RASSEGNA STAMPA S.

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• Il Passato sarà un buon rifugio, ma il Futuro è l'unico posto dove possiamo andare. (Renzo Piano) •

PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

venerdì 3 aprile 2026

IL POTERE INVISIBILE


Nel lessico della modernità avanzata la religione viene spesso relegata a una dimensione privata, residuale, talvolta persino irrilevante rispetto ai grandi processi che regolano la politica internazionale. Economia, tecnologia, sicurezza, risorse: sono queste le categorie che dominano il discorso pubblico e l’analisi geopolitica. Eppure, proprio mentre il mondo si racconta come secolarizzato, le idee religiose continuano ad agire - in modo meno visibile ma non meno incisivo - nella formazione delle percezioni collettive, nella costruzione delle identità e nell’orientamento delle decisioni politiche. Il loro potere non risiede tanto nella capacità di determinare direttamente gli eventi quanto nel plasmare il quadro di senso entro cui quegli eventi vengono interpretati. Le religioni, infatti, non sono soltanto sistemi di credenze ma strutture simboliche che offrono chiavi di lettura della realtà, definiscono categorie morali, stabiliscono gerarchie di valori. In questo senso esse operano a un livello più profondo rispetto agli interessi materiali: non dicono semplicemente cosa conviene fare, ma cosa è giusto fare, cosa è necessario, cosa è inevitabile. Questa funzione diventa particolarmente evidente nei contesti di conflitto. In molte aree del mondo la dimensione religiosa contribuisce a trasformare controversie territoriali o strategiche in questioni identitarie, caricandole di significati che eccedono la contingenza politica. Quando un territorio non è soltanto uno spazio da controllare, ma un luogo investito di valore sacro o storico-religioso, la possibilità di compromesso si riduce sensibilmente. La negoziazione - che presuppone la disponibilità a cedere qualcosa - incontra un limite laddove ciò che è in gioco viene percepito come non negoziabile per definizione. Nel contesto mediorientale questa dinamica appare con particolare evidenza. Lo Stato di Israele ad esempio è al centro non solo di equilibri strategici, ma anche di narrazioni religiose che lo collocano all’interno di un orizzonte escatologico. In alcune correnti del Cristianesimo evangelico, soprattutto negli Stati Uniti, la sua esistenza viene letta come parte di un disegno profetico secondo una visione riconducibile al dispensazionalismo.  Il dispensazionalismo è una corrente teologica protestante che interpreta la storia come suddivisa in diverse dispensazioni (epoche del rapporto tra Dio e l’uomo), distinguendo nettamente tra Israele e Chiesa, e attribuendo alle profezie bibliche un compimento storico letterale. In questo quadro il sostegno a Israele non è soltanto una scelta politica ma assume anche una dimensione teologica diventando in alcuni casi un imperativo morale. Ma il fenomeno non riguarda un’unica tradizione religiosa. Anche nel mondo islamico la dimensione religiosa svolge un ruolo fondamentale nella costruzione del consenso e nella mobilitazione politica. Movimenti e leadership utilizzano riferimenti religiosi per legittimare posizioni, rafforzare identità e definire linee di appartenenza. Allo stesso modo all’interno dell’ebraismo esistono correnti che attribuiscono alla terra e allo Stato una valenza religiosa specifica contribuendo a orientare il dibattito interno e le scelte politiche. Ciò che emerge è un dato strutturale: le idee religiose non sostituiscono gli interessi, ma li accompagnano, li interpretano, talvolta li radicalizzano. Esse agiscono come moltiplicatori di senso. Un conflitto può nascere per ragioni strategiche, ma può essere sostenuto, prolungato o irrigidito da narrazioni religiose che ne rafforzano la legittimità percepita. In altri termini la religione raramente è la causa unica ma spesso è il linguaggio attraverso cui le cause vengono comprese e giustificate. Questo non significa che la religione sia necessariamente un fattore di conflitto. Al contrario essa può costituire anche una risorsa per la mediazione e la riconciliazione. Le stesse tradizioni religiose che alimentano identità forti possono offrire strumenti per il dialogo, per la limitazione della violenza, per la costruzione di ponti tra comunità. Tuttavia, perché ciò avvenga, è necessario che la dimensione religiosa venga riconosciuta e compresa, non ignorata o semplificata. Uno degli errori più frequenti nell’analisi geopolitica contemporanea è infatti quello di sottovalutare il ruolo delle idee, e in particolare delle idee religiose. L’illusione di poter spiegare tutto attraverso categorie esclusivamente materiali rischia di produrre analisi incomplete. Le decisioni politiche non sono mai il risultato di un calcolo puramente razionale: esse si inseriscono in contesti culturali, simbolici e valoriali che ne orientano la direzione. Comprendere il potere delle idee religiose significa allora riconoscere che la politica internazionale non si svolge soltanto nello spazio visibile degli interessi e delle forze, ma anche in quello più discreto ma decisivo delle rappresentazioni. È in questo spazio che si formano le percezioni di minaccia, le immagini dell’altro, le giustificazioni della guerra e le possibilità della pace. In definitiva le idee religiose non governano il mondo, ma contribuiscono a definirne i confini interpretativi. Non determinano automaticamente le scelte degli attori, ma influenzano ciò che quegli attori ritengono possibile, legittimo o necessario. Ignorarle significa rinunciare a comprendere una parte essenziale della realtà. Prenderle sul serio, invece, non implica condividerle, ma riconoscerne il ruolo come una delle forze — spesso silenziose — che continuano a modellare il nostro tempo. Roberto Rapaccini

 

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