Non guardiamo il film ‘W’ di Oliver Stone del 2018 solo per la sua storia o per la regia. Lo usiamo come una lente di ingrandimento. Ne parliamo perché a distanza di tutti questi anni il film ci aiuta a capire qualcosa di fondamentale, ovvero la grammatica quasi immutabile del potere geopolitico. Può un film del 2008 prevedere il futuro? Questa è la domanda che sta rimbalzando un po' ovunque online, spinta da spezzoni del film diventati virali. E in tanti sembrano convinti che la risposta sia sì. Ma, come spesso accade, la verità è molto più complessa, e più interessante di un semplice sì o no. Ecco la frase al centro di tutto: il controllo dell’Iran è la chiave per controllare l’intero spazio euroasiatico. Viene pronunciata dal personaggio di Dick Cheney. Questa battuta con la sua chiarezza quasi brutale sembra parlare direttamente delle tensioni che viviamo oggi. Da qui dobbiamo cominciare la nostra analisi. Prima di tutto cerchiamo di capire perché un film di oltre 15 anni fa riesca a darci questa fortissima sensazione di profezia. L'idea di un Oliver Stone con una specie di sfera di cristallo è affascinante. Ma è una semplificazione. Una semplificazione che per quanto accattivante rischia di farci perdere di vista il vero valore di questo film. Proviamo invece a cambiare prospettiva. Mettiamo da parte l'idea della profezia. Il film non va visto come un oracolo che predice eventi specifici, ma come uno strumento che ci permette di decodificare la grammatica del potere, cioè quella logica di fondo che guida le grandi decisioni. Approfondiamo questo concetto: la capacità del film di mostrarci le fondamenta su cui si regge il potere. Che cosa intendiamo esattamente con grammatica nascosta del potere? Intendiamo quell'insieme di regole non scritte, di imperativi geografici, economici, che orientano le scelte dei governi al di là delle giustificazioni che sentiamo in pubblico. E il film di Stone è magistrale nel rendere tutto questo molto visibile. Non si tratta di anticipare un evento. Si tratta di mettere a nudo una logica che, proprio perché è strutturale, tende a ripetersi nel tempo. In pratica il film rende chiare le forze che rendono certi eventi, se non proprio inevitabili almeno estremamente probabili. Analizziamo il primo pezzo di questa grammatica, il realismo strategico, quello freddo calcolatore che il film ci sbatte in faccia senza troppi filtri. La scena del film nella war room è quasi un manuale. L'Iran non viene descritto solo come un nemico, ma come una variabile di sistema. Chi controlla l'Iran di fatto influenza i flussi energetici mondiali, perché controlla punti chiave come lo stretto di Hormuz. Questa non è un'invenzione di Stone. È una logica che riecheggia le teorie geopolitiche classiche, quelle basate su una razionalità gelida e spietata. E qui c'è l'aspetto forse più interessante che il film suggerisce. La presenza militare a lungo termine in Medio Oriente non viene mai rappresentata come un errore di calcolo. Viene mostrata come una scelta implicita, una condizione strutturale. L'obiettivo non è un intervento temporaneo. L'obiettivo è la permanenza. Però la geopolitica da sola non basta a spiegare tutto. E Stone ci spinge a considerare un'altra variabile fondamentale, l'elemento umano, le persone al vertice del potere. Sarebbe un grosso errore pensare che la Storia sia scritta solo da mappe geografiche e risorse naturali. Le decisioni le prendono le persone, con le loro storie, le loro paure, e anche le loro ossessioni. Il ritratto che il film fa di George W. Bush è tutto centrato su questo. La sua biografia, la sua continua ricerca di approvazione agli occhi del padre, le sue fragilità; tutto questo si intreccia con la fredda logica strategica di cui parlavamo. La decisione di invadere l'Iraq, per esempio, viene mostrata proprio come il punto di incontro tra interessi strutturali e dinamiche profondamente e intimamente personali. Arriviamo al punto finale. Proviamo a mettere insieme tutti i pezzi per capire perché, guardando ‘W’ oggi, proviamo questa strana, fortissima sensazione di attualità. Gli eventi attuali sono la persistente logica del potere. Le strutture profonde descritte nell’opera di Stone - quelle geografiche, energetiche, strategiche - sono ancora pienamente operative. Il mondo continua a funzionare secondo quella stessa spietata grammatica. Il metodo di Oliver Stone è abile. Parte da fatti storici che tutti riconosciamo, ma li riorganizza, li monta in un modo che fa emergere un significato nascosto. In pratica non inventa nulla, svela. Costruisce una narrazione che va oltre la semplice cronaca per arrivare alla vera sostanza del potere. E questa forse è la conclusione più inquietante di tutte. Il vero turbamento che ci lascia il film non è la sua presunta capacità di prevedere il futuro. È rendersi conto che quella logica che descrive non è mai passata di moda, che il mondo, in fondo, non ha mai veramente smesso di assomigliare a quello del film. E quindi, la domanda finale è proprio questa. Se osserviamo le crisi di oggi, le tensioni geopolitiche, le lotte per le risorse, possiamo dire che quella grammatica nascosta del potere sia stata riscritta, oppure stiamo semplicemente ancora leggendo capitoli diversi dello stesso identico libro? Roberto Rapaccini
PS: La scena del film della war room è visibile anche su Youtube.