Persepolis è per me molto
più di un libro amato: è una grande passione, una di quelle opere che non si
limitano a essere lette o viste, ma continuano a lavorare dentro come una
memoria ricevuta in prestito. L’ho sempre considerata una creazione rara,
capace di unire la forza della testimonianza, la purezza del disegno, la
profondità politica e una struggente educazione alla libertà. Per questo la
morte di Marjane Satrapi mi colpisce non solo come notizia, ma come perdita
quasi intima: scompare l’autrice di un’opera che ha cambiato il modo di
guardare l’Iran, l’esilio, l’infanzia e la resistenza morale. La morte di
Satrapi, annunciata il 4 giugno 2026, non chiude soltanto una biografia
artistica: riapre con la forza sobria delle grandi opere: Persepolis, il libro
da cui tutto è cominciato per milioni di lettori nel mondo. In quelle pagine in
bianco e nero, apparentemente semplici e quasi infantili nella purezza del
segno, Satrapi aveva compiuto un’operazione rara: trasformare la storia
dell’Iran contemporaneo in racconto intimo, la tragedia politica in memoria
familiare, la repressione in linguaggio universale. Persepolis non è
soltanto una graphic novel autobiografica. È un atlante morale del Novecento visto
dagli occhi di una bambina che cresce fra rivoluzione, guerra, dogma religioso,
esilio e desiderio ostinato di libertà. Nata in Iran, cresciuta in una famiglia
politicamente consapevole e culturalmente libera, Satrapi ha raccontato la
rivoluzione islamica non come la raccontano i manuali, ma come la percepisce un
corpo giovane: attraverso i divieti, le paure domestiche, le conversazioni
ascoltate dagli adulti, le assenze, i lutti, le contraddizioni. Il suo genio
sta proprio qui: non spiegare l’Iran dall’alto, ma farlo sentire dal basso,
dentro la casa, dentro la scuola, dentro il velo imposto, dentro lo sguardo di
una ragazza che non vuole diventare il simbolo di nulla e proprio per questo
diventa simbolo di moltissimo. Persepolis è un’opera politica, ma non
propagandistica. È femminile senza essere riducibile a manifesto di genere. È
iraniana, ma mai prigioniera dell’esotismo occidentale. È autobiografica, ma
non narcisistica. Satrapi racconta sé stessa perché attraverso di sé passa una
frattura storica: l’infanzia sotto lo Scià, la promessa rivoluzionaria, la
deriva teocratica, la guerra Iran-Iraq, la sorveglianza dei costumi, il
controllo dei corpi, la lacerazione dell’esilio. Ogni vignetta sembra dire che
la Storia non abita soltanto nei palazzi del potere: entra nelle cucine, nei cortili,
nei vestiti, nelle canzoni proibite, nei dischi nascosti, nelle frasi
sussurrate. La scelta del bianco e nero è decisiva. Non è povertà grafica, ma
disciplina morale. Satrapi elimina il superfluo per lasciare solo l’essenziale:
il volto, il gesto, la paura, l’ironia, la ribellione. Il nero non è soltanto
ombra; è censura, lutto, autorità, notte politica. Il bianco non è innocenza; è
spazio di respiro, memoria, pagina ancora possibile. In questo contrasto netto,
quasi arcaico, Persepolis trova la sua potenza: non cerca il realismo
fotografico, ma una verità più radicale, quella delle immagini che restano
impresse perché sembrano già appartenere alla memoria collettiva. Proprio per
questo il passaggio dal libro al cinema d’animazione non fu un semplice adattamento,
ma una seconda nascita dell’opera. Satrapi, insieme a Vincent Paronnaud,
comprese che Persepolis non poteva diventare un film realistico senza
perdere qualcosa della propria essenza. Un film con attori avrebbe forse reso
più concreta la vicenda, ma anche più circoscritta, più esposta al rischio
dell’illustrazione storica o dell’esotismo. L’animazione, invece, permetteva di
conservare la natura originaria del racconto: memoria filtrata, essenziale,
simbolica. Non si trattava di mettere in scena l’Iran come scenario, ma di far
muovere sulla pagina mentale dello spettatore un’infanzia ferita dalla Storia. Il
film del 2007 mantiene il bianco e nero della graphic novel e lo trasforma in
tempo, voce, musica, respiro. La tavola disegnata diventa sequenza; la vignetta
diventa movimento; il ricordo diventa montaggio. Il passaggio dal fumetto
all’animazione non cancella la severità del tratto, ma la prolunga. Le figure
restano nitide, quasi spoglie, lontane da ogni virtuosismo spettacolare. E
proprio questa sobrietà produce una forza emotiva maggiore: lo spettatore non
viene distratto dalla ricchezza del colore o dalla ricostruzione scenografica,
ma costretto a guardare l’essenziale: la paura, la famiglia, l’adolescenza, la
fuga, l’ironia, la vergogna dell’esule, la nostalgia della casa perduta. Il
cinema aggiunge però ciò che il libro non poteva avere: la voce. Nel film la
memoria non è soltanto disegnata, ma narrata, respirata, ascoltata. La
protagonista adulta guarda la bambina che è stata con una distanza insieme
tenera e dolorosa. Il racconto acquista così una dimensione quasi
confessionale: non più soltanto autobiografia grafica, ma autobiografia sonora.
