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PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

martedì 18 novembre 2025

IL FALSO ALLARME DELLA GRANDE FEMMINILIZZAZIONE




C’è un nuovo spauracchio agitato contro la modernità occidentale: la cosiddetta Grande femminilizzazione. Secondo frange conservatrici americane uno dei rischi più gravi per la civiltà occidentale sarebbe l’aumento progressivo della presenza femminile nel lavoro, nell’università, nella politica, nei tribunali. Questa narrativa sta circolando nel dibattito pubblico conservatore perché offre una alternativa elegante a vecchi stereotipi di genere. Va presa sul serio, smontata con calma, perché rischia di diventare un nuovo cliché politico-culturale. Il punto di partenza è semplice: distinguere tra femminismo e femminilizzazione. Il femminismo avrebbe avuto una funzione storica positiva: ha ampliato i diritti delle donne, consentendo loro di accedere al lavoro, all’istruzione superiore, alle carriere professionali. La femminilizzazione, invece, sarebbe la fase successiva, e qui la tesi diventa allarmistica: quando le donne non sono più una minoranza ma diventano maggioranza in un determinato ambiente – uffici, università, redazioni, tribunali – cambierebbero le dinamiche sociali e questo cambiamento sarebbe negativo. La tesi si struttura su una miscela di stereotipi:

  • i gruppi maschili privilegerebbero lo scontro diretto, la gerarchia chiara, la competizione regolata, l’attenzione all’oggettività;
  • i gruppi femminili sarebbero invece dominati da sensibilità ferita, conversazione indiretta (gossip), attenzione al contesto specifico, preferenza per l’esperienza soggettiva rispetto alla fredda oggettività.

Ambienti di lavoro a maggioranza femminile svilupperebbero una cultura tossica basata sull’emotività, sulla ricerca della coesione a scapito del confronto, sull’uso flessibile – dunque distorto – delle regole. Ecco quindi comparire la categoria di femminilità tossica, parallela alla già nota mascolinità tossica:

  • nei tribunali giudici e giurate, più sensibili alla storia personale dell’imputato, rischierebbero di indebolire l’imparzialità della legge;
  • nelle università la femminilizzazione produrrebbe l’ossessione per la sicurezza emotiva, gli spazi protetti, il linguaggio inclusivo, le micro-aggressioni;
  • nel mondo editoriale una presenza massiccia di donne spingerebbe la narrativa verso temi e sensibilità femminili, allontanando gli uomini dalla lettura dei romanzi.

Il fatto che siano anche donne a sostenerlo viene presentato come prova di imparzialità: se alcune donne denunciano gli eccessi della femminilizzazione, allora dev’esserci qualcosa di vero. In realtà questa è una delle forme più insidiose della misoginia contemporanea: quella veicolata da donne che interiorizzano e ripropongono il canone maschile come unico parametro neutrale, che tollera che le donne abbiano qualche diritto in più, purché non diventino troppe, purché non cambino gli equilibri istituzionali e sociali. Ridurre tutto a una guerra tra sessi significa non vedere la dimensione strutturale delle disuguaglianze. C’è poi un altro punto cieco: se si teme che l’emotività femminile invada la giustizia, le accademie, l’impresa, perché non parlare con la stessa serietà dell’emotività maschile che esplode nelle guerre, nella violenza, nelle aggressioni? Le pulsioni di vendetta che alimentano i conflitti, le esplosioni di violenza sessuale, le aggressioni pubbliche contro donne in ruoli di potere sono anch’esse emozioni, ma nessuno parla mai di mascolinità emozionale tossica come minaccia per la civiltà. L’idea che gli uomini siano naturalmente razionali, competitivi e oggettivi, e le donne naturalmente empatiche, accomodanti e soggettive, ha alle spalle secoli di discutibili giustificazioni filosofiche, religiose e scientifiche. È una narrazione comoda: permette di naturalizzare ruoli sociali storicamente costruiti, trasformando in destino ciò che è frutto di rapporti di potere, cultura, educazione. In realtà, nessuno sa  quanto delle differenze derivi dalla biologia e quanto dalla storia. Quello che sappiamo, perché lo vediamo ogni giorno, è che:

  • ci sono donne competitive, autoritarie, spietate e uomini cooperativi, empatici, inclini al compromesso;
  • ci sono uomini e donne che difendono la libertà accademica e altri che spingono per censurare;
  • ci sono giudici uomini che applicano la legge con attenzione al contesto, e giudici donne rigidissime nel far valere le regole.

