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PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

sabato 9 maggio 2026

LA RENDITA DELL’ATTESA: COME LA CINA GUADAGNA TERRENO MENTRE L’AMERICA CONSUMA LA PROPRIA FORZA (2026)


 

A volte la potenza non si manifesta nel gesto, ma nella capacità di evitarlo. Non nel colpo inferto, ma nella freddezza con cui si osserva l’avversario consumare da solo le proprie risorse. È questa la chiave interpretativa del momento che precede il vertice di Pechino del 14-15 maggio p.v. tra Donald Trump e Xi Jinping: una Cina relativamente immobile, prudente, calcolatrice, e un’America nuovamente proiettata nella logica dell’azione militare, della pressione immediata, della risposta spettacolare. Il paradosso è evidente. Washington ha scelto il movimento: l’operazione Epic Fury contro l’Iran, la pressione sullo Stretto di Hormuz, il blocco navale, l’uso massiccio di munizionamento di precisione, il tentativo di trasformare la superiorità militare in risultato politico. Pechino, invece, ha scelto l’attesa. Non ha armato apertamente l’Iran, non ha aperto una crisi parallela su Taiwan, non ha rotto il tavolo commerciale con gli Stati Uniti, non ha forzato una rottura sistemica. Ha lasciato che fosse l’avversario a esporsi. Ed è proprio da questa asimmetria tra azione e inazione che nasce la rendita strategica cinese. Il vertice Trump-Xi si terrà in un contesto segnato da tre dossier principali: guerra iraniana, commercio e Taiwan. Analisti e osservatori non si aspettano grandi svolte, ma risultati limitati, come un’estensione della tregua commerciale o intese settoriali su esportazioni americane e controlli tecnologici. Tuttavia l’incontro sarà un passaggio importante, destinato più a esporre le disfunzioni del rapporto tra Washington e Pechino che a scioglierne i nodi strutturali. La prima rendita dell’attesa cinese è militare. La guerra contro l’Iran ha confermato una vulnerabilità americana già nota: la capacità degli Stati Uniti di colpire resta enorme, ma la capacità industriale di ricostituire rapidamente arsenali consumati in guerre ad alta intensità è molto meno rassicurante.  Gli Stati Uniti hanno sicuramente munizioni sufficienti per proseguire il conflitto iraniano; il vero rischio riguarda eventuali guerre future e in altri teatri, in particolare nel Pacifico occidentale. Questo è il punto che interessa Pechino. L’Iran per la Cina non ha un’importanza centrale: ma è il laboratorio in cui osservare il comportamento americano sotto stress. Ogni missile impiegato in Medio Oriente è una risorsa che dovrà essere ricostituita prima di poter essere pienamente disponibile in uno scenario indo-pacifico. Ogni difficoltà logistica, ogni lentezza produttiva, ogni trasferimento di materiali da altri comandi verso il teatro mediorientale diventa informazione strategica. Non serve che la Cina agisca: le basta osservare il costo dell’azione americana. La lettura cinese non conduce a una decisione immediata su Taiwan. Pechino probabilmente non conta di affrontare a breve la questione, perché ritiene di avere dalla propria parte una traiettoria storica più lunga: la Cina non ha bisogno di affrettarsi se pensa che il tempo lavori già per lei. La guerra iraniana mostra che la superiorità militare americana resta formidabile, ma anche che essa può essere dispersa, consumata, trascinata in teatri periferici rispetto alla competizione principale. La seconda rendita è energetica e industriale. La crisi dello Stretto di Hormuz danneggia anche la Cina, perché Pechino dipende in misura significativa dalle importazioni energetiche dal Golfo. Ma il suo effetto di medio periodo può paradossalmente rafforzare la posizione cinese. La chiusura o l’instabilità di Hormuz accelera la corsa globale verso energie rinnovabili, batterie, veicoli elettrici, reti intelligenti e infrastrutture elettriche: proprio i settori nei quali la Cina ha costruito una posizione dominante. Qui sta il passaggio decisivo: la Cina soffre il petrolio caro, ma guadagna dalla transizione accelerata fuori dal petrolio. Se i Paesi dipendenti dal Golfo cercano alternative energetiche, finiscono per entrare in catene di fornitura dominate da Pechino: pannelli solari, batterie, terre rare, componenti elettrici, raffinazione di minerali critici. La guerra americana contro l’Iran, nata dentro la vecchia geopolitica degli idrocarburi, rischia così di rafforzare la nuova geopolitica dell’elettrificazione, dove la Cina parte in vantaggio. La terza posizione di vantaggio è negoziale. Trump arriva a Pechino con la necessità politica di ottenere risultati visibili. Ha bisogno di mostrare che la guerra non è diventata un pantano, che Hormuz può essere stabilizzato, che l’economia americana non pagherà un prezzo eccessivo, che il confronto