La musica, i silenzi, il ritmo delle scene fanno emergere ciò che nel libro
restava sospeso fra una vignetta e l’altra. Il cinema non tradisce il fumetto;
ne abita gli spazi bianchi. Il successo internazionale del film confermò la
natura universale di Persepolis. Presentato a Cannes, dove ottenne il
Premio della Giuria, e poi candidato all’Oscar come miglior film d’animazione,
il lavoro di Satrapi dimostrò che l’animazione poteva affrontare la Storia, la
repressione politica, l’esilio e la formazione di una coscienza senza diventare
né didascalia né favola. Era un film adulto non perché rinunciasse alla semplicità
del disegno, ma perché quella semplicità diventava una forma di pudore. Come
nel libro, anche nel film il dolore non viene mai esibito: viene inciso. Uno
degli aspetti più moderni dell’opera è la sua capacità di sottrarsi alle
semplificazioni. Satrapi non consegna al lettore e allo spettatore un Iran
monolitico, non oppone banalmente Oriente e Occidente, religione e libertà,
tradizione e modernità. Mostra invece un Paese complesso, ferito, colto,
ironico, attraversato da passioni politiche e da contraddizioni profonde.
Mostra anche un’Europa non sempre accogliente, talvolta fredda, incapace di
comprendere davvero la solitudine dell’esule. L’esilio, in Persepolis,
non è una semplice salvezza: è una seconda frattura. Si fugge da
un’oppressione, ma non si arriva automaticamente alla pace. Si perde una
lingua, una casa, un’appartenenza. Si diventa liberi e insieme sradicati. Per
questo Persepolis ha parlato a generazioni diverse. Chi cercava una
testimonianza sull’Iran vi ha trovato molto di più: una meditazione
sull’identità. Chi cercava una storia femminile vi ha trovato una critica più
ampia a ogni potere che pretende di disciplinare la vita. Chi pensava al
fumetto come forma minore ha dovuto riconoscere che la graphic novel poteva
raggiungere una densità narrativa, storica e poetica pari a quella del romanzo
e del cinema. E chi guardava all’animazione come a un linguaggio
prevalentemente infantile ha dovuto accettare che proprio l’animazione,
liberata dall’obbligo del realismo, potesse dire la verità con una precisione
ancora più feroce. Satrapi è stata anche una voce libera perché non si è
lasciata addomesticare. Ha criticato il regime iraniano, ma ha diffidato delle
ipocrisie occidentali. Ha difeso le donne iraniane, ma senza trasformarle in
figure passive bisognose di essere salvate dall’esterno. Ha raccontato la
repressione, ma anche la vitalità, l’ironia, la cultura e la dignità di chi
resiste. Le sue opere successive e il suo impegno accanto al grido “Donna,
vita, libertà” confermavano questa fedeltà: l’arte non come ornamento della
politica, ma come sua coscienza inquieta. Oggi, davanti alla sua morte, Persepolis
torna a essere necessario. Non come omaggio rituale, ma come libro da riaprire
e come film da rivedere. Perché dentro quelle pagine e dentro quelle immagini
in movimento c’è una lezione ancora attuale: i regimi possono imporre uniformi,
silenzi, paure, ma non riescono mai del tutto a governare la memoria. Possono
controllare i corpi, ma non sempre l’immaginazione. Possono riscrivere la storia
ufficiale, ma non cancellare le storie private quando qualcuno trova il
coraggio di raccontarle. Marjane Satrapi ci lascia un’opera che somiglia a una
ferita disegnata con mano ferma. Persepolis resta il suo capolavoro
perché unisce ciò che raramente convive: semplicità e profondità, dolore e
humour, infanzia e tragedia, politica e tenerezza. Dal libro al film, dal segno
immobile all’immagine animata, la sua opera non ha cambiato natura: ha soltanto
trovato un altro modo di respirare. Il nero resta nero, il bianco resta bianco,
ma tra i due comincia a scorrere il tempo. E in quel tempo, ancora oggi, una
bambina iraniana continua a guardare il mondo con occhi ostinati, feriti,
liberi.