L’episodio di Modena con un’auto lanciata sulla folla in pieno centro e sette persone ferite, due delle quali in condizioni gravissime, impone una riflessione che va oltre la cronaca. La matrice dell’atto al momento in cui si scrive resta oggetto di accertamento; ma la forma dell’azione, il metodo utilizzato, la scelta del bersaglio e il profilo dell’autore evocano uno scenario che l’Europa conosce ormai da anni: quello dell’attore solitario, del soggetto che colpisce senza appartenere necessariamente a un’organizzazione, senza transitare attraverso una struttura riconoscibile, senza lasciare dietro di sé quella trama di contatti, finanziamenti, ordini e complicità che per decenni ha rappresentato il principale terreno di lavoro dell’intelligence. È qui che si colloca la vera frattura. Il terrorismo contemporaneo non può più essere letto come un fenomeno unitario. Continuare a trattarlo come tale significa applicare strumenti vecchi a minacce mutate. Il terrorismo organizzato del secondo Novecento, dalle Brigate Rosse all’IRA fino ad Al-Qaeda nella sua fase più strutturata, presupponeva gerarchie, luoghi di riunione, canali di finanziamento, addestramento, comunicazioni, catene di comando. Proprio questa complessità lo rendeva almeno in parte penetrabile. Dove c’è un’organizzazione, ci sono passaggi osservabili. Dove c’è una rete, ci sono nodi. Dove c’è una catena di comando, esistono anelli che possono essere individuati, infiltrati, sorvegliati o spezzati. L’attore solitario, invece, rovescia questa logica. Non ha bisogno di una base operativa, di un arsenale, di un addestramento militare, di un gruppo di supporto. Può trasformare un coltello, un veicolo, un ordigno rudimentale o un gesto improvviso in strumento di terrore. La sua pericolosità non deriva dalla sofisticazione tecnica, ma dalla povertà logistica. Proprio perché ha bisogno di poco, lascia poco. Proprio perché non deve coordinarsi con nessuno, non produce quei segnali che i sistemi di sicurezza sono abituati a intercettare. Il punto decisivo è che siamo passati da un terrorismo della struttura a un terrorismo della suggestione. Nel primo caso l’individuo veniva arruolato dentro un’organizzazione; nel secondo può essere catturato da una narrativa, da un immaginario, da una comunità digitale, da una sequenza di contenuti che gli restituiscono un’identità, una missione, un nemico e infine una giustificazione all’atto violento. Non sempre esiste un reclutatore. Non sempre esiste un mandante. Non sempre esiste un contatto umano diretto. Esiste, però, un ambiente. Ed è proprio questo ambiente che oggi cambia natura. La radicalizzazione non avviene più soltanto nei luoghi fisici o attraverso relazioni riconoscibili. Si produce in spazi digitali frammentati, cifrati, privati, opachi, dove l’identità dell’individuo può progressivamente saldarsi a contenuti estremisti senza passare attraverso un percorso lineare. Un tempo la radicalizzazione richiedeva esposizione, frequentazione, consolidamento, riconoscimento da parte di un gruppo. Oggi può avvenire in forma accelerata, intermittente, personalizzata. Non è più sempre una marcia verso l’estremismo; può essere una deriva, un gorgo, una successione di micro-conferme che restringono il campo mentale del soggetto fino a rendere pensabile l’impensabile. L’intelligenza artificiale generativa introduce in questo quadro un elemento ulteriore, forse il più inquietante. Non si limita ad amplificare la propaganda. Può adattarla. Non si limita a diffondere contenuti estremisti. Può modularli sulle fragilità dell’utente. Non si limita a rendere disponibile un archivio di materiali. Può accompagnare il soggetto dentro un percorso progressivo, rispondere alle sue domande, aggirare le sue resistenze, rafforzare le sue ossessioni, rendere operativa una pulsione ancora indistinta. Qui nasce una forma nuova di reclutamento: non più soltanto umano, non più necessariamente organizzativo, non più riconducibile a un soggetto fisico identificabile. L’algoritmo non dorme, non attraversa frontiere, non ha domicilio, non può essere espulso, non è pedinabile, non incontra l’aspirante terrorista in una moschea, in una cantina, in una sede clandestina o in un campo