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volte la potenza non si manifesta nel gesto, ma nella capacità di evitarlo. Non
nel colpo inferto, ma nella freddezza con cui si osserva l’avversario consumare
da solo le proprie risorse. È questa la chiave interpretativa del momento che
precede il vertice di Pechino del 14-15 maggio p.v. tra Donald Trump e Xi
Jinping: una Cina relativamente immobile, prudente, calcolatrice, e un’America
nuovamente proiettata nella logica dell’azione militare, della pressione
immediata, della risposta spettacolare. Il paradosso è evidente. Washington ha
scelto il movimento: l’operazione Epic Fury contro l’Iran, la pressione
sullo Stretto di Hormuz, il blocco navale, l’uso massiccio di munizionamento di
precisione, il tentativo di trasformare la superiorità militare in risultato
politico. Pechino, invece, ha scelto l’attesa. Non ha armato apertamente
l’Iran, non ha aperto una crisi parallela su Taiwan, non ha rotto il tavolo
commerciale con gli Stati Uniti, non ha forzato una rottura sistemica. Ha
lasciato che fosse l’avversario a esporsi. Ed è proprio da questa asimmetria
tra azione e inazione che nasce la rendita strategica cinese. Il vertice
Trump-Xi si terrà in un contesto segnato da tre dossier principali: guerra
iraniana, commercio e Taiwan. Analisti e osservatori non si aspettano grandi
svolte, ma risultati limitati, come un’estensione della tregua commerciale o
intese settoriali su esportazioni americane e controlli tecnologici. Tuttavia l’incontro
sarà un passaggio importante, destinato più a esporre le disfunzioni del
rapporto tra Washington e Pechino che a scioglierne i nodi strutturali. La
prima rendita dell’attesa cinese è militare. La guerra contro l’Iran ha confermato
una vulnerabilità americana già nota: la capacità degli Stati Uniti di colpire
resta enorme, ma la capacità industriale di ricostituire rapidamente arsenali
consumati in guerre ad alta intensità è molto meno rassicurante. Gli Stati Uniti hanno sicuramente munizioni
sufficienti per proseguire il conflitto iraniano; il vero rischio riguarda eventuali
guerre future e in altri teatri, in particolare nel Pacifico occidentale. Questo
è il punto che interessa Pechino. L’Iran per la Cina non ha un’importanza
centrale: ma è il laboratorio in cui osservare il comportamento americano sotto
stress. Ogni missile impiegato in Medio Oriente è una risorsa che dovrà essere
ricostituita prima di poter essere pienamente disponibile in uno scenario
indo-pacifico. Ogni difficoltà logistica, ogni lentezza produttiva, ogni
trasferimento di materiali da altri comandi verso il teatro mediorientale
diventa informazione strategica. Non serve che la Cina agisca: le basta osservare
il costo dell’azione americana. La lettura cinese non conduce a una decisione
immediata su Taiwan. Pechino probabilmente non conta di affrontare a breve la
questione, perché ritiene di avere dalla propria parte una traiettoria storica
più lunga: la Cina non ha bisogno di affrettarsi se pensa che il tempo lavori
già per lei. La guerra iraniana mostra che la superiorità militare americana
resta formidabile, ma anche che essa può essere dispersa, consumata, trascinata
in teatri periferici rispetto alla competizione principale. La seconda rendita
è energetica e industriale. La crisi dello Stretto di Hormuz danneggia anche la
Cina, perché Pechino dipende in misura significativa dalle importazioni
energetiche dal Golfo. Ma il suo effetto di medio periodo può paradossalmente
rafforzare la posizione cinese. La chiusura o l’instabilità di Hormuz accelera
la corsa globale verso energie rinnovabili, batterie, veicoli elettrici, reti
intelligenti e infrastrutture elettriche: proprio i settori nei quali la Cina
ha costruito una posizione dominante. Qui sta il passaggio decisivo: la Cina
soffre il petrolio caro, ma guadagna dalla transizione accelerata fuori dal
petrolio. Se i Paesi dipendenti dal Golfo cercano alternative energetiche,
finiscono per entrare in catene di fornitura dominate da Pechino: pannelli
solari, batterie, terre rare, componenti elettrici, raffinazione di minerali
critici. La guerra americana contro l’Iran, nata dentro la vecchia geopolitica
degli idrocarburi, rischia così di rafforzare la nuova geopolitica
dell’elettrificazione, dove la Cina parte in vantaggio. La terza posizione di
vantaggio è negoziale. Trump arriva a Pechino con la necessità politica di
ottenere risultati visibili. Ha bisogno di mostrare che la guerra non è
diventata un pantano, che Hormuz può essere stabilizzato, che l’economia
americana non pagherà un prezzo eccessivo, che il confronto commerciale con la
Cina può produrre concessioni tangibili. Xi, invece, può permettersi un’altra
postura: meno urgente, meno esposta, meno condizionata dal ciclo elettorale.
