Premessa
Le guerre più pericolose non sono
sempre quelle che esplodono sotto i riflettori, ma quelle che si sedimentano
nel silenzio, modificando lentamente gli equilibri fino a renderli
irreversibili. In proposito, mentre a Gaza si concentra l’attenzione emotiva e
mediatica del mondo, è in Cisgiordania che si sta ridisegnando la forma futura
del conflitto israelo-palestinese. Qui non assistiamo a bombardamenti su larga
scala, né a un fronte militare definito; ciò che prende forma è un processo
graduale e pervasivo, fatto di decisioni amministrative, ridefinizioni
territoriali, tensioni diffuse e mutamenti istituzionali che giorno dopo giorno
stanno modificando l’assetto politico del territorio. La Cisgiordania
rappresenta oggi il banco di prova della sostenibilità di qualsiasi soluzione
futura: è lo spazio in cui si misura la possibilità - o l’erosione progressiva -
di una convivenza fondata su due entità politiche distinte. Se a Gaza si racconta
l’esplosione visibile della crisi, in Cisgiordania si narra la trasformazione
lenta. Ed è spesso nei processi lenti, più che negli eventi eclatanti, che si
decide l’architettura di un’intera regione. È qui che si ridefiniscono i
confini effettivi, le forme del controllo, la tenuta delle istituzioni
palestinesi, e il delicato equilibrio tra sicurezza israeliana e aspirazione
statuale palestinese. Ciò che accade in questo territorio non è un capitolo
secondario della crisi, ma la sua evoluzione strutturale.
Breve storia della Cisgiordania
La Cisgiordania è una terra densa di storia, dove geografia e memoria coincidono. Collocata tra il fiume Giordano a est e la Linea Verde (il confine israeliano del 1948) a ovest, la Cisgiordania comprende città simboliche come Hebron, Nablus, Betlemme e la parte orientale di Gerusalemme, luoghi che intrecciano dimensione religiosa, identità nazionale e appartenenza collettiva. Più precisamente Gerusalemme dal 1967 è stata amministrativamente unificata da Israele che la considera sua capitale indivisibile; tuttavia la città resta politicamente e giuridicamente contesa, poiché la comunità internazionale non riconosce l’annessione di Gerusalemme Est, che l’Autorità Palestinese rivendica come capitale del futuro Stato palestinese.
Fino alla Prima
Guerra Mondiale la Cisgiordania faceva parte dell’Impero Ottomano. Con la
dissoluzione dell’Impero Ottomano la regione passò sotto il mandato britannico
per la Palestina, istituito dalla Società delle Nazioni. In quel periodo si
intensificarono le tensioni tra popolazione araba e comunità ebraica anche in
seguito alla Dichiarazione Balfour del 1917, che auspicava la creazione di un focolare
nazionale ebraico in Palestina. Il conflitto politico moderno affonda le
sue radici proprio in quegli anni, quando la questione nazionale si sovrappose
a quella religiosa e territoriale. Nel 1947 le Nazioni Unite proposero la partizione
del territorio in due Stati, uno ebraico e uno arabo. Alla proclamazione dello
Stato di Israele nel 1948 seguì la prima guerra arabo-israeliana. Al termine
del conflitto la Cisgiordania fu occupata dalla Giordania, che nel 1950 ne
proclamò l’annessione. Tale annessione fu riconosciuta soltanto da un numero
limitato di Stati e non dalla maggioranza della comunità internazionale,
rimanendo dunque oggetto di contestazione sul piano giuridico. La svolta
decisiva arrivò nel 1967 con la Guerra dei Sei Giorni. Israele conquistò la
Cisgiordania insieme ad altri territori arabi. Da allora l’area è rimasta sotto
controllo israeliano in una condizione che la gran parte della comunità
internazionale qualifica come occupazione militare. È in questo periodo che
iniziarono a svilupparsi gli insediamenti israeliani, destinati a diventare uno
dei nodi centrali più controversi del conflitto. Negli anni Ottanta esplose la
prima Intifada, una rivolta popolare palestinese contro l’occupazione. Quel
movimento portò agli Accordi di Oslo (1993 - 1995) tra Israele e
l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e alla nascita
dell’Autorità Nazionale Palestinese. Gli Accordi di Oslo introdussero il
reciproco riconoscimento tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione
della Palestina, e istituirono un’autonomia palestinese progressiva in
Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Il processo prevedeva una fase
transitoria di cinque anni al termine della quale le parti avrebbero dovuto
negoziare le questioni definitive, cioè confini, Gerusalemme, insediamenti,