di addestramento. Opera in una zona grigia, continua, personalizzata, dove la distinzione tra informazione, suggestione, manipolazione e istruzione pratica può farsi sempre più labile. È questo il passaggio più grave: il terrorismo dell’attore solitario incontra la radicalizzazione automatizzata. Il lupo solitario non ha più bisogno del branco perché può trovare nell’ambiente digitale una forma sostitutiva di appartenenza. Non riceve necessariamente un ordine, ma una conferma. Non incontra necessariamente un comandante, ma una macchina capace di rafforzare progressivamente la sua visione del mondo. Non entra in una cellula, ma in un ecosistema. Da questo punto di vista la vulnerabilità delle democrazie europee non è soltanto operativa. È concettuale. I nostri apparati di sicurezza sono stati costruiti per individuare organizzazioni, reti, flussi finanziari, spostamenti, comunicazioni sospette. Ma cosa accade quando la minaccia non comunica con un’organizzazione? Cosa accade quando non riceve denaro? Quando non viaggia? Quando non frequenta ambienti noti? Quando non ha precedenti penali? Quando l’unico teatro della sua trasformazione è una stanza, uno schermo, una chat, un motore di ricerca, una sequenza di contenuti selezionati e rinforzati? In questi casi la prevenzione diventa quasi impossibile se resta affidata ai soli strumenti tradizionali. Non perché lo Stato sia assente, ma perché cerca tracce dove spesso non ce ne sono. Il profilo dell’attore solitario diventa leggibile con chiarezza solo dopo l’attacco. Prima i segnali sono deboli, ambigui, dispersi. Dopo, tutto appare coerente: le ricerche effettuate, le frasi dette, i contenuti visionati, l’isolamento, le ossessioni, i rancori. Ma questa coerenza retrospettiva è una trappola dell’analisi. Serve a ricostruire, non sempre a prevenire. La risposta dello Stato, allora, deve articolarsi su più livelli. Il primo è quello fisico. La protezione degli spazi pubblici ad alta densità, attraverso barriere anti-veicolo, controllo degli accessi, progettazione urbana più consapevole, non elimina il rischio ma può ridurne l’impatto. Dopo Nizza 2016 molte città europee hanno compreso che la sicurezza urbana non riguarda più soltanto la presenza visibile delle forze dell’ordine, ma anche l’architettura, la mobilità, la gestione degli eventi, la possibilità materiale di impedire che un mezzo diventi arma di strage. Una barriera non ferma l’odio, ma può fermare un veicolo. Non risolve la radicalizzazione, ma può salvare vite. Il secondo livello è sociale. Se la radicalizzazione digitale non lascia sempre tracce intercettabili online, può però manifestare segnali nel mondo reale: isolamento improvviso, mutamenti comportamentali, fratture familiari, linguaggio ossessivo, fascinazione per la violenza, perdita di contatto con la realtà, odio generalizzato, identificazione con cause assolute. Qui diventano fondamentali scuola, servizi sociali, medici di base, operatori della salute mentale, famiglie, comunità locali. Non in una logica di delazione generalizzata che sarebbe pericolosa e illiberale, ma in una logica di allerta competente. Occorre formare chi vive a contatto con le fragilità prima che esse diventino minaccia. Il terzo livello è tecnologico e normativo. L’AI Act europeo rappresenta un primo tentativo di governare i rischi dell’intelligenza artificiale, ma il tema specifico della radicalizzazione automatizzata resta ancora insufficientemente definito. Il problema non è soltanto vietare contenuti terroristici manifesti. Il problema è comprendere come sistemi generativi possano accompagnare un soggetto vulnerabile lungo una scala progressiva di estremizzazione senza produrre subito contenuti apertamente illegali. La propaganda adattiva è pericolosa proprio perché può essere graduale. Non dice necessariamente tutto subito. Attende, calibra, personalizza, spinge. È una pedagogia oscura, cucita addosso alla fragilità individuale. Il quarto livello riguarda la cultura della sicurezza. Le società europee devono accettare una verità scomoda: non tutto è prevenibile. La promessa di sicurezza totale è falsa. È falsa tecnicamente, politicamente e moralmente. Una democrazia non può trasformarsi in una