Negli
ultimi anni il sistema internazionale ha attraversato una trasformazione che va
ben oltre le normali oscillazioni geopolitiche: si tratta di una crisi di
fiducia prima ancora che di potere. Per oltre mezzo secolo gli Stati Uniti
hanno rappresentato agli occhi europei non solo un alleato strategico ma un
punto di riferimento istituzionale e valoriale, un Paese che pur tra
contraddizioni si è identificato con la promozione dell’ordine liberale, del
multilateralismo e dei diritti individuali. Il ritorno sulla scena politica di
Donald Trump ha contribuito a incrinare questa immagine consolidata riaprendo
interrogativi sulla prevedibilità della politica estera americana e sulla
solidità dell’architettura transatlantica, interrogativi che si riflettono anche
nei dati raccolti dall’European Council on Foreign Relations, i quali indicano
un raffreddamento significativo della percezione europea nei confronti degli
Stati Uniti, con una quota crescente di cittadini che non li considera più un
alleato automatico ma in alcuni casi un attore competitivo o addirittura
ostile, un cambiamento che solo pochi anni fa sarebbe apparso difficilmente
immaginabile. In questo spazio di incertezza si inserisce la Cina, che negli
ultimi due decenni ha rafforzato in modo sistematico la propria posizione
economica, tecnologica e diplomatica, proponendosi come interlocutore
pragmatico e stabile in un contesto globale segnato da instabilità e
polarizzazione. Le visite di leader europei a Pechino tra cui quella del primo
ministro spagnolo Pedro Sanchez testimoniano una volontà crescente di
diversificare le relazioni internazionali e di esplorare alternative
strategiche rispetto al tradizionale asse transatlantico. Tuttavia, questa
apertura solleva una questione fondamentale: fino a che punto la Cina
rappresenta un partner comparabile agli standard politici e istituzionali
europei? Quanto il suo attuale successo internazionale è il risultato di una
più sofisticata capacità di proiezione esterna piuttosto che di una
trasformazione interna sostanziale? Per comprendere la natura del sistema
cinese resta particolarmente efficace la metafora elaborata dal sinologo Perry
Link, che descrive il potere del Partito Comunista Cinese come un anaconda nel
lampadario: una presenza costante, visibile ma non necessariamente attiva, la
cui funzione principale non è intervenire direttamente, bensì indurre
comportamenti conformi attraverso la consapevolezza della sua esistenza. Questa
immagine coglie un elemento centrale del modello cinese: il controllo non si
esercita soltanto attraverso la coercizione esplicita, ma soprattutto
attraverso l’interiorizzazione dei limiti da parte dei cittadini, che tendono
ad autocensurarsi in un contesto in cui i confini del lecito non sono sempre
chiaramente definiti ma sono percepiti come potenzialmente rigidi e
sanzionabili. Negli ultimi anni questo meccanismo si è evoluto grazie
all’integrazione con tecnologie avanzate. Il cosiddetto Grande Firewall
rappresenta solo uno degli strumenti attraverso cui lo Stato regola l’accesso
all’informazione, filtrando contenuti e limitando la presenza di piattaforme
internazionali mentre sistemi di sorveglianza basati su riconoscimento facciale
e analisi dei dati consentono un monitoraggio capillare degli spazi pubblici e
in misura crescente delle interazioni digitali. L’impiego dell’intelligenza
artificiale per l’analisi dei contenuti e per l’individuazione di comportamenti
ritenuti problematici rafforza ulteriormente la capacità dello Stato di
intervenire in modo selettivo e tempestivo rendendo il controllo meno visibile
ma più pervasivo. In questo quadro si inseriscono anche i sistemi comunemente
ricondotti al concetto di credito sociale, che non costituiscono un’unica
infrastruttura centralizzata, ma una pluralità di strumenti locali e settoriali
volti a incentivare comportamenti conformi e a disincentivare deviazioni
rispetto alle norme stabilite dalle autorità. Dal punto di vista istituzionale
la Cina resta un sistema monopartitico in cui il Partito Comunista esercita un
controllo diretto o indiretto su tutti i principali organi dello Stato. Non
esistono elezioni nazionali libere e competitive e il sistema giudiziario non
gode di indipendenza nel senso inteso nelle democrazie liberali. I dati
ufficiali indicano un tasso di condanne nei procedimenti penali superiore al
novantanove per cento, un elemento che pur richiedendo contestualizzazione
rispetto alle caratteristiche del sistema processuale cinese evidenzia una
forte asimmetria tra accusa e difesa e una limitata funzione garantista del
processo. Organizzazioni internazionali collocano stabilmente la Cina tra i
Paesi con i livelli più bassi di libertà politica e civile, nonché di libertà
su internet, sottolineando la persistenza di restrizioni significative in
ambiti fondamentali della vita pubblica. Parallelamente la Cina ha sviluppato
una strategia di proiezione internazionale che combina strumenti economici,
tecnologici e diplomatici. Attraverso iniziative come la cosiddetta Via della
Seta Digitale Pechino promuove l’esportazione di infrastrutture di
telecomunicazione, sistemi di gestione dei dati e tecnologie di sorveglianza
verso altri Paesi, in particolare in Asia, Africa e Medio Oriente. Questo
processo non si limita a rafforzare la presenza economica cinese, ma
contribuisce anche alla diffusione di modelli di governance digitale che
possono influenzare le modalità con cui altri Stati gestiscono l’informazione e
il controllo sociale, configurando una forma di influenza che va oltre i
tradizionali strumenti geopolitici. In questo contesto l’Europa si trova di
fronte a una scelta complessa che non può essere ridotta a una semplice
alternativa tra Stati Uniti e Cina. Il raffreddamento dei rapporti
transatlantici rappresenta una sfida reale, ma non implica automaticamente la
convergenza verso modelli politici profondamente diversi da quelli europei. Il
rischio principale è quello di interpretare il cambiamento di tono della
diplomazia cinese come un cambiamento di sostanza del sistema politico,
sottovalutando le continuità strutturali che caratterizzano la governance
interna del paese. La Cina contemporanea appare più sofisticata nella
comunicazione e più integrata nell’economia globale, ma mantiene
un’impostazione istituzionale che si discosta in modo significativo dai
principi dello stato di diritto, della separazione dei poteri e del pluralismo
politico. La questione centrale, dunque, non è se l’Europa debba dialogare con
la Cina — un’interazione che appare inevitabile in un mondo interdipendente —
ma su quali basi e con quale consapevolezza. In un sistema internazionale
sempre più competitivo la capacità di distinguere tra convergenze economiche e
divergenze politiche diventa essenziale per evitare semplificazioni che
potrebbero tradursi in errori strategici. La Cina rappresenta senza dubbio un
attore globale di primo piano, ma comprenderne la natura richiede un’analisi
che vada oltre le apparenze e che tenga conto tanto delle sue capacità di
innovazione quanto delle caratteristiche profonde del suo sistema politico.
Grammatica del mondo islamico, Medio Oriente, dialogo interreligioso, interetnico e multiculturale, questioni di geopolitica, immigrazione.
PAESI DELLA LEGA ARABA
TESTO SC.
giovedì 7 maggio 2026
IL NUOVO EQUILIBRIO GLOBALE: EUROPA, STATI UNITI E L’ASCESA DELLA CINA (2026)
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