C’è
un nuovo spauracchio agitato contro la modernità occidentale: la cosiddetta
Grande femminilizzazione. Secondo frange conservatrici americane uno dei rischi
più gravi per la civiltà occidentale sarebbe l’aumento progressivo della
presenza femminile nel lavoro, nell’università, nella politica, nei tribunali. Questa
narrativa sta circolando nel dibattito pubblico conservatore perché offre una alternativa
elegante a vecchi stereotipi di genere. Va presa sul serio, smontata con calma,
perché rischia di diventare un nuovo cliché politico-culturale. Il punto di
partenza è semplice: distinguere tra femminismo e femminilizzazione. Il
femminismo avrebbe avuto una funzione storica positiva: ha ampliato i diritti
delle donne, consentendo loro di accedere al lavoro, all’istruzione superiore,
alle carriere professionali. La femminilizzazione, invece, sarebbe la fase
successiva, e qui la tesi diventa allarmistica: quando le donne non sono più
una minoranza ma diventano maggioranza in un determinato ambiente – uffici, università,
redazioni, tribunali – cambierebbero le dinamiche sociali e questo cambiamento
sarebbe negativo. La tesi si struttura su una miscela di stereotipi:
- i gruppi
maschili privilegerebbero lo scontro diretto, la gerarchia chiara, la competizione
regolata, l’attenzione all’oggettività;
- i gruppi
femminili sarebbero invece dominati da sensibilità ferita, conversazione
indiretta (gossip), attenzione al contesto specifico, preferenza
per l’esperienza soggettiva rispetto alla fredda oggettività.
Ambienti
di lavoro a maggioranza femminile svilupperebbero una cultura tossica basata
sull’emotività, sulla ricerca della coesione a scapito del confronto, sull’uso
flessibile – dunque distorto – delle regole. Ecco quindi comparire la categoria
di femminilità tossica, parallela alla già nota mascolinità tossica:
- nei tribunali
giudici e giurate, più sensibili alla storia personale dell’imputato,
rischierebbero di indebolire l’imparzialità della legge;
- nelle
università la femminilizzazione produrrebbe l’ossessione per la sicurezza
emotiva, gli spazi protetti, il linguaggio inclusivo, le micro-aggressioni;
- nel mondo
editoriale una presenza massiccia di donne spingerebbe la narrativa verso
temi e sensibilità femminili, allontanando gli uomini dalla lettura dei
romanzi.
Il
fatto che siano anche donne a sostenerlo viene presentato come prova di
imparzialità: se alcune donne denunciano gli eccessi della femminilizzazione,
allora dev’esserci qualcosa di vero. In realtà questa è una delle forme più
insidiose della misoginia contemporanea: quella veicolata da donne che
interiorizzano e ripropongono il canone maschile come unico parametro neutrale,
che tollera che le donne abbiano qualche diritto in più, purché non diventino
troppe, purché non cambino gli equilibri istituzionali e sociali. Ridurre tutto
a una guerra tra sessi significa non vedere la dimensione strutturale delle
disuguaglianze. C’è poi un altro punto cieco: se si teme che l’emotività
femminile invada la giustizia, le accademie, l’impresa, perché non parlare con
la stessa serietà dell’emotività maschile che esplode nelle guerre, nella
violenza, nelle aggressioni? Le pulsioni di vendetta che alimentano i
conflitti, le esplosioni di violenza sessuale, le aggressioni pubbliche contro
donne in ruoli di potere sono anch’esse emozioni, ma nessuno parla mai di
mascolinità emozionale tossica come minaccia per la civiltà. L’idea che gli
uomini siano naturalmente razionali, competitivi e oggettivi, e le donne
naturalmente empatiche, accomodanti e soggettive, ha alle spalle secoli di discutibili
giustificazioni filosofiche, religiose e scientifiche. È una narrazione comoda:
permette di naturalizzare ruoli sociali storicamente costruiti, trasformando in
destino ciò che è frutto di rapporti di potere, cultura, educazione. In realtà,
nessuno sa quanto delle differenze
derivi dalla biologia e quanto dalla storia. Quello che sappiamo, perché lo
vediamo ogni giorno, è che:
- ci sono donne
competitive, autoritarie, spietate e uomini cooperativi, empatici, inclini
al compromesso;
- ci sono
uomini e donne che difendono la libertà accademica e altri che spingono
per censurare;
- ci sono
giudici uomini che applicano la legge con attenzione al contesto, e
giudici donne rigidissime nel far valere le regole.