commerciale con la Cina può produrre concessioni tangibili. Xi, invece, può permettersi un’altra postura: meno urgente, meno esposta, meno condizionata dal ciclo elettorale. Questo non rende il sistema cinese più forte in senso assoluto, ma gli consente una gestione diversa del tempo politico. Sul tavolo Washington porterà soprattutto obiettivi transnazionali: esportazioni, acquisti cinesi, tariffe, accesso al mercato, strumenti di gestione della relazione commerciale. Pechino porterà dossier strategici: tecnologia, sanzioni, Taiwan, architettura della sicurezza regionale. Tra i temi del summit vi saranno esportazioni americane, tensioni tariffarie, Taiwan e guerra iraniana. La differenza è evidente: Trump cerca risultati immediatamente spendibili in contesti elettorali; Xi punta a spostamenti di lungo periodo. Taiwan è la vera posta nascosta del vertice. La Cina ha tutto l’interesse a usare la pressione commerciale per ottenere anche solo un rallentamento, un’ambiguità o una minore enfasi nel sostegno americano all’isola.  Pechino potrebbe cercare di collegare concessioni economiche a un ammorbidimento americano su Taiwan, mentre analisti e osservatori non si aspettano un grande accordo complessivo. In questo senso la guerra iraniana serve indirettamente alla Cina: non perché le consegni Taiwan, ma perché rende più costoso per Washington sostenere simultaneamente più fronti strategici. La quarta rendita è normativa e finanziaria. Pechino ha invocato la propria legge anti-sanzioni per contrastare le misure americane contro raffinerie cinesi accusate di acquistare petrolio iraniano. Pechino non vuole abolire il potere sanzionatorio americano, ma pretende di ridurne progressivamente la presa sul proprio spazio giuridico ed economico. Tornando nuovamente alla crisi Iraniana in un recente incontro bilaterale con l’Iran, la Cina ha chiesto la riapertura dello Stretto di Hormuz e ha ribadito il diritto iraniano all’uso pacifico dell’energia nucleare. Pechino vuole apparire come attore responsabile, non come incendiario; vuole accreditarsi come potenza di stabilizzazione pur continuando a contestare il monopolio americano delle sanzioni e della coercizione finanziaria. Questa è la differenza tra la semplice prudenza e la rendita dell’attesa. La prudenza consiste nel non esporsi. La rendita dell’attesa consiste nel lasciare che sia l’avversario a produrre le condizioni favorevoli alla propria posizione. La Cina non ha creato da sola l’indebolimento americano nel teatro mediorientale; lo ha osservato, misurato, incorporato nel proprio calcolo. Non impone nulla agli Usa: evita di salvare Washington dalle conseguenze delle sue stesse scelte. Naturalmente questo non significa che la Cina sia invulnerabile. Sarebbe un errore trasformare l’analisi della debolezza americana in un’apologia della forza cinese. Pechino conserva fragilità profonde: crisi immobiliare, debito locale, debolezza dei consumi, pressioni deflazionistiche, irrigidimento politico, accentramento decisionale. La Cina dunque non vince perché sia priva di crepe. Vince, o meglio guadagna posizione, perché in questa fase le crepe americane sono più visibili e più immediatamente sfruttabili. Gli Stati Uniti mostrano una difficoltà ricorrente: possiedono una potenza militare immensa, ma faticano a collegarla a un disegno politico coerente. Possono colpire, ma non sempre trasformare il colpo in ordine. Possono aprire una crisi, ma non sempre controllarne la durata. Possono costringere l’avversario a subire, ma non sempre evitare che un terzo attore raccolga i dividendi del conflitto. Il vertice di Pechino difficilmente risolverà queste asimmetrie. Potrà produrre dichiarazioni, formule diplomatiche, concessioni settoriali, forse qualche intesa commerciale. Ma la sua rilevanza non starà tanto nei comunicati finali, quanto nella fotografia strategica che offrirà: da una parte un presidente americano costretto a negoziare mentre una guerra ancora riverbera sui mercati, sugli arsenali e sugli alleati; dall’altra un leader cinese che ha attraversato la crisi senza esporsi oltre il necessario. La lezione più ampia è che l’inazione non è sempre passività. In certi contesti può diventare una forma sofisticata di accumulazione strategica. Ma funziona solo quando l’avversario si muove male, troppo, o senza una sufficiente visione d’insieme. La Cina non ha prodotto da sola il proprio vantaggio: ha beneficiato dell’esuberanza cinetica americana, della tendenza di Washington a confondere il movimento con la direzione, la pressione con la strategia, l’azione con il risultato. Il dividendo dell’inazione - o, più precisamente, la rendita dell’attesa - nasce qui: nell’istante in cui una potenza scopre che può avanzare restando ferma, perché è l’altra a consumarsi camminando. Roberto Rapaccini