La geopolitica contemporanea non può più essere considerata una disciplina rigida chiusa entro formule statiche o automatismi interpretativi. Essa si presenta piuttosto come un metodo di lettura del mondo, una chiave analitica che consente di comprendere come lo spazio, le risorse, le distanze, le vie di comunicazione, le identità collettive e le rappresentazioni simboliche incidano sulle decisioni politiche e sugli equilibri di potenza. In altri termini la geopolitica non studia soltanto dove si collocano gli Stati e i conflitti, ma cerca di comprendere che cosa significhi per un popolo o per una classe dirigente occupare un certo spazio, difenderlo, espanderlo o percepirlo come vulnerabile. In questo senso essa non è una scienza esatta: non produce leggi meccaniche, ma offre uno schema di interpretazione, un modo di ragionare che collega fattori materiali e fattori immateriali. La geopolitica classica, sviluppatasi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, attribuiva un peso decisivo alla geografia fisica. Montagne, pianure, mari, stretti, deserti, linee costiere erano considerati elementi capaci di orientare in modo quasi diretto il comportamento degli Stati. Oggi questo impianto non è scomparso ma è stato profondamente corretto. Accanto al territorio contano infatti i flussi: quelli finanziari, quelli commerciali, quelli informativi, quelli digitali, quelli energetici. Una potenza moderna non si misura soltanto dalla superficie che controlla o dalla consistenza del suo apparato militare, ma anche dalla capacità di governare reti, catene del valore, infrastrutture, dati, comunicazioni e piattaforme tecnologiche. Il territorio non perde importanza; cambia però il modo in cui esso va interpretato. Non è più soltanto una base fisica, ma uno snodo inserito in sistemi di relazione molto più complessi. Per comprendere questo mutamento è decisivo il concetto di rappresentazione geopolitica. Con tale espressione si intende il fatto che gli spazi non sono mai soltanto realtà oggettive. Essi sono anche immagini mentali, costruzioni simboliche, narrazioni collettive. Una frontiera ad esempio non è solo una linea tracciata su una carta: può diventare il segno della propria sicurezza, della propria umiliazione storica, della propria missione nazionale. Una regione periferica può essere percepita come marginale da un osservatore esterno, ma vissuta come irrinunciabile da chi la considera parte della propria identità. Questo significa che la geopolitica non riguarda soltanto la geografia reale, ma anche la geografia immaginata. I leader agiscono non solo in base a vincoli oggettivi, ma anche in base al modo in cui interpretano lo spazio e alla memoria storica che vi proiettano sopra. È qui che si saldano territorio, percezione e potere. All’interno di questo scenario lo Stato-nazione resta il soggetto centrale della politica internazionale perché continua a detenere la sovranità giuridica, il monopolio legittimo della forza e la capacità di rappresentare un corpo politico organizzato. Tuttavia, la sua autonomia è oggi più limitata di quanto non fosse in passato. Gli Stati devono misurarsi con istituzioni sovranazionali, con mercati globalizzati, con imprese multinazionali, con organizzazioni non governative, con attori religiosi transnazionali e persino con reti criminali capaci di attraversare i confini. Le istituzioni sovranazionali, come l’Unione Europea o le Nazioni Unite, non sostituiscono lo Stato, ma ne condizionano l’azione. L’Unione Europea per esempio interviene in ambiti economici, regolatori, commerciali e perfino normativi che incidono direttamente sulle politiche dei singoli Paesi membri. Le Nazioni Unite, pur con tutti i loro limiti, continuano a fornire un quadro di legittimazione, mediazione e pressione politica che incide sui comportamenti statali. Accanto a questi soggetti agiscono gli attori non statali. Le grandi corporazioni multinazionali possiedono oggi risorse economiche, tecnologiche e informative tali da influenzare gli orientamenti strategici di interi sistemi politici. Le organizzazioni non governative intervengono nella formazione dell’opinione pubblica globale, nella tutela dei diritti umani, nella gestione delle emergenze umanitarie, nella costruzione di agende internazionali. I gruppi religiosi continuano a esercitare una forza identitaria che in molte aree del mondo ha un rilievo geopolitico diretto. Le reti criminali, infine, sfruttano la globalizzazione per strutturare circuiti transnazionali di traffico, riciclaggio, infiltrazione economica e destabilizzazione. Tutto questo mostra che il potere non si concentra più in modo esclusivo nelle mani degli Stati. Da qui deriva ciò che si può definire smaterializzazione o deterritorializzazione parziale della potenza. Il potere oggi