RASSEGNA STAMPA S.

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PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

giovedì 8 gennaio 2026

NEL COMPROMESSO TRA DEMOCRAZIA E RAGION DI STATO ENTRA IN CAMPO IL RUOLO DELLE DIPLOMAZIE PARALLELE (2025)


In relazione ai rapporti fra la cosiddetta Ragion di Stato e la trasparenza dell’azione statale presupposto delle moderne democrazie sopravvive un equivoco di fondo che attraversa il dibattito pubblico contemporaneo: l’idea che la democrazia, per essere tale, debba garantire trasparenza assoluta. È un’idea rassicurante, moralmente pulita, ma politicamente ingenua. Perché lo Stato, soprattutto quando agisce nello spazio internazionale, non è un soggetto etico astratto: è un organismo esposto, vulnerabile, immerso in rapporti di forza. Pertanto la riservatezza che può caratterizzare la Ragion di Stato non è una deviazione dalla democrazia, ma una condizione per assicurarne la  sopravvivenza. Le diplomazie parallele sono invece l’insieme dei canali informali, riservati o non ufficiali, attraverso cui gli Stati comunicano e negoziano al di fuori della diplomazia pubblica e istituzionale. Servono a esplorare soluzioni senza impegnare formalmente il governo, a sondare la disponibilità dell’altra parte, a disinnescare crisi prima che diventino irreversibili. Operano sondando ipotesi: ciò che fallisce può essere scartato e smentito, ciò che funziona può essere poi tradotto in accordi ufficiali. Non eludono la democrazia, ma preservano la decisione democratica dai rischi dell’immediatezza, dalla pressione mediatica e dalla rigidità ideologica. Quando il dibattito pubblico si irrigidisce su posizioni poco negoziabili, la diplomazia parallela mantiene aperto uno spazio di manovra operando in concreto come mediazione fra Ragion di Stato e democrazia. Le diplomazie parallele non sono una occulta forma complottistica, non sono una patologia del potere, non sono un tradimento del mandato democratico. Sono il riconoscimento di un dato elementare: non tutto può essere detto, non tutto può essere fatto alla luce del sole, non tutto può essere deciso davanti all’opinione pubblica senza produrre danni irreversibili. Gli Stati parlano tra loro su più livelli: uno visibile, rituale, formale; l’altro sommerso, esplorativo, reversibile. È in quest’ultimo che spesso si evita il peggio. La democrazia vive di consenso, ma la politica estera vive di asimmetrie informative, tempi lunghi e silenzi necessari. Rendere pubbliche tutte le intenzioni equivale a disarmarsi. Dichiarare in anticipo ogni linea negoziale significa offrire all’avversario una mappa dettagliata delle proprie mosse. In questo senso la trasparenza totale non è virtù: è esposizione al rischio. In sintesi, la Ragion di Stato non limita la democrazia: ne sospende temporaneamente alcune procedure. Chi governa ricorre a queste relazioni informali e riservate quando ha la fondata consapevolezza che alcune scelte necessarie possano essere impopolari, moralmente ambigue, difficili da spiegare. Ma sa anche che l’alternativa — l’inazione, la rigidità, la mera testimonianza morale — può produrre effetti ben più devastanti. La storia delle relazioni internazionali è costellata di esempi. I più significativi passaggi della Guerra fredda e i momenti in cui il mondo è stato vicino a un collasso globale sono stati attraversati da canali riservati, emissari informali, messaggi indiretti. Senza quelle diplomazie parallele il linguaggio ufficiale avrebbe reso impossibile qualsiasi compromesso. Un negoziato di pace, un cessate il fuoco, una de-escalation non nascono mai davanti alle telecamere. Nascono in stanze chiuse, in ipotesi non vincolanti, in contatti che possono essere negati se falliscono. La diplomazia parallela è quindi lo spazio della sperimentazione politica, dove si prova a capire se una soluzione è praticabile prima di esporla al giudizio pubblico. Il punto critico non è l’esistenza di queste pratiche, ma il loro rapporto con la democrazia nel tempo. Se una democrazia non può abolire il segreto, può però impedirgli di diventare sistema. Il segreto quindi