RASSEGNA STAMPA S.

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• Il Passato sarà un buon rifugio, ma il Futuro è l'unico posto dove possiamo andare. (Renzo Piano) •

PAESI DELLA LEGA ARABA

PAESI DELLA LEGA ARABA

TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

domenica 4 gennaio 2026

QUANDO QUELLA LINEA SOTTILE QUASI IMPERCETTIBILE TRA VITTIMA SPESSO INCONSAPEVOLE E RESPONSABILE… (2026)



Faraj era poco più che un ragazzo quando lasciò la Libia, un Paese lacerato dalla guerra civile, dalla frammentazione del potere e dall’assenza di prospettive per i più giovani. Non era un trafficante di esseri umani né un uomo inserito in reti criminali: era uno studente, un ragazzo con il desiderio di continuare a studiare e con una passione forte per il calcio come tanti suoi coetanei. In un contesto in cui la vita quotidiana era diventata precaria e pericolosa partire non rappresentava un sogno romantico ma una scelta obbligata, l’unico modo per immaginare un futuro diverso. Come migliaia di altri migranti Faraj si affidò a intermediari che controllavano le partenze e sfruttavano quella disperazione, pagando per un posto su un’imbarcazione di fortuna senza conoscere chi l’avrebbe guidata, né le condizioni reali del viaggio. Salì su quel barcone come passeggero, senza alcun potere decisionale, senza il controllo del mezzo, senza la possibilità di incidere sull’organizzazione della traversata; era uno dei tanti corpi stipati su un’imbarcazione sovraccarica, che affidavano la propria vita al mare. Durante la navigazione una parte dei migranti venne rinchiusa nella stiva, uno spazio angusto, buio, privo di aerazione. I fumi del motore, il caldo soffocante e la mancanza d’aria provocarono un lento e inesorabile soffocamento. Non si trattò di un naufragio improvviso, ma di una morte prolungata, silenziosa, consumata nel tempo, mentre sopra il ponte continuava una navigazione confusa e fuori controllo. Quando arrivarono i soccorsi, decine di persone erano già morte. Quella tragedia segnò per sempre la vita di Faraj, che da sopravvissuto si trasformò rapidamente in imputato, diventando il volto concreto di una colpa che era necessario individuare. Una volta sbarcato in Italia in un contesto di emergenza e di forte pressione emotiva, Faraj venne identificato come scafista e processato come responsabile della traversata. Le prove si basavano in larga parte su testimonianze raccolte immediatamente dopo il soccorso, in condizioni di shock e confusione, all’interno di un quadro in cui distinguere i ruoli reali era estremamente difficile. La giustizia fece il suo corso e la condanna arrivò: trent’anni di carcere. Una pena formalmente legittima, ma che nel tempo ha sollevato interrogativi profondi sulla sua proporzione, perché una cosa è organizzare e dirigere un traffico di esseri umani, un’altra è trovarsi coinvolti in un viaggio disperato senza avere un reale controllo degli eventi. Negli anni di detenzione Alaa Faraj non è rimasto fermo. Ha studiato, ha imparato l’italiano, ha scritto, ha costruito un percorso personale di consapevolezza e riflessione. Il tempo del carcere ha trasformato la sua figura pubblica da semplice scafista a persona, mostrando una distanza sempre più evidente tra l’immagine simbolica attribuitagli e la realtà della sua storia. È in questo contesto che si inserisce il potere di grazia esercitato dal Presidente della Repubblica. La grazia - è importante dirlo con chiarezza - non cancella il reato, non annulla la sentenza e non proclama l’innocenza di chi la riceve. Interviene esclusivamente sulla pena, riducendola o eliminandola quando, pur restando valida dal punto di vista giuridico, rischia di diventare sproporzionata o disumana. Nel caso di Faraj la grazia concessa dal Presidente Mattarella è stata parziale. Più precisamente, la pena originaria di 30 anni è stata ridotta di 11 anni e 4 mesi. La condanna così  si è ridotta in modo significativo, aprendo anche la possibilità, sul piano giuridico, di accedere a misure alternative alla detenzione. Non è una sconfessione dei giudici né una negazione della tragedia, ma un atto di equilibrio costituzionale, previsto proprio per quei casi in cui la rigidità del diritto penale rischia di perdere il suo senso rieducativo e umano. Il Presidente agisce come garante, valutando la persona concreta, il tempo già scontato, l’età al momento dei fatti, il percorso compiuto in carcere,  riconoscendo che la pena, così com’era, rischiava di diventare una condanna senza futuro. La storia di Alaa Faraj non offre risposte semplici e non restituisce le vite perdute. Ma mette in luce una zona fragile della nostra giustizia, dove la necessità di punire si scontra con la complessità delle migrazioni e con l’impossibilità di ridurre tragedie collettive a ruoli netti e definitivi. La grazia non chiude questa storia, ma la rende pensabile, ricordando che la giustizia deve saper distinguere, fermarsi e, quando necessario, temperare la pena con l’umanità, senza rinunciare alla responsabilità ma senza trasformare un uomo nel simbolo di colpe più grandi di lui. Roberto Rapaccini