non coincide più soltanto con il controllo della terra e delle frontiere. Esso si esprime anche nella capacità di dominare i flussi: capitali, informazioni, tecnologie, approvvigionamenti, reti logistiche. Questo mutamento genera una frattura importante. Gli Stati restano organizzazioni giuridicamente territoriali, ma una parte crescente della ricchezza e dell’influenza si muove su piani transnazionali. Si crea così un disallineamento tra la struttura politica del mondo ancora fondata sugli Stati e la struttura economica e tecnologica sempre più fluida e sovranazionale. È una delle ragioni per cui molte categorie tradizionali della sovranità risultano oggi più difficili da applicare. In tale cornice il sistema internazionale oscilla tra due tendenze solo apparentemente opposte: da un lato l’integrazione prodotta dalla globalizzazione, dall’altro la frammentazione prodotta dalla competizione multipolare. La globalizzazione ha intensificato interdipendenze economiche, finanziarie e tecnologiche; ma proprio questa interdipendenza ha spesso aumentato la rivalità tra grandi potenze. Non si è andati verso un mondo armonicamente unificato, bensì verso un sistema in cui gli attori sono più connessi ma anche più esposti al conflitto. Si produce così una situazione paradossale: maggiore interconnessione non significa necessariamente maggiore stabilità. Il conflitto tra Russia e Ucraina è uno dei casi più eloquenti di questa dinamica. Esso non può essere letto soltanto come una guerra territoriale locale. Sullo sfondo vi è la questione dell’estero vicino, cioè di quello spazio post-sovietico che Mosca continua a considerare essenziale per la propria sicurezza e per la propria identità di grande potenza. Il concetto rinvia alla convinzione, radicata nella cultura strategica russa, secondo cui la profondità territoriale e il controllo delle aree limitrofe siano indispensabili per evitare l’accerchiamento. Questa visione si collega almeno in parte alle teorie di Halford Mackinder. Halford Mackinder, geografo e stratega britannico vissuto tra il 1861 e il 1947, è uno dei nomi fondamentali della geopolitica classica. Nel 1904 pubblicò un saggio celebre, The Geographical Pivot of History, nel quale sostenne che il cuore strategico del mondo fosse l’Eurasia interna, da lui definita Heartland. Secondo Mackinder il potere mondiale dipendeva in larga misura dal controllo di questa grande massa continentale difficilmente accessibile alle potenze marittime e potenzialmente capace - grazie allo sviluppo delle ferrovie e delle comunicazioni terrestri - di diventare il centro di una potenza dominante. La sua formula più nota pur semplificata è questa: chi controlla l’Europa orientale controlla l’Heartland; chi controlla l’Heartland controlla l’Isola-Mondo; chi controlla l’Isola-Mondo controlla il mondo. Per Isola-Mondo egli intendeva il grande complesso formato da Europa, Asia e Africa, cioè la parte del globo più popolata, ricca di risorse e strategicamente centrale. Naturalmente la teoria di Mackinder non può essere applicata in modo meccanico al presente. Il mondo di oggi è profondamente diverso da quello di inizio Novecento. Tuttavia, essa continua a offrire una chiave utile per capire perché l’Europa orientale resti uno spazio strategico di importanza eccezionale. Nel caso russo-ucraino, il riferimento all’Heartland aiuta a comprendere la logica di fondo: per Mosca, perdere influenza sulle zone cuscinetto occidentali significa esporre il proprio nucleo geopolitico a una pressione percepita come intollerabile. È qui che la teoria classica incontra la percezione strategica contemporanea. La guerra in Ucraina, inoltre, mostra bene che i conflitti odierni non si combattono solo con carri armati e fanteria. Si parla infatti di guerra ibrida proprio per indicare un conflitto nel quale strumenti militari, economici, informativi, cibernetici e psicologici si intrecciano. Le sanzioni economiche, la battaglia per il controllo della narrativa internazionale, la propaganda, la disinformazione, gli attacchi informatici, l’uso politico dell’energia: tutto questo fa parte dello stesso teatro strategico. La guerra ibrida non sostituisce la guerra convenzionale, ma la accompagna e la amplifica. Il campo di battaglia si estende così ben oltre la linea del fronte. Se la guerra russo-ucraina richiama la persistenza delle logiche territoriali classiche, l’ascesa della Cina mostra invece come la potenza contemporanea sappia combinare territorio, economia, finanza, tecnologia e infrastrutture. Negli ultimi decenni Pechino si è affermata non solo come grande economia manifatturiera, ma come attore geopolitico globale. Un passaggio decisivo di questa strategia è rappresentato dalla Belt and Road Initiative, lanciata nel 2013 dal presidente Xi Jinping. L’espressione