RASSEGNA STAMPA S.

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PAESI DELLA LEGA ARABA

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TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

martedì 17 febbraio 2026

ANATOMIA DEL COLLASSO IN CISGIORDANIA



Se Gaza è diventata la lente attraverso cui il mondo osserva il conflitto, la Cisgiordania è invece il luogo in cui la crisi si è trasformata in una pressione quotidiana e capillare, fatta di frammentazione territoriale, operazioni di sicurezza ricorrenti, violenza dei coloni, indebolimento dell’Autorità Nazionale Palestinese, progressivo collasso economico-sociale. Per comprendere la situazione bisogna considerare tre dimensioni che si alimentano reciprocamente — ovvero il controllo del territorio, la sicurezza/ordine pubblico e la tenuta istituzionale-economica — perché in Cisgiordania l’escalation non avviene attraverso grandi battaglie, ma mediante la progressiva riduzione degli spazi di vita dei palestinesi e la moltiplicazione dei punti di attrito. Sul piano del controllo territoriale la dinamica più significativa degli ultimi mesi è l’estensione degli strumenti amministrativi e decisionali israeliani, che avvicinano la realtà a una annessione di fatto più che a una semplice gestione dell’occupazione. All’inizio di febbraio 2026 le autorità di sicurezza israeliane hanno approvato misure che rafforzano la propria autorità civile e facilitano acquisizioni e gestione fondiaria, con ricadute dirette su pianificazione, registri e capacità palestinese di incidere su aree e permessi, provocando una forte contestazione. Queste iniziative incidono su un territorio già configurato come un mosaico complesso: l’assetto derivato dagli Accordi di Oslo ha prodotto una geografia in cui l’Autorità Palestinese esercita competenze piene solo in alcune aree urbane (A), competenze miste in altre (B), mentre una porzione molto ampia (C) resta sotto controllo israeliano. Quando aumentano i poteri civili israeliani o si allargano i margini per insediamenti e acquisizioni, la conseguenza pratica è una Cisgiordania ulteriormente spezzata in isole separate da corridoi, barriere, strade dedicate e chiusure temporanee, mentre il sistema dei permessi trasforma la mobilità per lavoro, scuola, cure e commercio in una costante fonte di stress sociale. Sul piano della sicurezza il Nord della Cisgiordania è divenuto il principale teatro di operazioni israeliane e scontri con gruppi armati, con arresti e raid che possono paralizzare quartieri e mercati per giorni e creare un circolo in cui le operazioni producono chiusure e contrazione economica, la contrazione economica alimenta frustrazione e radicalizzazione e la radicalizzazione rende più probabili nuovi interventi. Può apparire una semplificazione, ma questa catena causale compare regolarmente nei rapporti umanitari e nelle analisi economiche, perché l’economia cisgiordana dipende in modo cruciale dalla libertà di movimento e dall’accesso al lavoro — anche in Israele — e quando tali canali si restringono l’impatto su redditi, su attività commerciali, su debiti familiari e coesione sociale è immediato. A ciò si aggiunge un elemento distintivo rispetto a Gaza: la violenza dei coloni e le tensioni legate agli insediamenti, che non costituiscono soltanto un problema giuridico o diplomatico ma un fattore quotidiano di sicurezza e di spostamento forzato; nelle aree rurali, soprattutto dove vivono comunità pastorali, intimidazioni, aggressioni, danneggiamenti e restrizioni di accesso possono rendere impossibile restare, e quando una famiglia abbandona una collina non perde soltanto la casa, ma il lavoro, la rete sociale, la scuola dei figli e soprattutto la continuità di presenza su quella terra, vero capitale politico di un conflitto di lunga durata. Il terzo elemento, spesso sottovalutato, è la crisi dell’Autorità Palestinese, contemporaneamente struttura di governo, apparato di sicurezza interna e soggetto politico delegittimato da anni di stallo, divisioni interne e percezione di inefficacia; in un contesto di operazioni militari ricorrenti, restrizioni di movimento, erosione fiscale e sfiducia popolare, essa fatica a presentarsi come centro di gravità capace di assorbire conflitti e gestire transizioni, lasciando spazio a reti locali, clan, milizie o semplicemente a forme spontanee di autorganizzazione sociale. Quando l’economia si contrae e i trasferimenti fiscali o i canali bancari si complicano, il problema diventa materiale — pagare stipendi, sostenere servizi, garantire ordine — e la contrazione economica legata a restrizioni, perdita di accesso al lavoro e instabilità fiscale si traduce direttamente in povertà e riduzione della resilienza familiare. In questo quadro la vita quotidiana in Cisgiordania finisce per dipendere da due fattori dominanti: l’incertezza — non sapere se domani la strada sarà aperta, se l’università funzionerà, se si potrà raggiungere un ospedale o mantenere il lavoro — e la localizzazione — riduzione del raggio di azione, minori spostamenti, minori consumi, minori investimenti, minore capacità di progettare il futuro — con un effetto rilevante: la Cisgiordania non sta esplodendo in un unico incendio ma si consuma in una combustione lenta che modifica la società dall’interno, indebolendo il capitale necessario alla politica, cioè fiducia, istituzioni credibili, prospettive e base economica minima, e amplificando la logica dello scontro. Il quadro si complica sul piano giuridico e diplomatico, dove la teoria si confronta con la realtà materiale: il parere della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024 ha indicato l’illegalità di alcuni aspetti della situazione nei Territori occupati e definito obblighi per l’intera comunità internazionale, rendendo sempre più difficile sostenere la narrazione di una situazione temporanea in attesa di negoziato; quanto più avanzano misure amministrative che consolidano controllo e insediamenti, tanto più l’occupazione assume i tratti di un’annessione di fatto e perde credibilità ogni tradizionale processo diplomatico. In sintesi la Cisgiordania appare oggi come un ingranaggio in cui ogni elemento alimenta l’altro: le operazioni militari producono chiusure che soffocano l’economia, la povertà erode la fiducia nelle istituzioni lasciando spazio a dinamiche più radicali, mentre l’espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni accelerano la frammentazione territoriale rendendo ogni soluzione politica sempre più complessa perché i fatti sul terreno cambiano continuamente; per la popolazione palestinese la quotidianità diventa così un labirinto di attese, permessi negati e deviazioni improvvise, dove la geografia appare come un interruttore che qualcuno può spegnere in qualsiasi momento, togliendo luce alla possibilità di una vita normale. Se l’Autorità Palestinese continuerà a perdere capacità amministrativa e legittimità sociale, il rischio non è solo una nuova esplosione di violenza ma una mutazione strutturale: il passaggio da un conflitto politico tra due entità a una realtà permanente di controllo asimmetrico, difficilmente reversibile con strumenti diplomatici tradizionali. Non si tratterebbe più di gestire un processo di pace interrotto, ma di amministrare una realtà territoriale caratterizzata da differenti livelli di diritti e sovranità. In questo scenario la sicurezza israeliana rischierebbe di dipendere da una gestione militare continua, mentre la società palestinese verrebbe spinta verso forme di resistenza diffusa. L’alternativa esiste ma richiede condizioni oggi assenti: ricostruzione di un’autorità palestinese credibile, congelamento reale dell’espansione territoriale, riapertura di canali economici e di mobilità, e soprattutto il ritorno della politica internazionale. Senza questi elementi il conflitto non si concluderà né esploderà definitivamente, ma tenderà a stabilizzarsi in una tensione permanente, una normalizzazione dell’eccezione, nella quale la violenza non sarà più percepita come crisi ma come struttura della quotidianità. Roberto Rapaccini