RASSEGNA STAMPA S.

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• Il Passato sarà un buon rifugio, ma il Futuro è l'unico posto dove possiamo andare. (Renzo Piano) •

PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

lunedì 13 aprile 2026

L’IPA, THE INTERNATIONAL POLICE ASSOCIATION



 

L’idea di una polizia che sappia riconoscersi oltre le divise, oltre le lingue, oltre i confini, nasce nel cuore ferito dell’Europa del secondo dopoguerra. È in questo spazio sospeso tra memoria e ricostruzione che prende forma la International Police Association, fondata nel 1950 dal sergente britannico Arthur Troop. Non si tratta di un’intuizione casuale, ma di una risposta culturale e morale a un’epoca segnata dalla frattura: costruire una rete di appartenenti alle forze di polizia che, pur appartenendo a Stati diversi, potessero riconoscersi in un terreno comune fatto di fiducia, rispetto e conoscenza reciproca. Il motto scelto, “Servo per amikeco”, espresso in esperanto, non è un ornamento simbolico ma una dichiarazione di principio. Servire attraverso l’amicizia significa riconoscere che la funzione di polizia, pur radicata nella sovranità nazionale, possiede una dimensione umana e relazionale che travalica ogni confine. In un mondo in cui la sicurezza è spesso letta esclusivamente in termini di controllo e deterrenza, l’IPA introduce un elemento diverso: la costruzione di legami. Non legami funzionali o strumentali, ma relazioni che si fondano su una comune appartenenza professionale e su un’esperienza condivisa del rischio, della responsabilità, della decisione. Nel tempo, l’IPA si è sviluppata fino a diventare la più grande associazione di polizia al mondo, con centinaia di migliaia di membri distribuiti in oltre sessanta Paesi. Tuttavia, la sua forza non risiede nei numeri, bensì nella natura della sua rete: una trama discreta ma capillare di relazioni personali, che spesso si rivelano più efficaci di qualsiasi struttura formale quando si tratta di comprendere contesti, interpretare dinamiche locali, o semplicemente stabilire un contatto umano in territori lontani. Per comprendere davvero il significato dell’IPA occorre evitare un equivoco frequente: essa non è un organismo operativo, né un’agenzia di cooperazione di polizia in senso tecnico. Non conduce indagini, non coordina operazioni, non interviene nei processi decisionali degli Stati. La sua azione si colloca su un piano diverso, più sottile e per certi versi più duraturo: quello della cultura professionale e della fiducia reciproca. In un’epoca in cui la cooperazione internazionale è spesso regolata da protocolli rigidi e da interessi contingenti, l’IPA rappresenta una forma di cooperazione “debole” solo in apparenza, ma in realtà profondamente resiliente, perché fondata su relazioni umane dirette. Questa dimensione emerge con particolare evidenza nelle attività dell’associazione. Gli scambi culturali, i seminari, i convegni, ma anche le forme di ospitalità reciproca — come le cosiddette IPA Houses — non sono semplici occasioni di incontro, bensì dispositivi attraverso cui si costruisce una conoscenza concreta dell’altro. Un operatore di polizia che soggiorna in un Paese straniero grazie alla rete IPA non acquisisce soltanto informazioni, ma entra in contatto con una diversa declinazione della stessa funzione: scopre come cambiano le pratiche, le priorità, le percezioni della sicurezza. In questo senso, l’IPA diventa uno spazio di comparazione vivente tra modelli di polizia. I valori che sorreggono questa esperienza sono al tempo stesso semplici e profondi: amicizia, tolleranza, solidarietà. Ma sarebbe riduttivo leggerli in chiave puramente etica o retorica. In realtà, essi rappresentano una risposta concreta a una delle sfide più complesse del mondo contemporaneo: la necessità di costruire forme di cooperazione che non si esauriscano nella dimensione istituzionale. In un contesto globale caratterizzato da tensioni crescenti, da conflitti asimmetrici e da una progressiva frammentazione degli equilibri internazionali, la fiducia personale tra operatori può costituire un fattore decisivo, anche se invisibile. Vi è, in questo, una dimensione quasi paradossale. L’IPA, pur non avendo alcun potere formale, incide indirettamente sulla qualità della cooperazione internazionale. Lo fa non attraverso decisioni, ma attraverso relazioni; non mediante norme, ma attraverso esperienze condivise. È una forma di “soft power” professionale, che agisce nel lungo periodo e che difficilmente si presta a misurazioni immediate. In Italia, l’associazione ha trovato un terreno particolarmente fertile. La tradizione delle forze di polizia italiane, caratterizzata da una forte identità di corpo ma anche da una crescente apertura internazionale, ha favorito lo sviluppo di una rete IPA dinamica e diffusa. Le sezioni locali non sono soltanto articolazioni organizzative, ma veri e propri nodi di relazione, capaci di coniugare dimensione territoriale e respiro globale. Guardata da una prospettiva più ampia, l’IPA può essere letta come una risposta culturale alla globalizzazione della sicurezza. Se è vero che le minacce contemporanee — dal terrorismo alla criminalità transnazionale — superano i confini statali, è altrettanto vero che anche le risposte devono evolvere. Accanto agli strumenti istituzionali, occorrono spazi di incontro in cui gli operatori possano riconoscersi come parte di una comunità più ampia. L’IPA incarna proprio questa esigenza: quella di una comunità professionale che non cancella le differenze, ma le attraversa. In definitiva, la International Police Association non è soltanto un’associazione. È, piuttosto, un modo di intendere la funzione di polizia in una dimensione che potremmo definire “relazionale”. In un mondo che tende a irrigidirsi in blocchi e contrapposizioni, essa ricorda che esiste ancora uno spazio in cui la cooperazione nasce prima di tutto dall’incontro tra persone. E forse è proprio in questa dimensione, discreta ma persistente, che si gioca una parte non secondaria del futuro della sicurezza globale. Roberto Rapaccini