Faraj
era poco più che un ragazzo quando lasciò la Libia, un Paese lacerato dalla
guerra civile, dalla frammentazione del potere e dall’assenza di prospettive
per i più giovani. Non era un trafficante di esseri umani né un uomo inserito
in reti criminali: era uno studente, un ragazzo con il desiderio di continuare
a studiare e con una passione forte per il calcio come tanti suoi coetanei. In
un contesto in cui la vita quotidiana era diventata precaria e pericolosa
partire non rappresentava un sogno romantico ma una scelta obbligata, l’unico
modo per immaginare un futuro diverso. Come migliaia di altri migranti Faraj si
affidò a intermediari che controllavano le partenze e sfruttavano quella
disperazione, pagando per un posto su un’imbarcazione di fortuna senza conoscere
chi l’avrebbe guidata, né le condizioni reali del viaggio. Salì su quel barcone
come passeggero, senza alcun potere decisionale, senza il controllo del mezzo,
senza la possibilità di incidere sull’organizzazione della traversata; era uno
dei tanti corpi stipati su un’imbarcazione sovraccarica, che affidavano la
propria vita al mare. Durante la navigazione una parte dei migranti venne
rinchiusa nella stiva, uno spazio angusto, buio, privo di aerazione. I fumi del
motore, il caldo soffocante e la mancanza d’aria provocarono un lento e
inesorabile soffocamento. Non si trattò di un naufragio improvviso, ma di una
morte prolungata, silenziosa, consumata nel tempo, mentre sopra il ponte
continuava una navigazione confusa e fuori controllo. Quando arrivarono i
soccorsi, decine di persone erano già morte. Quella tragedia segnò per sempre
la vita di Faraj, che da sopravvissuto si trasformò rapidamente in imputato,
diventando il volto concreto di una colpa che era necessario individuare. Una
volta sbarcato in Italia in un contesto di emergenza e di forte pressione
emotiva, Faraj venne identificato come scafista e processato come responsabile
della traversata. Le prove si basavano in larga parte su testimonianze raccolte
immediatamente dopo il soccorso, in condizioni di shock e confusione,
all’interno di un quadro in cui distinguere i ruoli reali era estremamente
difficile. La giustizia fece il suo corso e la condanna arrivò: trent’anni di
carcere. Una pena formalmente legittima, ma che nel tempo ha sollevato interrogativi
profondi sulla sua proporzione, perché una cosa è organizzare e dirigere un
traffico di esseri umani, un’altra è trovarsi coinvolti in un viaggio disperato
senza avere un reale controllo degli eventi. Negli anni di detenzione Alaa
Faraj non è rimasto fermo. Ha studiato, ha imparato l’italiano, ha scritto, ha
costruito un percorso personale di consapevolezza e riflessione. Il tempo del
carcere ha trasformato la sua figura pubblica da semplice scafista a persona,
mostrando una distanza sempre più evidente tra l’immagine simbolica
attribuitagli e la realtà della sua storia. È in questo contesto che si
inserisce il potere di grazia esercitato dal Presidente della Repubblica. La
grazia - è importante dirlo con chiarezza - non cancella il reato, non annulla
la sentenza e non proclama l’innocenza di chi la riceve. Interviene
esclusivamente sulla pena, riducendola o eliminandola quando, pur restando
valida dal punto di vista giuridico, rischia di diventare sproporzionata o
disumana. Nel caso di Faraj la grazia concessa dal Presidente Mattarella è
stata parziale. Più precisamente, la pena originaria di 30 anni è stata ridotta
di 11 anni e 4 mesi. La condanna così si
è ridotta in modo significativo, aprendo anche la possibilità, sul piano
giuridico, di accedere a misure alternative alla detenzione. Non è una
sconfessione dei giudici né una negazione della tragedia, ma un atto di
equilibrio costituzionale, previsto proprio per quei casi in cui la rigidità
del diritto penale rischia di perdere il suo senso rieducativo e umano. Il
Presidente agisce come garante, valutando la persona concreta, il tempo già
scontato, l’età al momento dei fatti, il percorso compiuto in carcere, riconoscendo che la pena, così com’era, rischiava
di diventare una condanna senza futuro. La storia di Alaa Faraj non offre
risposte semplici e non restituisce le vite perdute. Ma mette in luce una zona
fragile della nostra giustizia, dove la necessità di punire si scontra con la
complessità delle migrazioni e con l’impossibilità di ridurre tragedie
collettive a ruoli netti e definitivi. La grazia non chiude questa storia, ma
la rende pensabile, ricordando che la giustizia deve saper distinguere,
fermarsi e, quando necessario, temperare la pena con l’umanità, senza rinunciare
alla responsabilità ma senza trasformare un uomo nel simbolo di colpe più
grandi di lui. Roberto Rapaccini
Grammatica del mondo islamico, Medio Oriente, dialogo interreligioso, interetnico e multiculturale, questioni di geopolitica, immigrazione.
PAESI DELLA LEGA ARABA
TESTO SC.
domenica 4 gennaio 2026
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