Le
caratteristiche attribuite in blocco a un sesso o all’altro sono in realtà
distribuite lungo un continuum di personalità e contesti. Il genere non spiega
tutto, e spesso spiega pochissimo se lo si isola da classe, cultura,
educazione, esperienza di vita. Dire che un mondo dominato dalle donne non
sarebbe automaticamente migliore è perfettamente sensato: il problema non è il
sesso di chi decide, ma la qualità delle istituzioni, delle regole, dei
controlli, del dibattito pubblico. Ma da qui a sostenere che l’aumento delle
donne in certi settori sia una minaccia per la civiltà occidentale ce ne corre.
Quello che sta accadendo in Occidente non è una femminilizzazione, ma un
processo di inclusione:
- più donne
studiano a livelli avanzati;
- più donne
entrano nelle professioni qualificate;
- più donne
siedono nei consigli di amministrazione, nei parlamenti, nelle redazioni,
nelle aule dei tribunali.
Decisioni
che un tempo venivano prese quasi esclusivamente da uomini ora vengono discusse
in spazi più misti. Accanto a priorità tradizionali (potere, profitto,
competizione, conquista), entrano nella discussione politica e culturale temi
prima considerati marginali: la cura, la fragilità, l’ambiente, la salute
mentale, le relazioni di dipendenza, la violenza domestica. Liquidare tutto questo
come cose da femmine significa non capire che una società complessa ha bisogno
di sguardi diversi, di un ventaglio più ampio di sensibilità. Non si tratta di
sostituire la razionalità con l’emotività, ma di riconoscere che anche
l’emotività è una dimensione reale dell’esperienza umana e che ignorarla, come
spesso ha fatto la cultura maschile dominante, ha prodotto danni enormi. Se
proprio vogliamo parlare di rischi per la civiltà occidentale, è difficile
credere che il nodo centrale sia rappresentato dalle donne che entrano in massa
nel mondo del lavoro, dell’università o della politica. Molto più preoccupanti
sono:
- il ritorno di
nazionalismi aggressivi;
- il disprezzo
crescente per la democrazia e le istituzioni;
- le
disuguaglianze economiche esplosive;
- la crisi
ambientale;
- le campagne
d’odio verso minoranze di ogni tipo.
La
narrazione della Grande femminilizzazione svolge una funzione precisa: spostare
l’attenzione da problemi reali e complessi, individuando un capro espiatorio
semplice, immediatamente riconoscibile, culturalmente disponibile: le donne,
colpevoli non di aver preso privilegi illegittimi, ma di essere finalmente
arrivate in massa dove prima non potevano stare. La grande rivoluzione sociale
degli ultimi decenni non è una minaccia, ma un avanzamento di civiltà. Le
società non si femminilizzano: si arricchiscono della presenza di donne
preparate, istruite, capaci, che nella stragrande maggioranza dei casi
condividono con i colleghi uomini gli stessi obiettivi fondamentali: giustizia,
verità, progresso, prosperità. Poi, alla pausa caffè qualcuno parlerà di
calcio, qualcuno di romanzi, qualcuno di politica estera e qualcuno di figli o
mal di schiena. Questa varietà di interessi e sensibilità rende vivibile una
società. Un passo avanti sarebbe smettere di chiedersi se stiamo andando verso
un mondo troppo femminile o troppo maschile e cercare di capire se stiamo
costruendo per i nostri figli istituzioni abbastanza giuste, aperte e
intelligenti da valorizzare l’intera gamma delle peculiarità degli uomini e
delle donne.
Roberto
Rapaccini
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