Il rapporto tra Taiwan e Cina è una
relazione sospesa, trattenuta, continuamente negoziata. Più che un conflitto
aperto è una tensione amministrata, una frizione permanente che definisce
identità, strategie e paure di entrambe le parti. Per la Cina Taiwan è una
questione storica, simbolica, quasi ontologica. È la prova di un’incompiuta
unità nazionale. Sotto la leadership di Xi Jinping questa visione si è
irrigidita: la riunificazione è diventata un obiettivo dichiarato, ma non
necessariamente immediato. Pechino sa che una guerra sarebbe devastante, non
solo militarmente ma economicamente e diplomaticamente. Per questo preferisce
un’altra via: esercitare pressione, rendere l’esistenza autonoma di Taiwan
sempre più faticosa, più costosa, più fragile, senza mai oltrepassare
apertamente la soglia del conflitto armato. Taiwan vive una condizione
singolare: è uno Stato che funziona come tale, ma che non può dirsi pienamente
Stato. È una democrazia avanzata, tecnologicamente centrale, soprattutto per il
ruolo strategico nella produzione di semiconduttori, eppure resta esclusa da
gran parte delle organizzazioni internazionali. Negli ultimi anni l’isola ha
rafforzato la propria identità politica e culturale. Le nuove generazioni si
sentono sempre meno “cinesi” nel senso continentale del termine e sempre più
taiwanesi. Non cercano lo scontro, ma non accettano l’assorbimento. La loro
strategia è una forma di resistenza silenziosa: difesa asimmetrica,
rafforzamento interno, relazioni esterne non ufficiali ma sostanziali. In mezzo
a questo equilibrio instabile si collocano gli Stati Uniti. Washington pratica
da decenni una ambiguità strategica calcolata: non riconosce formalmente Taiwan
come Stato, ma ne sostiene la capacità di difendersi. È un gioco sottile, quasi
rituale, che serve a dissuadere entrambi: la Cina dall’attaccare, Taiwan dal
proclamare formalmente l’indipendenza. Funziona finché tutti accettano la
finzione. Ma è una finzione fragile, esposta al rischio di errori, incidenti,
escalation non intenzionali. Le prospettive future, per questo, non parlano
tanto di soluzioni quanto di durata della sospensione. Lo scenario più
probabile è la prosecuzione dello status quo: incursioni aeree, esercitazioni
militari, dichiarazioni dure, ma nessun passo irreversibile. Accanto a questo
cresce però la possibilità di crisi controllate: blocchi navali parziali,
cyberattacchi, pressioni economiche, una forma di conflitto che non si dichiara
mai tale, ma che logora lentamente. Il conflitto aperto resta lo scenario meno
probabile, ma anche il più carico di conseguenze sistemiche: coinvolgerebbe
alleanze, mercati globali, equilibri tecnologici, ridefinendo l’ordine
internazionale. In fondo, il rapporto tra Cina e Taiwan non riguarda solo due
sponde dello stesso mare. Riguarda il modo in cui il mondo del XXI secolo
gestisce le identità incompiute, gli Stati di fatto, le potenze che crescono e
quelle che cercano di contenere. Taiwan è una presenza che resiste senza
proclamarsi, la Cina una forza che avanza senza colpire. Entrambe si osservano,
si misurano, si trattengono. Come due corpi celesti troppo vicini per
ignorarsi, troppo prudenti per collidere. In questa crisi possono inserirsi altri Stati, ed è anzi
uno degli elementi più delicati e pericolosi del rapporto tra Taiwan e Cina. Non
perché lo desiderino apertamente, ma perché questa crisi non è mai stata
davvero solo bilaterale. Lo Stretto di Taiwan è uno spazio strategico
attraversato da rotte commerciali, catene tecnologiche, equilibri militari e
alleanze politiche. Quando la tensione cresce, altri attori non possono restare
completamente fuori. Gli Stati Uniti mantengono un impegno sostanziale alla
difesa di Taiwan. Questo significa che in caso di crisi grave Washington
sarebbe chiamata a intervenire, anche solo per preservare la propria
credibilità strategica in Asia. Accanto agli USA il Giappone rappresenta un
attore chiave. La sua sicurezza è collegata alla stabilità dello Stretto: basi
americane, rotte energetiche e prossimità geografica rendono Tokyo un
potenziale partecipante, almeno sul piano logistico e difensivo. Per il
Giappone, una crisi su Taiwan non è lontana: è quasi domestica. Anche Corea del
Sud, Australia e altri Paesi dell’Indo-Pacifico potrebbero essere coinvolti
indirettamente, soprattutto attraverso alleanze, supporto operativo,
intelligence e controllo marittimo. Non entrerebbero come protagonisti, ma come
parti di un sistema di contenimento più ampio. L’Europa, invece, difficilmente
avrebbe un ruolo militare diretto, ma non sarebbe neutrale. Sanzioni, pressioni
diplomatiche, allineamenti politici e conseguenze economiche renderebbero
impossibile restare spettatori.
Roberto Rapaccini
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