RASSEGNA STAMPA S.

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PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

mercoledì 7 gennaio 2026

LA CRISI SEMPRE PIÙ PROFONDA TRA TAIWAN E CINA ORMAI PRONTA AD ALLARGARSI PERICOLOSAMENTE (2026)

 



Il rapporto tra Taiwan e Cina è una relazione sospesa, trattenuta, continuamente negoziata. Più che un conflitto aperto è una tensione amministrata, una frizione permanente che definisce identità, strategie e paure di entrambe le parti. Per la Cina Taiwan è una questione storica, simbolica, quasi ontologica. È la prova di un’incompiuta unità nazionale. Sotto la leadership di Xi Jinping questa visione si è irrigidita: la riunificazione è diventata un obiettivo dichiarato, ma non necessariamente immediato. Pechino sa che una guerra sarebbe devastante, non solo militarmente ma economicamente e diplomaticamente. Per questo preferisce un’altra via: esercitare pressione, rendere l’esistenza autonoma di Taiwan sempre più faticosa, più costosa, più fragile, senza mai oltrepassare apertamente la soglia del conflitto armato. Taiwan vive una condizione singolare: è uno Stato che funziona come tale, ma che non può dirsi pienamente Stato. È una democrazia avanzata, tecnologicamente centrale, soprattutto per il ruolo strategico nella produzione di semiconduttori, eppure resta esclusa da gran parte delle organizzazioni internazionali. Negli ultimi anni l’isola ha rafforzato la propria identità politica e culturale. Le nuove generazioni si sentono sempre meno “cinesi” nel senso continentale del termine e sempre più taiwanesi. Non cercano lo scontro, ma non accettano l’assorbimento. La loro strategia è una forma di resistenza silenziosa: difesa asimmetrica, rafforzamento interno, relazioni esterne non ufficiali ma sostanziali. In mezzo a questo equilibrio instabile si collocano gli Stati Uniti. Washington pratica da decenni una ambiguità strategica calcolata: non riconosce formalmente Taiwan come Stato, ma ne sostiene la capacità di difendersi. È un gioco sottile, quasi rituale, che serve a dissuadere entrambi: la Cina dall’attaccare, Taiwan dal proclamare formalmente l’indipendenza. Funziona finché tutti accettano la finzione. Ma è una finzione fragile, esposta al rischio di errori, incidenti, escalation non intenzionali. Le prospettive future, per questo, non parlano tanto di soluzioni quanto di durata della sospensione. Lo scenario più probabile è la prosecuzione dello status quo: incursioni aeree, esercitazioni militari, dichiarazioni dure, ma nessun passo irreversibile. Accanto a questo cresce però la possibilità di crisi controllate: blocchi navali parziali, cyberattacchi, pressioni economiche, una forma di conflitto che non si dichiara mai tale, ma che logora lentamente. Il conflitto aperto resta lo scenario meno probabile, ma anche il più carico di conseguenze sistemiche: coinvolgerebbe alleanze, mercati globali, equilibri tecnologici, ridefinendo l’ordine internazionale. In fondo, il rapporto tra Cina e Taiwan non riguarda solo due sponde dello stesso mare. Riguarda il modo in cui il mondo del XXI secolo gestisce le identità incompiute, gli Stati di fatto, le potenze che crescono e quelle che cercano di contenere. Taiwan è una presenza che resiste senza proclamarsi, la Cina una forza che avanza senza colpire. Entrambe si osservano, si misurano, si trattengono. Come due corpi celesti troppo vicini per ignorarsi, troppo prudenti per collidere. In questa crisi possono inserirsi altri Stati, ed è anzi uno degli elementi più delicati e pericolosi del rapporto tra Taiwan e Cina. Non perché lo desiderino apertamente, ma perché questa crisi non è mai stata davvero solo bilaterale. Lo Stretto di Taiwan è uno spazio strategico attraversato da rotte commerciali, catene tecnologiche, equilibri militari e alleanze politiche. Quando la tensione cresce, altri attori non possono restare completamente fuori. Gli Stati Uniti mantengono un impegno sostanziale alla difesa di Taiwan. Questo significa che in caso di crisi grave Washington sarebbe chiamata a intervenire, anche solo per preservare la propria credibilità strategica in Asia. Accanto agli USA il Giappone rappresenta un attore chiave. La sua sicurezza è collegata alla stabilità dello Stretto: basi americane, rotte energetiche e prossimità geografica rendono Tokyo un potenziale partecipante, almeno sul piano logistico e difensivo. Per il Giappone, una crisi su Taiwan non è lontana: è quasi domestica. Anche Corea del Sud, Australia e altri Paesi dell’Indo-Pacifico potrebbero essere coinvolti indirettamente, soprattutto attraverso alleanze, supporto operativo, intelligence e controllo marittimo. Non entrerebbero come protagonisti, ma come parti di un sistema di contenimento più ampio. L’Europa, invece, difficilmente avrebbe un ruolo militare diretto, ma non sarebbe neutrale. Sanzioni, pressioni diplomatiche, allineamenti politici e conseguenze economiche renderebbero impossibile restare spettatori.

Roberto Rapaccini