deve essere temporaneo, limitato e finalizzato. Deve rispondere a un interesse generale, non alla conservazione del potere di pochi. In conclusione, pensare uno Stato totalmente trasparente è pura utopia. Significa chiedergli di giocare una partita strategica scoprendo le carte, mentre gli altri le tengono coperte. È una richiesta moralmente seducente, ma politicamente irresponsabile. In proposito, come già detto, la democrazia non è messa in pericolo dalla Ragion di Stato, ma dall’assenza di limiti che la circoscrivano. In definitiva, le diplomazie parallele non sono l’ombra della democrazia: sono la sua zona di resistenza. In politica estera la vera irresponsabilità non è il segreto: è l’illusione che il mondo possa essere governato come un’assemblea morale pubblica. Qualche esempio per dare concretezza a queste affermazioni. Ne richiamo alcuni diversi per contesto, ma accomunati dalla stessa logica di fondo. I casi di operazioni gestite con segretezza o attraverso diplomazie parallele sono relativi principalmente a situazioni in cui lo Stato deve agire rapidamente, ridurre il conflitto o proteggere interessi vitali senza esporli al logoramento mediatico pubblico. Vorrei innanzitutto ricordare la decisione assunta da Bettino Craxi nella nota crisi di Sigonella. Sigonella divenne un simbolo: non di antiamericanismo, ma dell’idea che l’alleanza non coincida con la subordinazione. In quella circostanza Craxi rivendicò il primato del diritto e della giurisdizione italiana, assumendosi un rischio politico enorme e consapevole. Fu una notte in cui l’Italia disse “no” all’alleato più potente. Per questo la scelta resta, ancora oggi, discussa, studiata e ricordata, ma anche profondamente divisiva, perché quella decisione consentì di lasciare libero un personaggio particolarmente controverso come Abu Abbas. Eppure, a posteriori, quella scelta produsse conseguenze significative e in larga misura positive nei successivi rapporti dell’Italia con il mondo arabo e, indirettamente, sul piano della sicurezza nazionale. Dietro decisioni politiche di questo tipo vi sono livelli di conseguenze che spesso sfuggono allo sguardo immediato, ma che il tempo rende più comprensibili. Un’operazione gestita con molta segretezza fu anche il rimpatrio di circa 20.000 cittadini albanesi giunti in Italia nei primi anni Novanta. Il rimpatrio forzato fu un’importante risposta alla pressione migratoria massiccia, emotivamente destabilizzante, che il nostro Paese si trovò improvvisamente a fronteggiare. L’opinione pubblica era scossa, i media iperattivi, il contesto internazionale fragile. Una gestione totalmente trasparente, annunciata, discussa in tempo reale, avrebbe prodotto nuovi arrivi, tensioni sociali, una crisi diplomatica con Tirana, perdita di controllo operativo. La scelta fu allora quella della discrezione assoluta. Trattative riservate con le autorità albanesi (soprattutto al fine di concordare e programmare i voli aerei), pianificazione silenziosa, coordinamento stretto tra apparati civili e militari. Nessuna esposizione mediatica preventiva, non per occultare, ma per rendere possibile l’azione. Il risultato fu una quasi immediata operazione di rimpatrio condotta senza incidenti gravi, senza escalation politica, senza rotture diplomatiche irreversibili. Da questa gestione si comprende che la vera distinzione non è tra segretezza e democrazia, ma tra segretezza finalizzata e segretezza arbitraria. Nel primo caso la Ragion di Stato è una forma alta di responsabilità. Nel secondo è una degenerazione del potere. Confondere le due cose significa non capire come funziona davvero uno Stato come soggettività politica internazionale. Un ultimo esempio. In passato per anni, anche nei momenti di massima tensione, Roma ha mantenuto linee di comunicazione informali con Tripoli: per il controllo dei flussi migratori, per l’energia, per la sicurezza nel Mediterraneo. In conclusione senza queste diplomazie parallele, molte crisi sarebbero esplose in modo incontrollabile. Ma la cooperazione reale fortunatamente ha potuto agire  lontano dai comunicati ufficiali.

Roberto Rapaccini