RASSEGNA STAMPA S.

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• Il Passato sarà un buon rifugio, ma il Futuro è l'unico posto dove possiamo andare. (Renzo Piano) •

PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

giovedì 5 marzo 2026

IL SECOLO ASIATICO E LA TRANSIZIONE MULTIPOLARE - IL BARICENTRO DEL SISTEMA SI SPOSTA VERSO L’ASIA (2026)


Il XXI secolo non si è aperto con una nuova Guerra fredda. Se così fosse stato avremmo saputo come interpretarlo: blocchi contrapposti, linee di frattura nette, alleanze rigide, un mondo diviso in due. Invece ciò che sta emergendo davanti ai nostri occhi non somiglia al Novecento ma a una dispersione di potere, a una pluralità di centri che avanzano secondo ritmi e strategie differenti, dando forma a un ordine multipolare e asimmetrico. Il baricentro del sistema internazionale si è spostato stabilmente verso l’Asia, ma non lungo una traiettoria lineare né come semplice sostituzione di un’egemonia con un’altra. La Cina procede con pazienza strategica, guidata da Xi Jinping, senza ambire a replicare l’ordine liberale costruito dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra; non costruisce una rete globale di alleanze militari sul modello americano, non propone un universalismo ideologico, ma concepisce il potere come centro di gravità capace di attrarre e organizzare gerarchie flessibili più che imporre dominio coercitivo. La guerra in Ucraina ha mostrato che mentre l’Occidente concentra risorse e attenzione sul fronte europeo, Pechino consolida la dipendenza russa, rafforza la propria presenza nel Mar Cinese Meridionale, investe nello spazio e accelera sull’autosufficienza tecnologica, controllando segmenti cruciali delle catene globali del valore, dalle terre rare ai pannelli fotovoltaici, dai semiconduttori maturi alle batterie. Con un Pil nominale superiore ai 17.000 miliardi di dollari e il primato in termini di parità di potere d’acquisto secondo il Fondo Monetario Internazionale, la Cina si presenta già come potenza ordinatrice, pur avanzando con cautela sul terreno monetario: l’internazionalizzazione dello yuan procede lentamente perché una valuta globale richiede apertura finanziaria e fiducia sistemica, elementi che il Partito comunista non intende concedere integralmente. Eppure questa forza convive con fragilità strutturali, dal debito elevato alla crisi demografica, fino a un controllo sociale che garantisce stabilità nel breve periodo ma rischia di comprimere innovazione e adattabilità nel lungo termine; la strategia cinese appare così meno espansiva di quanto sembri. Accanto alla Cina si muove l’India, non subordinata ma diversa per traiettoria e ambizione, forte di un’economia attorno ai 4.200 miliiardi di dollari, di una crescita superiore al 6% e di una demografia che rappresenta circa il 18% della popolazione mondiale. L’India di Narendra Modi non propone un modello imperiale coerente né un’alternativa sistemica all’ordine globale, ma costruisce la propria ascesa su mercato interno, servizi avanzati, manifattura in espansione grazie alla riallocazione delle filiere fuori dalla Cina, e su un pragmatismo geopolitico che la porta a dialogare con l’Occidente, partecipare ai BRICS e mantenere rapporti con Mosca, presentandosi come potenza-ponte in un sistema frammentato. Di fronte a questa duplice ascesa asiatica, gli Stati Uniti restano la principale potenza militare e tecnologica, ma il loro modello di hard e soft power mostra segni di affaticamento tra polarizzazione interna, uso estensivo delle sanzioni e difficoltà a definire una strategia coerente verso Asia e Sud globale; ancora più evidente appare la fragilità dell’Europa, grande polo economico ma privo di una visione strategica unitaria, dipendente dall’esterno per energia, sicurezza e tecnologie critiche, spesso reattivo più che propositivo. Non si tratta tanto di un declino materiale quanto di un deficit di decisione, di una difficoltà a trasformare la consapevolezza della trasformazione in scelta politica. In questo scenario il punto non è arrestare l’ascesa asiatica, impresa irrealistica, ma comprendere la natura del nuovo ordine per adattare le politiche occidentali a un mondo ormai diverso, ricostruendo politiche industriali credibili, investendo in autonomia tecnologica, riducendo dipendenze strategiche e ridefinendo il rapporto con il Sud globale su basi meno paternalistiche. La competizione non si gioca più soltanto nei campi di battaglia o nei vertici diplomatici, ma nelle filiere produttive, nelle rotte commerciali, nei flussi tecnologici e nella capacità di pianificare sul lungo periodo; il nuovo ordine multipolare non si annuncerà con una dichiarazione solenne, ma con una decisione industriale presa a Pechino, un investimento deliberato a Nuova Delhi, una catena del valore riallocata lontano dall’Europa senza che nessuno l’abbia formalmente votata. L’Occidente può ancora incidere, ma solo se accetta che la geopolitica del XXI secolo non si governa con la nostalgia dell’egemonia perduta bensì con la lucidità di scegliere prima che scelgano altri.

Roberto Rapaccini