Questo non rende il sistema cinese più forte in senso assoluto, ma gli consente
una gestione diversa del tempo politico. Sul tavolo Washington porterà
soprattutto obiettivi transnazionali: esportazioni, acquisti cinesi, tariffe,
accesso al mercato, strumenti di gestione della relazione commerciale. Pechino
porterà dossier strategici: tecnologia, sanzioni, Taiwan, architettura della
sicurezza regionale. Tra i temi del summit vi saranno esportazioni americane,
tensioni tariffarie, Taiwan e guerra iraniana. La differenza è evidente: Trump
cerca risultati immediatamente spendibili in contesti elettorali; Xi punta a
spostamenti di lungo periodo. Taiwan è la vera posta nascosta del vertice. La
Cina ha tutto l’interesse a usare la pressione commerciale per ottenere anche
solo un rallentamento, un’ambiguità o una minore enfasi nel sostegno americano
all’isola. Pechino potrebbe cercare di
collegare concessioni economiche a un ammorbidimento americano su Taiwan,
mentre analisti e osservatori non si aspettano un grande accordo complessivo. In
questo senso la guerra iraniana serve indirettamente alla Cina: non perché le
consegni Taiwan, ma perché rende più costoso per Washington sostenere
simultaneamente più fronti strategici. La quarta rendita è normativa e
finanziaria. Pechino ha invocato la propria legge anti-sanzioni per contrastare
le misure americane contro raffinerie cinesi accusate di acquistare petrolio
iraniano. Pechino non vuole abolire il potere sanzionatorio americano, ma pretende
di ridurne progressivamente la presa sul proprio spazio giuridico ed economico.
Tornando nuovamente alla crisi Iraniana in un recente incontro bilaterale con l’Iran,
la Cina ha chiesto la riapertura dello Stretto di Hormuz e ha ribadito il
diritto iraniano all’uso pacifico dell’energia nucleare. Pechino vuole apparire
come attore responsabile, non come incendiario; vuole accreditarsi come potenza
di stabilizzazione pur continuando a contestare il monopolio americano delle
sanzioni e della coercizione finanziaria. Questa è la differenza tra la
semplice prudenza e la rendita dell’attesa. La prudenza consiste nel non
esporsi. La rendita dell’attesa consiste nel lasciare che sia l’avversario a
produrre le condizioni favorevoli alla propria posizione. La Cina non ha creato
da sola l’indebolimento americano nel teatro mediorientale; lo ha osservato,
misurato, incorporato nel proprio calcolo. Non impone nulla agli Usa: evita di
salvare Washington dalle conseguenze delle sue stesse scelte. Naturalmente
questo non significa che la Cina sia invulnerabile. Sarebbe un errore
trasformare l’analisi della debolezza americana in un’apologia della forza
cinese. Pechino conserva fragilità profonde: crisi immobiliare, debito locale,
debolezza dei consumi, pressioni deflazionistiche, irrigidimento politico,
accentramento decisionale. La Cina dunque non vince perché sia priva di crepe.
Vince, o meglio guadagna posizione, perché in questa fase le crepe americane
sono più visibili e più immediatamente sfruttabili. Gli Stati Uniti mostrano
una difficoltà ricorrente: possiedono una potenza militare immensa, ma faticano
a collegarla a un disegno politico coerente. Possono colpire, ma non sempre
trasformare il colpo in ordine. Possono aprire una crisi, ma non sempre
controllarne la durata. Possono costringere l’avversario a subire, ma non
sempre evitare che un terzo attore raccolga i dividendi del conflitto. Il
vertice di Pechino difficilmente risolverà queste asimmetrie. Potrà produrre
dichiarazioni, formule diplomatiche, concessioni settoriali, forse qualche
intesa commerciale. Ma la sua rilevanza non starà tanto nei comunicati finali,
quanto nella fotografia strategica che offrirà: da una parte un presidente
americano costretto a negoziare mentre una guerra ancora riverbera sui mercati,
sugli arsenali e sugli alleati; dall’altra un leader cinese che ha attraversato
la crisi senza esporsi oltre il necessario. La lezione più ampia è che
l’inazione non è sempre passività. In certi contesti può diventare una forma
sofisticata di accumulazione strategica. Ma funziona solo quando l’avversario
si muove male, troppo, o senza una sufficiente visione d’insieme. La Cina non
ha prodotto da sola il proprio vantaggio: ha beneficiato dell’esuberanza
cinetica americana, della tendenza di Washington a confondere il movimento con
la direzione, la pressione con la strategia, l’azione con il risultato. Il
dividendo dell’inazione - o, più precisamente, la rendita dell’attesa - nasce
qui: nell’istante in cui una potenza scopre che può avanzare restando ferma,
perché è l’altra a consumarsi camminando. Roberto Rapaccini