Il panorama energetico mondiale ha subito una trasformazione tettonica il 28 aprile 2026 quando gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno ufficialmente annunciato la propria intenzione di recedere dall'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) e dalla più ampia alleanza OPEC+, con effetto immediato dal 1° maggio 2026. Questa decisione, che pone fine a quasi sessant'anni di partecipazione attiva iniziata nel maggio 1967 con l'ingresso indipendente dell'Emirato di Abu Dhabi, non rappresenta soltanto un mutamento amministrativo, ma simboleggia l'emergere di una nuova “sovranità energetica” che privilegia gli interessi nazionali rispetto alla gestione collettiva dei prezzi. L'analisi della correttezza delle affermazioni conferma che gli EAU, essendo cresciuti fino a diventare il secondo produttore per capacità all'interno dell'OPEC, hanno visto i propri interessi divergere radicalmente da quelli del cartello a causa dell'inconciliabilità tra i tetti produttivi e l'ambizioso programma di investimenti della Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC). Fino all'aprile 2026, la quota OPEC assegnata agli EAU era di circa 3,2 milioni di barili al giorno (mb/d), a fronte di una capacità produttiva reale già superiore ai 4,85 mb/d, costringendo il Paese a mantenere inutilizzato quasi il 30% del proprio potenziale. ADNOC ha impegnato un capitale mastodontico di 150 miliardi di dollari per portare la capacità a 5 milioni di mb/d entro il 2027, una strategia volta a monetizzare le riserve prima che la transizione energetica riduca strutturalmente la domanda globale. Sul piano fiscale gli EAU godono di un prezzo di pareggio (breakeven) estremamente competitivo, stimato tra i 45 e i 50 dollari al barile a differenza dell'Arabia Saudita che necessita di quotazioni superiori agli 80-88 dollari per sostenere la propria Vision 2030, innescando una “fratellanza competitiva” ormai insostenibile. La rottura è alimentata anche da gravi tensioni geopolitiche con Riyadh, specialmente per il sostegno a fazioni opposte nella guerra civile in Sudan, dove gli EAU appoggiano le Rapid Support Forces (RSF) mentre i sauditi sostengono le Sudanese Armed Forces (SAF). Inoltre, la partecipazione all'OPEC è diventata strategicamente difficile a causa del conflitto attivo con l'Iran, membro fondatore del cartello che attualmente esercita un controllo ostile sullo Stretto di Hormuz, ridotto a operare al 4% della sua capacità normale. Sebbene gli EAU abbiano ora la libertà politica di produrre di più, l'impatto immediato è mitigato proprio dal blocco navale che mantiene circa 2 milioni di mb/d di produzione offshore bloccati. Nonostante ciò il mercato ha reagito con estrema volatilità: il 30 aprile 2026 i prezzi del Brent hanno toccato i 126,10 dollari al barile e il WTI i 110,24 dollari, spinti dal premio al rischio bellico sebbene i contratti a lungo termine inizino a prezzare un mercato più allentato per il 2027. Questa frammentazione riduce drasticamente l'efficacia dei modelli di gestione dei prezzi poiché l'offerta globale deve ora includere la variabile della produzione indipendente emiratina. Tale scenario ha portato Saul Kavonic, capo della ricerca energetica presso MST Financial, a definire l'evento come l'inizio della fine dell'OPEC, poiché il cartello perde circa il 15% della sua capacità complessiva e uno dei suoi membri storicamente più disciplinati, trasformandosi in un gruppo Saudi-centrico intrinsecamente più debole e meno capace di agire come arbitro indiscusso dell'energia mondiale. Roberto Rapaccini
Grammatica del mondo islamico, Medio Oriente, dialogo interreligioso, interetnico e multiculturale, questioni di geopolitica, immigrazione.
PAESI DELLA LEGA ARABA
TESTO SC.
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