rifugiati e sicurezza, con l’obiettivo dichiarato di giungere a una soluzione
permanente. La
Cisgiordania venne suddivisa in tre aree (‘A’, ‘B’ e ‘C’) con diversi livelli
di controllo amministrativo e militare. L’accordo era concepito come fase
transitoria verso la creazione di uno Stato palestinese entro pochi anni. Quel
passaggio, tuttavia, non si è mai compiuto. La seconda Intifada all’inizio
degli anni Duemila, la costruzione della barriera di separazione (che ha
isolato interi villaggi e limitato drasticamente la libertà di movimento per
lavoro, studio e cure mediche) e la continua espansione degli insediamenti
hanno progressivamente modificato la geografia politica del territorio,
rendendola sempre più frammentata e complessa. Oggi la Cisgiordania è uno
spazio a sovranità stratificata: l’Autorità Palestinese gestisce le principali
città palestinesi con competenze limitate, mentre Israele mantiene il controllo
militare e amministrativo su larga parte del territorio, in particolare
sull’Area ‘C’. Non esiste uno Stato palestinese indipendente, ma neppure
un’annessione formale complessiva. Il risultato è un equilibrio instabile,
sospeso tra aspirazione statale palestinese, esigenze di sicurezza israeliane e
dinamiche regionali. In poco più di un secolo la Cisgiordania è passata
dall’essere provincia ottomana a territorio conteso al centro di uno dei
conflitti più longevi del mondo contemporaneo. La sua storia non è soltanto una
sequenza di guerre e trattati, ma il racconto di un processo incompiuto che
continua a modellare il presente del Medio Oriente.
L’attuale guerra invisibile in
Cisgiordania
Se Gaza rappresenta oggi il fulcro attraverso cui
l’opinione pubblica mondiale osserva lo scontro tra israeliani e palestinesi,
la Cisgiordania è il luogo in cui la crisi assume i contorni di una pressione
quotidiana e diffusa. Non vi è un fronte unico, ma una molteplicità di frizioni
che incidono sulla vita ordinaria: frammentazione territoriale, operazioni di
sicurezza ricorrenti, tensioni legate agli insediamenti, indebolimento
dell’Autorità Nazionale Palestinese, progressivo deterioramento economico e
sociale. Per comprendere questa dinamica occorre considerare tre fattori
strettamente interconnessi: il controllo del territorio, la sicurezza, e la
tenuta istituzionale ed economica. Sul piano territoriale negli ultimi anni
Israele ha rafforzato strumenti amministrativi e decisionali che incidono sulla
gestione dell’area ‘C’, con effetti concreti sulla pianificazione urbanistica,
sulla registrazione delle proprietà e sulle autorizzazioni edilizie. Il governo
guidato da Benjamin Netanyahu ha sostenuto questo orientamento, favorendo una
maggiore integrazione amministrativa dell’Area ‘C’ nei meccanismi statali
israeliani, e approvando nuovi piani di espansione insediativa nel quadro di
una coalizione in cui alcune componenti sostengono apertamente l’estensione
della sovranità israeliana su parti della Cisgiordania. Secondo numerosi
osservatori internazionali tali sviluppi assumono i contorni di un
consolidamento strutturale del controllo, vicino a una forma di annessione di
fatto. Dal punto di vista israeliano, tuttavia, queste misure vengono
giustificate come necessarie per garantire sicurezza e prevenzione in un
contesto percepito come altamente instabile soprattutto dopo le recenti escalation
regionali. La configurazione derivata dagli Accordi di Oslo ha prodotto una
geografia frammentata: enclavi urbane palestinesi circondate da territori sotto
controllo israeliano, strade differenziate, check-point, restrizioni
alla mobilità. Ogni limitazione agli spostamenti incide direttamente sulla vita
quotidiana: lavoro, studio, cure mediche, commercio. L’economia locale è
strettamente legata alla libertà di movimento e all’occupazione spesso anche
all’interno di Israele; quando queste possibilità vengono meno, l’impatto su
redditi, servizi e stabilità sociale è immediato. Sul fronte della sicurezza,
in particolare nel nord della Cisgiordania, si susseguono operazioni militari
contro gruppi armati. Le incursioni possono paralizzare temporaneamente intere
città, generando un circolo complesso: restrizioni e crisi economica alimentano
frustrazione sociale, che a sua volta può favorire radicalizzazione e nuove
tensioni. La sicurezza, esigenza legittima per ogni Stato, si intreccia così
con una pressione continua che riduce gli spazi di vita e di progettualità. A
ciò si aggiungono le tensioni tra coloni israeliani e comunità palestinesi in
alcune aree rurali, con episodi di intimidazione e limitazioni di accesso ai
