimentare nuovamente le condizioni che hanno reso possibile l’ascesa del populismo autoritario. In definitiva la sconfitta di Orbán non chiude una stagione, ma ne apre un’altra. Il post-populismo non è il ritorno a un prima che non esiste più; è una fase di transizione in cui le democrazie devono confrontarsi con le trasformazioni che esse stesse hanno subito. In Ungheria come altrove la vera partita non si gioca nel momento della vittoria elettorale, ma nella capacità di ricostruire - lentamente e senza illusioni - le condizioni sostanziali della libertà politica. Roberto Rapaccini

  Podcast

https://youtu.be/vH-6QSDVqVk