RASSEGNA STAMPA S.

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• Il Passato sarà un buon rifugio, ma il Futuro è l'unico posto dove possiamo andare. (Renzo Piano) •

PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

venerdì 10 aprile 2026

CISGIORDANIA: TRA SICUREZZA E GIUSTIZIA, IL FUTURO INCOMPIUTO (2026)








 

Premessa

Le guerre più pericolose non sono sempre quelle che esplodono sotto i riflettori, ma quelle che si sedimentano nel silenzio, modificando lentamente gli equilibri fino a renderli irreversibili. In proposito, mentre a Gaza si concentra l’attenzione emotiva e mediatica del mondo, è in Cisgiordania che si sta ridisegnando la forma futura del conflitto israelo-palestinese. Qui non assistiamo a bombardamenti su larga scala, né a un fronte militare definito; ciò che prende forma è un processo graduale e pervasivo, fatto di decisioni amministrative, ridefinizioni territoriali, tensioni diffuse e mutamenti istituzionali che giorno dopo giorno stanno modificando l’assetto politico del territorio. La Cisgiordania rappresenta oggi il banco di prova della sostenibilità di qualsiasi soluzione futura: è lo spazio in cui si misura la possibilità - o l’erosione progressiva - di una convivenza fondata su due entità politiche distinte. Se a Gaza si racconta l’esplosione visibile della crisi, in Cisgiordania si narra la trasformazione lenta. Ed è spesso nei processi lenti, più che negli eventi eclatanti, che si decide l’architettura di un’intera regione. È qui che si ridefiniscono i confini effettivi, le forme del controllo, la tenuta delle istituzioni palestinesi, e il delicato equilibrio tra sicurezza israeliana e aspirazione statuale palestinese. Ciò che accade in questo territorio non è un capitolo secondario della crisi, ma la sua evoluzione strutturale.

 

Breve storia della Cisgiordania

La Cisgiordania è una terra densa di storia, dove geografia e memoria coincidono. Collocata tra il fiume Giordano a est e la Linea Verde (il confine israeliano del 1948) a ovest, la Cisgiordania comprende città simboliche come Hebron, Nablus, Betlemme e la parte orientale di Gerusalemme, luoghi che intrecciano dimensione religiosa, identità nazionale e appartenenza collettiva. Più precisamente Gerusalemme dal 1967 è stata amministrativamente unificata da Israele che la considera sua capitale indivisibile; tuttavia la città resta politicamente e giuridicamente contesa, poiché la comunità internazionale non riconosce l’annessione di Gerusalemme Est, che l’Autorità Palestinese rivendica come capitale del futuro Stato palestinese.Fine modulo

 Fino alla Prima Guerra Mondiale la Cisgiordania faceva parte dell’Impero Ottomano. Con la dissoluzione dell’Impero Ottomano la regione passò sotto il mandato britannico per la Palestina, istituito dalla Società delle Nazioni. In quel periodo si intensificarono le tensioni tra popolazione araba e comunità ebraica anche in seguito alla Dichiarazione Balfour del 1917, che auspicava la creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina. Il conflitto politico moderno affonda le sue radici proprio in quegli anni, quando la questione nazionale si sovrappose a quella religiosa e territoriale. Nel 1947 le Nazioni Unite proposero la partizione del territorio in due Stati, uno ebraico e uno arabo. Alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948 seguì la prima guerra arabo-israeliana. Al termine del conflitto la Cisgiordania fu occupata dalla Giordania, che nel 1950 ne proclamò l’annessione. Tale annessione fu riconosciuta soltanto da un numero limitato di Stati e non dalla maggioranza della comunità internazionale, rimanendo dunque oggetto di contestazione sul piano giuridico. La svolta decisiva arrivò nel 1967 con la Guerra dei Sei Giorni. Israele conquistò la Cisgiordania insieme ad altri territori arabi. Da allora l’area è rimasta sotto controllo israeliano in una condizione che la gran parte della comunità internazionale qualifica come occupazione militare. È in questo periodo che iniziarono a svilupparsi gli insediamenti israeliani, destinati a diventare uno dei nodi centrali più controversi del conflitto. Negli anni Ottanta esplose la prima Intifada, una rivolta popolare palestinese contro l’occupazione. Quel movimento portò agli Accordi di Oslo (1993 - 1995) tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e alla nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese. Gli Accordi di Oslo introdussero il reciproco riconoscimento tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e istituirono un’autonomia palestinese progressiva in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Il processo prevedeva una fase transitoria di cinque anni al termine della quale le parti avrebbero dovuto negoziare le questioni definitive, cioè confini, Gerusalemme, insediamenti, rifugiati e sicurezza, con l’obiettivo dichiarato di giungere a una soluzione permanente. La Cisgiordania venne suddivisa in tre aree (‘A’, ‘B’ e ‘C’) con diversi livelli di controllo amministrativo e militare. L’accordo era concepito come fase transitoria verso la creazione di uno Stato palestinese entro pochi anni. Quel passaggio, tuttavia, non si è mai compiuto. La seconda Intifada all’inizio degli anni Duemila, la costruzione della barriera di separazione (che ha isolato interi villaggi e limitato drasticamente la libertà di movimento per lavoro, studio e cure mediche) e la continua espansione degli insediamenti hanno progressivamente modificato la geografia politica del territorio, rendendola sempre più frammentata e complessa. Oggi la Cisgiordania è uno spazio a sovranità stratificata: l’Autorità Palestinese gestisce le principali città palestinesi con competenze limitate, mentre Israele mantiene il controllo militare e amministrativo su larga parte del territorio, in particolare sull’Area ‘C’. Non esiste uno Stato palestinese indipendente, ma neppure un’annessione formale complessiva. Il risultato è un equilibrio instabile, sospeso tra aspirazione statale palestinese, esigenze di sicurezza israeliane e dinamiche regionali. In poco più di un secolo la Cisgiordania è passata dall’essere provincia ottomana a territorio conteso al centro di uno dei conflitti più longevi del mondo contemporaneo. La sua storia non è soltanto una sequenza di guerre e trattati, ma il racconto di un processo incompiuto che continua a modellare il presente del Medio Oriente.