indica un vasto progetto di connessioni terrestri e marittime che mira a collegare la Cina con l’Asia centrale, il Medio Oriente, l’Africa, l’Europa e altri spazi ancora. La belt richiama le rotte terrestri, la road quelle marittime, anche se la traduzione letterale non rende perfettamente la complessità del progetto. La Belt and Road Initiative non è semplicemente un piano economico. È un dispositivo geopolitico. Attraverso investimenti in porti, ferrovie, strade, zone industriali, oleodotti, gasdotti e infrastrutture logistiche la Cina consolida relazioni di dipendenza, accresce la propria presenza internazionale, costruisce accessi strategici e ridisegna in parte le vie del commercio globale. Per questo la sua espansione è spesso letta in Occidente come uno strumento di influenza politica oltre che commerciale. Pechino in sostanza non punta solo a vendere merci, ma a strutturare lo spazio economico eurasiatico e marittimo in modo favorevole ai propri interessi. Questo porta al tema più ampio dell’Indo-Pacifico, oggi divenuto uno dei principali teatri della competizione globale. L’espressione Indo-Pacifico non indica soltanto un’area geografica, ma una visione strategica che unisce l’Oceano Indiano e il Pacifico occidentale in un unico spazio decisivo per commerci, sicurezza navale, approvvigionamenti energetici e contenimento reciproco tra grandi potenze. Qui la Cina sfida la tradizionale supremazia marittima e tecnologica degli Stati Uniti, mentre Washington cerca di rafforzare alleanze e partenariati per evitare che Pechino assuma una posizione dominante. In questo contesto lo stretto di Malacca, il Mar Cinese Meridionale, Taiwan e le rotte energetiche acquistano una centralità evidente. Su un altro piano ma non meno importante il Mediterraneo allargato si configura come una delle aree più delicate del sistema internazionale. Definirlo Mediterraneo allargato significa riconoscere che non si tratta più solo del mare compreso tra Europa meridionale, Nord Africa e Levante, ma di uno spazio strategico esteso che comprende le sue proiezioni verso il Sahel, il Corno d’Africa, il Golfo, il Mar Rosso e il Medio Oriente. In quest’area si intersecano questioni energetiche, migratorie, religiose, identitarie e di sicurezza. È uno spazio in cui la prossimità geografica non produce necessariamente integrazione ma spesso accentua tensioni e fratture. Per descrivere regioni di questo tipo la geopolitica ha talvolta usato il termine shatterbelt. Con questa parola si indica una zona di frattura, cioè un’area instabile nella quale conflitti locali, rivalità regionali e interferenze delle grandi potenze si sovrappongono. Una shatterbelt non è semplicemente una regione conflittuale: è uno spazio in cui la frammentazione interna si intreccia con pressioni esterne, rendendo strutturalmente difficile la stabilizzazione. Il Mediterraneo allargato risponde in larga misura a questa definizione perché al suo interno convivono guerre civili, competizione per le risorse, fragilità statuali, rivalità ideologiche, pressioni migratorie e interventi di potenze esterne. In relazione a quest’area viene spesso evocato Samuel Huntington. Huntington, politologo statunitense del XX secolo, è noto soprattutto per la teoria del clash of civilizations, esposta in un saggio del 1993 e poi sviluppata in un libro del 1996. La tesi molto discussa sosteneva che dopo la Guerra fredda i principali conflitti non sarebbero più stati spiegati soprattutto da ideologie o sistemi economici contrapposti, ma da grandi appartenenze di civiltà: occidentale, islamica, sinica, ortodossa e così via. La sua teoria è stata criticata perché tende a irrigidire identità storicamente mobili e a presentare le civiltà come blocchi quasi monolitici. Tuttavia, alcuni suoi spunti sono rimasti influenti, specialmente quando si analizzano aree in cui appartenenze religiose, memorie storiche e linee culturali di frattura si sovrappongono ai conflitti politici. Nel Mediterraneo allargato più che come verità definitiva Huntington può essere usato come lente parziale per leggere la dimensione identitaria di alcune tensioni. In questo spazio assumono rilievo crescente anche le risorse idriche. I bacini del Nilo, del Giordano, del Tigri e dell’Eufrate non sono semplici dati geografici, ma assi vitali che incidono sugli equilibri regionali. Il Nilo è al centro di tensioni tra Etiopia, Sudan ed Egitto, soprattutto dopo la costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, percepita al Cairo come un possibile fattore di vulnerabilità strategica. Il Giordano resta legato alle tensioni israelo-palestinesi e più in generale alla scarsità idrica del Levante. Tigri ed Eufrate, infine, coinvolgono Turchia, Siria e Iraq in una partita complessa in cui dighe, irrigazione, sicurezza