L’Iran sta vivendo oggi, all’inizio del 2026, quella che molti analisti definiscono la fase più drammatica e sanguinosa dalla rivoluzione del 1979. Non si tratta più di una protesta settoriale o di un sussulto passeggero: il Paese è scivolato in una crisi esistenziale che minaccia di travolgere definitivamente le fondamenta della Repubblica Islamica. Il fuoco delle rivolte, divampato alla fine di dicembre 2025, è il risultato di tre fratture che si sono saldate in un unico, devastante sisma politico. In primo luogo, il collasso economico: il crollo del Rial del 28 dicembre ha agito da detonatore portando l’inflazione oltre la soglia psicologica del 60% e riducendo sul lastrico la classe media. In secondo luogo, l’isolamento internazionale: con il ripristino delle sanzioni ONU e il progressivo indebolimento dell’Asse della Resistenza – l’alleanza strategica, politica e militare a guida iraniana contro Israele e Usa - Teheran si è ritrovata senza ossigeno finanziario e senza lo scudo dei suoi alleati regionali, messi all'angolo dai conflitti con Israele dell'estate precedente. Infine, la frattura sociale totale: per la prima volta, la Generazione Z – la prima a valersi di Internet sin dall'infanzia – non è sola. Accanto ai giovani che chiedono diritti sono scesi in campo i commercianti del Bazaar e i lavoratori del settore petrolifero, segnando la fine del patto sociale tra il clero e le forze produttive del Paese. Dall’8 gennaio l’Iran è sprofondato nel buio digitale. Il blackout totale di internet imposto dal regime tenta di nascondere una realtà brutale che però filtra attraverso i confini: le proteste infiammano tutte le 31 province e oltre 180 città. Il bilancio umano è spaventoso, con stime che oscillano tra i 2.600 e i 16.000 morti. Gli ospedali di Teheran e Mashhad sono diventati campi di battaglia, dove i feriti vengono spesso prelevati dalle forze di sicurezza prima ancora di ricevere cure. La linea della Guida Suprema Ali Khamenei rimane quella dell'intransigenza assoluta, arroccata sulla retorica delle interferenze esterne, mentre il regime perde pezzi anche nelle sue roccaforti storiche. A peggiorare il quadro è il mutato scenario globale. Il ritorno di una linea dura a Washington e la caduta di partner strategici — come il venezuelano Maduro all'inizio di gennaio — hanno tolto a Teheran le ultime reti di salvataggio per l'elusione delle sanzioni. Senza più la capacità di esportare la crisi attraverso Hezbollah o Hamas il regime è costretto a guardarsi allo specchio, affrontando una rabbia popolare che ha ormai superato la paura della morte. Cosa succederà entro la primavera? Tre sono i possibili destini. Mentre ci avviciniamo alla data simbolica del 15 marzo il futuro dell'Iran sembra restringersi a tre scenari principali, ognuno dei quali ridisegnerebbe gli equilibri del Medio Oriente.
1.
La
rivoluzione di primavera: è lo scenario in cui la pressione delle piazze e lo
sciopero generale paralizzano lo Stato. Se le forze armate regolari dovessero
rifiutarsi di continuare il massacro, potremmo assistere a un crollo verticale
del potere clericale. Questo porterebbe alla nascita di un consiglio transitorio,
ma con l'incognita di un vuoto di potere che potrebbe durare mesi.
2.
La
"Saddamizzazione" (la creazione di una giunta militare): per evitare
il collasso totale i Pasdaran (IRGC - il Corpo delle Guardie della Rivoluzione
Islamica.) potrebbero decidere di sacrificare l'apparato clericale. Con un
golpe bianco, i militari prenderebbero il controllo totale trasformando la
teocrazia in una dittatura militare nazionalista. In questo caso, verrebbero
offerte concessioni sociali (come l'abolizione della polizia morale) in cambio
del mantenimento del controllo economico e politico assoluto.
3.
L'escalation
finale (caratterizzata da guerra o frammentazione): è l'opzione più tragica. Un
regime alle strette potrebbe tentare un attacco esterno disperato contro
Israele o ‘asset’ americani per invocare l'unità nazionale. Questo
innescherebbe una risposta militare devastante che, unita alle spinte
autonomiste delle minoranze etniche (Curdi, Beluci, Azeri), rischierebbe di
trasformare l'Iran in una nuova Siria, frammentata e preda di una guerra civile
permanente.
In
conclusione, l’Iran si trova a un punto di non ritorno. Lo status quo è
diventato insostenibile e le opzioni sul tavolo sono tutte drammatiche. Le
prossime settimane decideranno se l'architettura della Repubblica Islamica riuscirà
a sopravvivere attraverso una metamorfosi autoritaria o se assisteremo alla
nascita, pur dolorosa, di un nuovo assetto nazionale.
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