RASSEGNA STAMPA S.

RASSEGNA STAMPA S.
Clicca sull'immagine
• Il Passato sarà un buon rifugio, ma il Futuro è l'unico posto dove possiamo andare. (Renzo Piano) •

PAESI DELLA LEGA ARABA

PAESI DELLA LEGA ARABA

TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

giovedì 6 agosto 2026

LA POLITICA CHE DESCRIVE: QUANDO IL POTERE RINUNCIA A IMMAGINARE IL FUTURO

 


Per gran parte del Novecento la politica non si limitava ad amministrare il mondo: pretendeva di trasformarlo. Comunismo, fascismo e nuove concezioni della democrazia, pur nella loro radicale diversità e con esiti storici e morali incomparabili, condividevano un elemento fondamentale: erano progetti complessivi di società. Non si accontentavano di interpretare la realtà esistente, ma proponevano un modello alternativo e indicavano una direzione verso la quale condurre la comunità. Pensiero e azione erano profondamente intrecciati; le idee diventavano programmi, organizzazioni, istituzioni e, talvolta, rivoluzioni. La politica si presentava come la capacità collettiva di costruire il futuro. Con la crisi delle grandi ideologie e l’affermazione dell’idea della “fine della storia”, questa funzione progettuale si è progressivamente indebolita. La convinzione che la democrazia liberale e l’economia di mercato rappresentassero il punto di arrivo definitivo dell’evoluzione politica ha trasformato il possibile in qualcosa di sempre più ristretto. Se non esistono modelli alternativi realmente praticabili, alla politica non resta che amministrare, correggere e rendere più efficiente ciò che già esiste. La sua funzione non è più proporre un mondo diverso, ma spiegare il funzionamento di quello presente. La riflessione politica è così diventata sempre più interpretazione e sempre meno progetto. Si moltiplicano le analisi, i commenti, le diagnosi e le rappresentazioni dei fenomeni, ma diminuisce la capacità di indicare una prospettiva. La politica descrive le diseguaglianze, la precarietà, le trasformazioni tecnologiche, la crisi ambientale e il disagio sociale; tuttavia, sempre più raramente riesce a tradurre questa conoscenza in un disegno organico di cambiamento. Sembra conoscere con precisione i problemi, ma non possedere più un’idea credibile della società che dovrebbe sostituirli. Non è scomparso il conflitto. Al contrario, la vita pubblica appare attraversata da divisioni sempre più aspre. Ma si tratta spesso di una radicalizzazione senza trasformazione. I contendenti si scontrano all’interno di un quadro economico, sociale e istituzionale che quasi nessuno pensa davvero di poter modificare. Il dibattito di ieri contrapponeva differenti progetti per il futuro; quello contemporaneo tende invece a contrapporre giudizi morali sul presente. La politica si frammenta in battaglie identitarie, simboliche e linguistiche: non si discute soltanto di che cosa fare, ma soprattutto di chi rappresenti il bene e chi incarni il male. La durezza dello scontro finisce così per nascondere la debolezza delle alternative. Anche il rapporto tra politica, economia e tecnologia si è capovolto. Un tempo erano le decisioni politiche, almeno nelle intenzioni, a orientare lo sviluppo economico e sociale. Oggi gli equilibri sembrano formarsi prevalentemente al di fuori della politica: nei mercati finanziari, nelle innovazioni tecnologiche, nelle piattaforme digitali, nelle catene globali di produzione e nelle strategie delle grandi imprese. La politica interviene successivamente per regolare questi equilibri; le istituzioni li ratificano e le idee dominanti contribuiscono a renderli comprensibili, accettabili o inevitabili. Il potere pubblico non costruisce il possibile: organizza l’esistente. Questa trasformazione aiuta a comprendere anche la crescente sfiducia dei cittadini. Se governi di diverso orientamento finiscono per muoversi entro margini molto simili, la competizione elettorale rischia di apparire come una scelta fra differenti modalità di gestione, più che fra autentiche visioni della società. Le promesse diventano caute, tecniche, settoriali; le decisioni vengono spesso presentate come obbligate dalle circostanze, dai mercati, dai vincoli internazionali o dalle compatibilità finanziarie. La politica rinuncia gradualmente alla responsabilità della scelta e assume il linguaggio della necessità. Da questa rinuncia nasce un paradosso. Quanto meno la politica riesce a incidere sulle strutture reali, tanto più alza il tono dello scontro pubblico. L’impotenza progettuale viene compensata dalla teatralità del conflitto. Le parole diventano radicali mentre le trasformazioni rimangono modeste; si combattono battaglie culturali durissime, ma raramente si interviene sui meccanismi che producono le diseguaglianze, ridefiniscono il lavoro o concentrano il potere economico e informativo. La radicalizzazione diventa così il linguaggio emotivo di una politica che non sa più essere radicale nel significato originario del termine: andare alla radice dei problemi. La questione decisiva non è allora se recuperare le ideologie del Novecento, molte delle quali hanno generato autoritarismo, violenza e tragedie. Si tratta piuttosto di recuperare la capacità progettuale senza riprodurne il dogmatismo. Una democrazia vitale non può limitarsi a registrare le trasformazioni prodotte dall’economia e dalla tecnologia; deve essere in grado di orientarle secondo fini pubblicamente discussi. Deve tornare a domandarsi quale lavoro, quale sviluppo, quale rapporto fra libertà e sicurezza, quale distribuzione della ricchezza e quale uso dell’intelligenza artificiale siano desiderabili per la comunità. La politica non può promettere di controllare interamente la storia, ma neppure ridursi alla sua cronista. Descrivere la realtà è indispensabile, perché nessun progetto serio può nascere dall’ignoranza dei fatti. Tuttavia, la descrizione diventa insufficiente quando si trasforma in accettazione dell’esistente. Il compito più urgente della politica contemporanea consiste pertanto nel ricostruire uno spazio del possibile: non imporre un’unica utopia, ma restituire ai cittadini la convinzione che il futuro possa ancora essere scelto, discusso e costruito. La domanda finale rimane aperta e riguarda la stessa sopravvivenza della democrazia: può la politica tornare a immaginare il futuro?