 

L’attuale guerra invisibile in Cisgiordania

Se Gaza rappresenta oggi il fulcro attraverso cui l’opinione pubblica mondiale osserva lo scontro tra israeliani e palestinesi, la Cisgiordania è il luogo in cui la crisi assume i contorni di una pressione quotidiana e diffusa. Non vi è un fronte unico, ma una molteplicità di frizioni che incidono sulla vita ordinaria: frammentazione territoriale, operazioni di sicurezza ricorrenti, tensioni legate agli insediamenti, indebolimento dell’Autorità Nazionale Palestinese, progressivo deterioramento economico e sociale. Per comprendere questa dinamica occorre considerare tre fattori strettamente interconnessi: il controllo del territorio, la sicurezza, e la tenuta istituzionale ed economica. Sul piano territoriale negli ultimi anni Israele ha rafforzato strumenti amministrativi e decisionali che incidono sulla gestione dell’area ‘C’, con effetti concreti sulla pianificazione urbanistica, sulla registrazione delle proprietà e sulle autorizzazioni edilizie. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha sostenuto questo orientamento, favorendo una maggiore integrazione amministrativa dell’Area ‘C’ nei meccanismi statali israeliani, e approvando nuovi piani di espansione insediativa nel quadro di una coalizione in cui alcune componenti sostengono apertamente l’estensione della sovranità israeliana su parti della Cisgiordania. Secondo numerosi osservatori internazionali tali sviluppi assumono i contorni di un consolidamento strutturale del controllo, vicino a una forma di annessione di fatto. Dal punto di vista israeliano, tuttavia, queste misure vengono giustificate come necessarie per garantire sicurezza e prevenzione in un contesto percepito come altamente instabile soprattutto dopo le recenti escalation regionali. La configurazione derivata dagli Accordi di Oslo ha prodotto una geografia frammentata: enclavi urbane palestinesi circondate da territori sotto controllo israeliano, strade differenziate, check-point, restrizioni alla mobilità. Ogni limitazione agli spostamenti incide direttamente sulla vita quotidiana: lavoro, studio, cure mediche, commercio. L’economia locale è strettamente legata alla libertà di movimento e all’occupazione spesso anche all’interno di Israele; quando queste possibilità vengono meno, l’impatto su redditi, servizi e stabilità sociale è immediato. Sul fronte della sicurezza, in particolare nel nord della Cisgiordania, si susseguono operazioni militari contro gruppi armati. Le incursioni possono paralizzare temporaneamente intere città, generando un circolo complesso: restrizioni e crisi economica alimentano frustrazione sociale, che a sua volta può favorire radicalizzazione e nuove tensioni. La sicurezza, esigenza legittima per ogni Stato, si intreccia così con una pressione continua che riduce gli spazi di vita e di progettualità. A ciò si aggiungono le tensioni tra coloni israeliani e comunità palestinesi in alcune aree rurali, con episodi di intimidazione e limitazioni di accesso ai terreni agricoli, che possono condurre a spostamenti forzati e a un progressivo indebolimento della presenza palestinese in zone strategiche. Il terzo elemento è la crisi dell’Autorità Palestinese. Con entrate fiscali instabili, crescente sfiducia e difficoltà a garantire servizi essenziali, l’istituzione fatica a esercitare un ruolo di mediazione credibile. Quando un’autorità perde capacità amministrativa e consenso, il rischio non è soltanto politico, ma sociale: si crea uno spazio in cui attori informali e gruppi locali possono acquisire maggiore peso, rendendo ancora più fragile il tessuto istituzionale. La Cisgiordania non esplode in un conflitto aperto, ma si consuma in un logoramento graduale. Questa dimensione di logoramento quotidiano è stata raccontata con particolare efficacia anche dal cinema e dall’arte palestinese contemporanei. Film come Omar di Hany Abu-Assad mostrano come la pressione costante del controllo e del sospetto finisca per deformare le relazioni personali, incrinare la fiducia e frammentare il tessuto sociale, restituendo sul piano umano ciò che l’analisi politica descrive in termini strutturali. Documentari come Five Broken Cameras hanno narrato la quotidianità di villaggi attraversati dalla barriera di separazione, mentre opere di autori israeliani, come The Gatekeepers, hanno offerto uno sguardo critico dall’interno dell’apparato di sicurezza, interrogandosi sui costi morali di una gestione permanente del conflitto. La produzione culturale da entrambe le parti ha così contribuito a rendere visibile la dimensione esistenziale di una realtà, che rischia altrimenti di essere ridotta a questione tecnica o strategica. Il parere della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024, che ha giudicato illegali diversi aspetti dell’occupazione, ha accresciuto la pressione diplomatica senza modificare immediatamente la realtà sul terreno. Il conflitto si sposta così dal piano degli eventi straordinari a quello della trasformazione lenta.

