Lo
Stretto di Hormuz non è chiuso. Eppure non è neppure aperto. Si colloca in
quella zona intermedia, opaca, che la geopolitica conosce bene: lo spazio in
cui la norma giuridica sopravvive formalmente mentre la realtà operativa la
svuota dall’interno. Oggi Hormuz appare come un corridoio attraversabile solo a
determinate condizioni. Non esiste un divieto dichiarato, ma esiste un filtro.
Non vi è interdizione ufficiale, ma vi è selezione. Le navi passano, ma non
tutte. E soprattutto non liberamente. In questa ambiguità si misura la
trasformazione di uno dei principali choke point energetici globali (ovvero
un punto di passaggio obbligato e ristretto) in uno strumento attivo di
pressione politica. L’Iran ha progressivamente abbandonato la retorica del
blocco totale - troppo costosa, troppo rischiosa sul piano militare - per
adottare una strategia più sofisticata: il controllo selettivo dei flussi. In
questo modo conserva la leva senza attivare automaticamente una risposta
internazionale su larga scala. È una forma di potere che non si manifesta nella
chiusura, ma nella capacità di decidere chi passa e a quali condizioni. Una
sovranità esercitata non sul territorio, ma sul movimento. La tregua tra Stati
Uniti e Iran, che pure ha ridotto l’intensità dello scontro, non ha restituito
normalità allo stretto. Ha semplicemente congelato il conflitto in una forma
più gestibile. Le petroliere continuano ad attendere. Le compagnie valutano.
Gli assicuratori alzano i premi. La circolazione non si interrompe, ma rallenta
fino quasi a immobilizzarsi. È la logica della frizione controllata: non
bloccare, ma rendere costoso attraversare. In questo scenario, il diritto
internazionale resta sullo sfondo, evocato ma non determinante. Il principio di
libertà di transito negli stretti internazionali continua a essere formalmente
valido, ma viene reinterpretato nei fatti attraverso pratiche di controllo, deterrenza
e negoziazione implicita. La norma non scompare ma viene assorbita dalla
dinamica di potere. Il risultato è un equilibrio instabile, in cui nessuno
attore ha interesse immediato a rompere definitivamente la situazione, ma
nessuno è in grado di riportarla alla normalità. Hormuz diventa così non solo
un passaggio geografico, ma un dispositivo politico: un luogo in cui il flusso
delle merci coincide con il flusso delle relazioni di forza. Ed è forse questo
il dato più rilevante. La crisi dello stretto non consiste tanto nella
possibilità che venga chiuso, quanto nel fatto che possa restare
indefinitamente in questa condizione intermedia. Perché è proprio qui, nella
soglia tra apertura e blocco, che si esercita oggi il potere più efficace:
quello che non impedisce, ma condiziona. Roberto Rapaccini
Podcast: HORMUZ: NUOVA ERA DI CONTROLLO -
LO STRETTO: AGGIORNAMENTO DEL 10 04 2026