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PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

lunedì 4 maggio 2026

IL NUOVO EQUILIBRIO GLOBALE: EUROPA, STATI UNITI E L’ASCESA DELLA CINA (2026)

Negli ultimi anni il sistema internazionale ha attraversato una trasformazione che va ben oltre le normali oscillazioni geopolitiche: si tratta di una crisi di fiducia prima ancora che di potere. Per oltre mezzo secolo gli Stati Uniti hanno rappresentato agli occhi europei non solo un alleato strategico ma un punto di riferimento istituzionale e valoriale, un Paese che pur tra contraddizioni si è identificato con la promozione dell’ordine liberale, del multilateralismo e dei diritti individuali. Il ritorno sulla scena politica di Donald Trump ha contribuito a incrinare questa immagine consolidata riaprendo interrogativi sulla prevedibilità della politica estera americana e sulla solidità dell’architettura transatlantica, interrogativi che si riflettono anche nei dati raccolti dall’European Council on Foreign Relations, i quali indicano un raffreddamento significativo della percezione europea nei confronti degli Stati Uniti, con una quota crescente di cittadini che non li considera più un alleato automatico ma in alcuni casi un attore competitivo o addirittura ostile, un cambiamento che solo pochi anni fa sarebbe apparso difficilmente immaginabile. In questo spazio di incertezza si inserisce la Cina, che negli ultimi due decenni ha rafforzato in modo sistematico la propria posizione economica, tecnologica e diplomatica, proponendosi come interlocutore pragmatico e stabile in un contesto globale segnato da instabilità e polarizzazione. Le visite di leader europei a Pechino tra cui quella del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez testimoniano una volontà crescente di diversificare le relazioni internazionali e di esplorare alternative strategiche rispetto al tradizionale asse transatlantico. Tuttavia, questa apertura solleva una questione fondamentale: fino a che punto la Cina rappresenta un partner comparabile agli standard politici e istituzionali europei? Quanto il suo attuale successo internazionale è il risultato di una più sofisticata capacità di proiezione esterna piuttosto che di una trasformazione interna sostanziale? Per comprendere la natura del sistema cinese resta particolarmente efficace la metafora elaborata dal sinologo Perry Link, che descrive il potere del Partito Comunista Cinese come un anaconda nel lampadario: una presenza costante, visibile ma non necessariamente attiva, la cui funzione principale non è intervenire direttamente, bensì indurre comportamenti conformi attraverso la consapevolezza della sua esistenza. Questa immagine coglie un elemento centrale del modello cinese: il controllo non si esercita soltanto attraverso la coercizione esplicita, ma soprattutto attraverso l’interiorizzazione dei limiti da parte dei cittadini, che tendono ad autocensurarsi in un contesto in cui i confini del lecito non sono sempre chiaramente definiti ma sono percepiti come potenzialmente rigidi e sanzionabili. Negli ultimi anni questo meccanismo si è evoluto grazie all’integrazione con tecnologie avanzate. Il cosiddetto Grande Firewall rappresenta solo uno degli strumenti attraverso cui lo Stato regola l’accesso all’informazione, filtrando contenuti e limitando la presenza di piattaforme internazionali mentre sistemi di sorveglianza basati su riconoscimento facciale e analisi dei dati consentono un monitoraggio capillare degli spazi pubblici e in misura crescente delle interazioni digitali. L’impiego dell’intelligenza artificiale per l’analisi dei contenuti e per l’individuazione di comportamenti ritenuti problematici rafforza ulteriormente la capacità dello Stato di intervenire in modo selettivo e tempestivo rendendo il controllo meno visibile ma più pervasivo. In questo quadro si inseriscono anche i sistemi comunemente ricondotti al concetto di credito sociale, che non costituiscono un’unica infrastruttura centralizzata, ma una pluralità di strumenti locali e settoriali volti a incentivare comportamenti conformi e a disincentivare deviazioni rispetto alle norme stabilite dalle autorità. Dal punto di vista istituzionale la Cina resta un sistema monopartitico in cui il Partito Comunista esercita un controllo diretto o indiretto su tutti i principali organi dello Stato. Non esistono elezioni nazionali libere e competitive e il sistema giudiziario non gode di indipendenza nel senso inteso nelle democrazie liberali. I dati ufficiali indicano un tasso di condanne nei procedimenti penali superiore al novantanove per cento, un elemento che pur richiedendo contestualizzazione rispetto alle caratteristiche del sistema processuale cinese evidenzia una forte asimmetria tra accusa e difesa e una limitata funzione garantista del processo. Organizzazioni internazionali collocano stabilmente la Cina tra i Paesi con i livelli più bassi di libertà politica e civile, nonché di libertà su internet, sottolineando la persistenza di restrizioni significative in ambiti fondamentali della vita pubblica. Parallelamente la Cina ha sviluppato una strategia di proiezione internazionale che combina strumenti economici, tecnologici e diplomatici. Attraverso iniziative come la cosiddetta Via della Seta Digitale Pechino promuove l’esportazione di infrastrutture di telecomunicazione, sistemi di gestione dei dati e tecnologie di sorveglianza verso altri Paesi, in particolare in Asia, Africa e Medio Oriente. Questo processo non si limita a rafforzare la presenza economica cinese, ma contribuisce anche alla diffusione di modelli di governance digitale che possono influenzare le modalità con cui altri Stati gestiscono l’informazione e il controllo sociale, configurando una forma di influenza che va oltre i tradizionali strumenti geopolitici. In questo contesto l’Europa si trova di fronte a una scelta complessa che non può essere ridotta a una semplice alternativa tra Stati Uniti e Cina. Il raffreddamento dei rapporti transatlantici rappresenta una sfida reale, ma non implica automaticamente la convergenza verso modelli politici profondamente diversi da quelli europei. Il rischio principale è quello di interpretare il cambiamento di tono della diplomazia cinese come un cambiamento di sostanza del sistema politico, sottovalutando le continuità strutturali che caratterizzano la governance interna del paese. La Cina contemporanea appare più sofisticata nella comunicazione e più integrata nell’economia globale, ma mantiene un’impostazione istituzionale che si discosta in modo significativo dai principi dello stato di diritto, della separazione dei poteri e del pluralismo politico. La questione centrale, dunque, non è se l’Europa debba dialogare con la Cina — un’interazione che appare inevitabile in un mondo interdipendente — ma su quali basi e con quale consapevolezza. In un sistema internazionale sempre più competitivo la capacità di distinguere tra convergenze economiche e divergenze politiche diventa essenziale per evitare semplificazioni che potrebbero tradursi in errori strategici. La Cina rappresenta senza dubbio un attore globale di primo piano, ma comprenderne la natura richiede un’analisi che vada oltre le apparenze e che tenga conto tanto delle sue capacità di innovazione quanto delle caratteristiche profonde del suo sistema politico. Roberto Rapaccini