 

Possibili prospettive future

La traiettoria attuale non indica un ritorno rapido al negoziato. Piuttosto emerge il rischio di una progressiva cristallizzazione dell’assetto esistente. Un primo possibile scenario futuro è quello del consolidamento del controllo israeliano in una gestione securitaria permanente del territorio. In tale contesto la questione palestinese resterebbe irrisolta ma stabilizzata entro una struttura asimmetrica nella quale la sicurezza dipende da un presidio costante. Un secondo possibile scenario riguarda l’erosione definitiva della soluzione a due Stati. Se la frammentazione territoriale rendesse impraticabile la costruzione di un’entità palestinese contigua e funzionale, il conflitto potrebbe trasformarsi in una disputa centrata non più sui confini, ma sui diritti politici e civili all’interno di uno spazio condiviso. La questione diventerebbe allora non soltanto geopolitica, ma istituzionale e civile. La dimensione regionale resta decisiva. L’evoluzione della Cisgiordania incide sugli equilibri con la Giordania, sulla politica interna israeliana e sulle relazioni tra Israele e i Paesi arabi che hanno avviato processi di normalizzazione. L’assenza di un’iniziativa internazionale strutturata favorisce l’inerzia e il consolidamento delle dinamiche in corso. Il rischio più concreto non è un’immediata guerra generalizzata, ma la sedimentazione di una realtà difficilmente reversibile. Quando un assetto si prolunga nel tempo, tende a trasformarsi in normalità. Tuttavia, una stabilità fondata esclusivamente sul controllo non coincide con una pace giusta. La sicurezza è un’esigenza legittima; ma, quando non si accompagna al riconoscimento della dignità delle persone e dei diritti dei popoli, rischia di generare una tensione permanente. La questione che la Cisgiordania pone oggi dunque non è soltanto territoriale o strategica: riguarda la possibilità per due popoli di vivere in condizioni di sicurezza, libertà e reciproco riconoscimento. Senza un rinnovato impegno politico e internazionale capace di superare la logica dell’emergenza continua, e senza una leadership disposta a orientare le proprie scelte al bene comune piuttosto che alla sola convenienza immediata, il conflitto non troverà soluzione ma soltanto una stabilizzazione fragile. E quando l’assenza di soluzione si prolunga, il pericolo maggiore è che l’ingiustizia diventi abitudine e che la speranza di una convivenza ordinata venga lentamente erosa.

Roberto Rapaccini