macchina di sorveglianza assoluta per impedire ogni rischio, perché in quel momento avrebbe già consegnato una parte essenziale della propria libertà alla paura. Ma riconoscere che non tutto è prevenibile non significa rassegnarsi. Significa scegliere meglio dove intervenire, evitando sia l’illusione securitaria sia l’abbandono fatalistico. Il punto, dunque, non è costruire uno Stato onnisciente, ma uno Stato più intelligente. Meno dipendente dalla sola sorveglianza digitale di massa, più capace di leggere i segnali sociali. Meno concentrato sulla reazione emergenziale, più attento alla prevenzione territoriale. Meno incline a immaginare il terrorista come membro di un’organizzazione riconoscibile, più consapevole delle nuove forme di radicalizzazione molecolare, solitaria, algoritmica. Meno rassicurante nelle parole, più concreto nelle misure. L’attore solitario rappresenta una sfida radicale perché mette in crisi l’idea stessa di prevenzione. Non è invisibile perché geniale. È invisibile perché ordinario. Può essere incensurato, integrato in apparenza, privo di legami con reti note, privo di segnali penalmente rilevanti. La sua trasformazione può consumarsi in silenzio, in uno spazio mentale alimentato da solitudini, frustrazioni, rancori, contenuti estremisti e dispositivi tecnologici capaci di restituirgli un senso deformato di missione. Quando poi agisce, lo fa spesso con mezzi elementari, in luoghi comuni, contro persone casuali. È il terrorismo della normalità violata: il centro cittadino, il mercato, la passeggiata, il festival, la piazza. Per questo Modena non va letta soltanto come un fatto di cronaca nera o come un possibile episodio di matrice ancora da accertare. Va letta come sintomo. Sintomo di una trasformazione della minaccia. Sintomo di una vulnerabilità urbana. Sintomo di una difficoltà istituzionale a intercettare ciò che non si organizza più secondo le forme del passato. Sintomo, soprattutto, di un passaggio storico: il momento in cui la radicalizzazione non ha più bisogno di un’organizzazione per diventare azione. Il terrorismo del futuro prossimo potrebbe non presentarsi con cellule dormienti, campi di addestramento, telefonate intercettabili o trasferimenti sospetti. Potrebbe presentarsi come un giovane o un adulto isolato, esposto a contenuti radicali, guidato da ambienti digitali opachi, confermato da sistemi automatici, convinto di dover compiere un gesto esemplare. Nessun ordine. Nessun giuramento. Nessuna bandiera visibile. Solo una traiettoria individuale che a un certo punto attraversa lo spazio pubblico e lo trasforma in scena del terrore. È questa la nuova frontiera della sicurezza: non più soltanto impedire che il branco colpisca, ma capire come si forma il lupo quando il branco non c’è più. O quando il branco è diventato invisibile, disperso, digitale, algoritmico. Uno Stato che continua a cercare soltanto strutture rischia di arrivare sempre dopo. Uno Stato che rinuncia a proteggere gli spazi pubblici lascia i cittadini esposti alla brutalità elementare dei mezzi più comuni. Uno Stato che non forma le sue reti sociali di prossimità perde l’unico sensore ancora capace di vedere ciò che l’intelligence digitale non vede: il cedimento umano prima che diventi violenza. La prima linea di difesa in questi casi non può essere soltanto il passante che tenta di fermare l’aggressore, il poliziotto che arriva dopo, il medico che soccorre, la telecamera che ricostruisce. Deve essere una trama preventiva più larga, meno spettacolare, più paziente: urbanistica di sicurezza, educazione digitale, formazione degli operatori, monitoraggio proporzionato, responsabilità delle piattaforme, aggiornamento normativo sull’intelligenza artificiale, capacità delle comunità di riconoscere il disagio estremo prima che si travesta da missione. La sicurezza del XXI secolo non si giocherà soltanto nella capacità di scoprire complotti. Si giocherà nella capacità di impedire che la solitudine diventi ideologia, che l’algoritmo diventi reclutatore, che il disagio diventi bersaglio, che un’automobile qualunque diventi arma, che una piazza ordinaria diventi il luogo in cui lo Stato scopre troppo tardi di non aver saputo vedere. Roberto Rapaccini