Le caratteristiche attribuite in blocco a un sesso o all’altro sono in realtà distribuite lungo un continuum di personalità e contesti. Il genere non spiega tutto, e spesso spiega pochissimo se lo si isola da classe, cultura, educazione, esperienza di vita. Dire che un mondo dominato dalle donne non sarebbe automaticamente migliore è perfettamente sensato: il problema non è il sesso di chi decide, ma la qualità delle istituzioni, delle regole, dei controlli, del dibattito pubblico. Ma da qui a sostenere che l’aumento delle donne in certi settori sia una minaccia per la civiltà occidentale ce ne corre. Quello che sta accadendo in Occidente non è una femminilizzazione, ma un processo di inclusione:

  • più donne studiano a livelli avanzati;
  • più donne entrano nelle professioni qualificate;
  • più donne siedono nei consigli di amministrazione, nei parlamenti, nelle redazioni, nelle aule dei tribunali.

Decisioni che un tempo venivano prese quasi esclusivamente da uomini ora vengono discusse in spazi più misti. Accanto a priorità tradizionali (potere, profitto, competizione, conquista), entrano nella discussione politica e culturale temi prima considerati marginali: la cura, la fragilità, l’ambiente, la salute mentale, le relazioni di dipendenza, la violenza domestica. Liquidare tutto questo come cose da femmine significa non capire che una società complessa ha bisogno di sguardi diversi, di un ventaglio più ampio di sensibilità. Non si tratta di sostituire la razionalità con l’emotività, ma di riconoscere che anche l’emotività è una dimensione reale dell’esperienza umana e che ignorarla, come spesso ha fatto la cultura maschile dominante, ha prodotto danni enormi. Se proprio vogliamo parlare di rischi per la civiltà occidentale, è difficile credere che il nodo centrale sia rappresentato dalle donne che entrano in massa nel mondo del lavoro, dell’università o della politica. Molto più preoccupanti sono:

  • il ritorno di nazionalismi aggressivi;
  • il disprezzo crescente per la democrazia e le istituzioni;
  • le disuguaglianze economiche esplosive;
  • la crisi ambientale;
  • le campagne d’odio verso minoranze di ogni tipo.

La narrazione della Grande femminilizzazione svolge una funzione precisa: spostare l’attenzione da problemi reali e complessi, individuando un capro espiatorio semplice, immediatamente riconoscibile, culturalmente disponibile: le donne, colpevoli non di aver preso privilegi illegittimi, ma di essere finalmente arrivate in massa dove prima non potevano stare. La grande rivoluzione sociale degli ultimi decenni non è una minaccia, ma un avanzamento di civiltà. Le società non si femminilizzano: si arricchiscono della presenza di donne preparate, istruite, capaci, che nella stragrande maggioranza dei casi condividono con i colleghi uomini gli stessi obiettivi fondamentali: giustizia, verità, progresso, prosperità. Poi, alla pausa caffè qualcuno parlerà di calcio, qualcuno di romanzi, qualcuno di politica estera e qualcuno di figli o mal di schiena. Questa varietà di interessi e sensibilità rende vivibile una società. Un passo avanti sarebbe smettere di chiedersi se stiamo andando verso un mondo troppo femminile o troppo maschile e cercare di capire se stiamo costruendo per i nostri figli istituzioni abbastanza giuste, aperte e intelligenti da valorizzare l’intera gamma delle peculiarità degli uomini e delle donne.

Roberto Rapaccini