terreni agricoli, che possono condurre a spostamenti forzati e a un progressivo
indebolimento della presenza palestinese in zone strategiche. Il terzo elemento
è la crisi dell’Autorità Palestinese. Con entrate fiscali instabili, crescente
sfiducia e difficoltà a garantire servizi essenziali, l’istituzione fatica a
esercitare un ruolo di mediazione credibile. Quando un’autorità perde capacità
amministrativa e consenso, il rischio non è soltanto politico, ma sociale: si
crea uno spazio in cui attori informali e gruppi locali possono acquisire
maggiore peso, rendendo ancora più fragile il tessuto istituzionale. La
Cisgiordania non esplode in un conflitto aperto, ma si consuma in un
logoramento graduale. Questa dimensione di logoramento quotidiano è stata
raccontata con particolare efficacia anche dal cinema e dall’arte palestinese
contemporanei. Film come Omar di Hany Abu-Assad mostrano come la
pressione costante del controllo e del sospetto finisca per deformare le
relazioni personali, incrinare la fiducia e frammentare il tessuto sociale,
restituendo sul piano umano ciò che l’analisi politica descrive in termini
strutturali. Documentari come Five Broken Cameras hanno narrato la
quotidianità di villaggi attraversati dalla barriera di separazione, mentre
opere di autori israeliani, come The Gatekeepers, hanno offerto uno
sguardo critico dall’interno dell’apparato di sicurezza, interrogandosi sui
costi morali di una gestione permanente del conflitto. La produzione culturale da
entrambe le parti ha così contribuito a rendere visibile la dimensione
esistenziale di una realtà, che rischia altrimenti di essere ridotta a
questione tecnica o strategica. Il parere della Corte Internazionale di
Giustizia del luglio 2024, che ha giudicato illegali diversi aspetti
dell’occupazione, ha accresciuto la pressione diplomatica senza modificare
immediatamente la realtà sul terreno. Il conflitto si sposta così dal piano
degli eventi straordinari a quello della trasformazione lenta.
Possibili prospettive future
La traiettoria attuale non indica un ritorno rapido al
negoziato. Piuttosto emerge il rischio di una progressiva cristallizzazione
dell’assetto esistente. Un primo possibile scenario futuro è quello del
consolidamento del controllo israeliano in una gestione securitaria permanente
del territorio. In tale contesto la questione palestinese resterebbe irrisolta
ma stabilizzata entro una struttura asimmetrica nella quale la sicurezza
dipende da un presidio costante. Un secondo possibile scenario riguarda
l’erosione definitiva della soluzione a due Stati. Se la frammentazione
territoriale rendesse impraticabile la costruzione di un’entità palestinese
contigua e funzionale, il conflitto potrebbe trasformarsi in una disputa
centrata non più sui confini, ma sui diritti politici e civili all’interno di
uno spazio condiviso. La questione diventerebbe allora non soltanto
geopolitica, ma istituzionale e civile. La dimensione regionale resta decisiva.
L’evoluzione della Cisgiordania incide sugli equilibri con la Giordania, sulla
politica interna israeliana e sulle relazioni tra Israele e i Paesi arabi che
hanno avviato processi di normalizzazione. L’assenza di un’iniziativa
internazionale strutturata favorisce l’inerzia e il consolidamento delle
dinamiche in corso. Il rischio più concreto non è un’immediata guerra
generalizzata, ma la sedimentazione di una realtà difficilmente reversibile.
Quando un assetto si prolunga nel tempo, tende a trasformarsi in normalità. Tuttavia,
una stabilità fondata esclusivamente sul controllo non coincide con una pace
giusta. La sicurezza è un’esigenza legittima; ma, quando non si accompagna al
riconoscimento della dignità delle persone e dei diritti dei popoli, rischia di
generare una tensione permanente. La questione che la Cisgiordania pone oggi dunque
non è soltanto territoriale o strategica: riguarda la possibilità per due
popoli di vivere in condizioni di sicurezza, libertà e reciproco
riconoscimento. Senza un rinnovato impegno politico e internazionale capace di
superare la logica dell’emergenza continua, e senza una leadership disposta a
orientare le proprie scelte al bene comune piuttosto che alla sola convenienza
immediata, il conflitto non troverà soluzione ma soltanto una stabilizzazione
fragile. E quando l’assenza di soluzione si prolunga, il pericolo maggiore è
che l’ingiustizia diventi abitudine e che la speranza di una convivenza
ordinata venga lentamente erosa.
Roberto Rapaccini