alimentare e controllo politico si intrecciano. L’acqua diventa così una risorsa geopolitica fondamentale non meno sensibile dell’energia. A questo punto emerge una delle trasformazioni più rilevanti della geopolitica contemporanea: il cambiamento climatico come moltiplicatore di tensioni. L’espressione significa che il clima, da solo, non causa automaticamente guerre o crisi, ma tende ad aggravare fragilità già esistenti. Siccità prolungate, desertificazione, eventi meteorologici estremi, erosione costiera, perdita di terre coltivabili e pressione sulle risorse idriche possono accentuare tensioni sociali, instabilità economica e conflitti politici. In altre parole, il cambiamento climatico non sostituisce le cause tradizionali dell’instabilità, ma le intensifica. Un’area già povera o politicamente fragile tende a diventare ancora più vulnerabile se sottoposta a shock ambientali ripetuti. In questo quadro si colloca il tema delle migrazioni climatiche. Con questa espressione si indicano gli spostamenti di popolazione provocati direttamente o indirettamente da disastri ambientali, innalzamento del livello del mare, degrado del suolo, scarsità d’acqua, perdita di mezzi di sussistenza. Si tratta di un fenomeno destinato ad aumentare anche se le quantificazioni restano spesso controverse e dipendono dai criteri adottati. Dal punto di vista geopolitico il punto essenziale è che i movimenti di popolazione possono incidere sugli equilibri interni degli Stati, alimentare pressioni alle frontiere, modificare i rapporti tra centro e periferia, produrre tensioni identitarie e mettere alla prova le capacità istituzionali dei Paesi di arrivo. Il cambiamento climatico produce però anche effetti di segno diverso, aprendo nuove opportunità strategiche e nuove rivalità. È il caso dell’Artico. Il progressivo scioglimento dei ghiacci rende infatti più praticabili alcune rotte di navigazione che collegano Europa e Asia lungo il passaggio settentrionale. La cosiddetta rotta artica potrebbe ridurre tempi e costi di trasporto rispetto ai percorsi tradizionali che passano da Suez. Ma proprio questa potenzialità accresce la competizione tra gli attori interessati al controllo di quell’area, ricca anche di risorse energetiche e minerarie. L’Artico un tempo percepito come periferia estrema tende così a diventare un nuovo spazio di interesse geopolitico, dove si confrontano Russia, Stati Uniti, Canada, Paesi nordici e, indirettamente, anche la Cina. Infine, la transizione verde sta ridefinendo gli equilibri della potenza in modo forse meno visibile, ma non meno profondo. La progressiva elettrificazione dei sistemi produttivi e dei trasporti riduce, almeno tendenzialmente, la centralità dei combustibili fossili e aumenta quella dei minerali critici indispensabili per batterie, semiconduttori, turbine, motori elettrici e infrastrutture energetiche. Litio, cobalto, rame, nichel e terre rare stanno acquisendo un’importanza strategica crescente. Ciò comporta uno spostamento della centralità geopolitica verso i Paesi che li producono, li raffinano o ne controllano le catene di approvvigionamento. La Cina occupa qui una posizione particolarmente rilevante non solo perché dispone di alcune risorse, ma soprattutto perché controlla quote decisive delle filiere di raffinazione e trasformazione di vari minerali critici. Anche Paesi come il Cile per il litio o la Repubblica Democratica del Congo per il cobalto acquistano in questo quadro una rilevanza nuova. La transizione energetica tuttavia non elimina la competizione geopolitica: la sposta. E non di rado la politica climatica viene utilizzata anche come strumento di protezione industriale e commerciale mediante sussidi, dazi e barriere normative con cui i grandi blocchi economici cercano di difendere o rafforzare le proprie filiere strategiche. Ne risulta un quadro complesso nel quale la geopolitica non può più essere ridotta né al solo territorio né alla sola economia. Essa deve saper tenere insieme scale diverse: quella globale e quella regionale, quella materiale e quella simbolica, quella strategica e quella ambientale. La sicurezza nazionale non coincide più soltanto con la difesa dei confini, ma coinvolge la resilienza climatica, l’autonomia energetica, il controllo delle infrastrutture critiche, la sicurezza digitale, la capacità di reggere shock economici e demografici. Pensare geopoliticamente oggi significa proprio questo: comprendere che lo spazio non è uno sfondo neutro della politica, ma la dimensione concreta e simbolica nella quale si organizzano potere, conflitto e futuro. Roberto Rapaccini
Grammatica del mondo islamico, Medio Oriente, dialogo interreligioso, interetnico e multiculturale, questioni di geopolitica, immigrazione.
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