Il saggio di Sergio Canciani, Putin e il neozarismo. Dal crollo dell’URSS alla conquista della Crimea, costituisce un punto di partenza particolarmente utile per riflettere sulla politica estera russa contemporanea, non tanto perché offra una lettura neutra in senso asettico, quanto perché individua alcune costanti storico-politiche che consentono di comprendere la postura della Federazione Russa dopo il 1991: la centralità dello Stato, il peso della memoria imperiale, la percezione dell’accerchiamento, l’importanza strategica dell’Ucraina e della Crimea, la connessione fra potere interno e proiezione esterna. L’obiettivo di queste riflessioni è proporre un quadro geopoliticamente imparziale, intendendo l’imparzialità non come equidistanza morale fra le parti, ma come metodo analitico fondato sulla distinzione tra spiegazione storica, valutazione giuridica e giudizio politico. Il concetto di “neozarismo”, utilizzato da Canciani, non va inteso in senso letterale, come semplice restaurazione dello zarismo storico, ma come categoria interpretativa. Esso indica una forma di potere fortemente verticale, personalizzata, imperniata sul rapporto diretto tra leader, Stato, apparati di sicurezza, identità nazionale e mito della grandezza russa. In questa prospettiva, Putin non appare soltanto come un capo politico post-sovietico, ma come il punto di condensazione di una domanda più profonda di ordine, continuità e risarcimento simbolico maturata dopo il trauma del crollo dell’URSS. La dissoluzione sovietica non fu percepita soltanto come la fine di un sistema ideologico, ma anche come una perdita di rango, di territorio, di influenza e di sicurezza. Tale percezione, pur non giustificando le successive violazioni del diritto internazionale, aiuta a comprendere la logica strategica che ha orientato una parte consistente dell’élite russa. Uno dei meriti del saggio di Canciani è mostrare come l’Ucraina occupi un posto del tutto particolare nell’immaginario geopolitico russo. Non si tratta soltanto di uno Stato confinante, ma di uno spazio storico, culturale, militare ed energetico nel quale si intrecciano memoria della Rus’ di Kiev, profondità strategica, accesso al Mar Nero, rotte del gas, presenza di popolazioni russofone e competizione fra orientamento euro-atlantico e legami post-sovietici. In tale quadro, la Crimea assume un valore superiore alla sua dimensione territoriale: è base navale, simbolo imperiale, porta marittima verso il Mediterraneo, luogo della memoria zarista e sovietica. Per Mosca, la perdita definitiva di influenza su Kiev e su Sebastopoli poteva essere letta come una diminuzione strutturale della propria sicurezza. Per Kiev e per gran parte della comunità internazionale, invece, l’annessione della Crimea ha rappresentato una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale ucraina. La tensione nasce precisamente da questa sovrapposizione fra due grammatiche diverse: da un lato la grammatica geopolitica delle sfere d’influenza, dall’altro la grammatica giuridica della sovranità statuale. La prima ragiona in termini di profondità strategica, aree cuscinetto, minoranze transfrontaliere, equilibrio di potenza. La seconda si fonda sul principio secondo cui i confini internazionalmente riconosciuti non possono essere modificati mediante l’uso della forza. Una lettura scientificamente corretta deve tenere conto di entrambe le grammatiche, ma non può confonderle. Comprendere le ragioni strategiche russe non equivale a legittimare l’annessione della Crimea o l’invasione dell’Ucraina. Allo stesso modo, richiamare il diritto internazionale non basta a spiegare perché una parte significativa della classe dirigente russa abbia interpretato l’espansione euro-atlantica come una minaccia. Il tema dell’allargamento della NATO costituisce, in questo senso, uno dei nodi più delicati. Dal punto di vista dei Paesi dell’Europa centro-orientale e baltica, l’adesione alla NATO è stata percepita come garanzia contro un possibile ritorno dell’imperialismo russo. Dal punto di vista russo, invece, essa è stata frequentemente interpretata come avanzamento progressivo dell’infrastruttura politico-militare occidentale verso i confini della Federazione. Entrambe le percezioni hanno una loro razionalità storica: i Paesi ex sovietici o ex satelliti ricordano l’esperienza della dominazione di Mosca; la Russia conserva il ricordo delle invasioni da occidente e della vulnerabilità della propria frontiera europea. Il problema è che la somma di due paure non produce automaticamente sicurezza, ma può generare una spirale di sospetto reciproco. Il “neozarismo” putiniano può essere letto anche come risposta interna a tale spirale. In una Russia segnata dagli anni caotici della transizione post-sovietica, dalla privatizzazione oligarchica, dalla crisi economica, dalla corruzione e dalla perdita di prestigio internazionale, la promessa putiniana di ordine ha avuto una forte capacità di mobilitazione. Il potere centrale ha ricostruito un patto implicito con la società: stabilità in cambio di limitazione del pluralismo; recupero del rango internazionale in cambio di verticalizzazione decisionale; orgoglio nazionale in cambio di progressiva compressione degli spazi critici. Questa dinamica non è esclusivamente ideologica: essa ha anche basi sociali, economiche e psicologiche. Un potere che si presenta come difensore della patria tende a trasformare il dissenso in diserzione morale e la critica in vulnerabilità nazionale. La politica estera russa, dunque, non può essere separata dalla politica interna. L’affermazione esterna rafforza la legittimazione domestica del leader; la narrazione dell’accerchiamento giustifica la concentrazione del potere; la memoria della Grande Guerra Patriottica e della vittoria sul nazismo viene incorporata in una pedagogia pubblica della resistenza nazionale. In questo quadro, l’Ucraina non è soltanto una questione internazionale, ma diventa il banco di prova della narrazione russa su se stessa: impero ferito, civiltà assediata, potenza indispensabile, Stato chiamato a proteggere i “russi fuori dalla Russia”. Tuttavia, un’analisi imparziale deve considerare anche l’autonomia ucraina. Ridurre l’Ucraina a oggetto passivo della competizione fra Russia e Occidente significherebbe riprodurre una logica imperiale. L’Ucraina è uno Stato con una propria società, una propria pluralità interna, una propria memoria storica e una propria volontà politica. È vero che il Paese presenta fratture linguistiche, regionali e culturali; è vero che la sua transizione politica è stata attraversata da corruzione, fragilità istituzionali e interferenze esterne; ma tali elementi non cancellano il principio dell’autodeterminazione politica di uno Stato sovrano. Proprio qui emerge il limite di ogni realismo geopolitico quando diventa puro determinismo: le grandi potenze hanno interessi, ma gli Stati medi e piccoli non sono semplici pedine. La guerra del 2022 ha reso questa contraddizione ancora più evidente. La Russia ha motivato la propria azione con argomenti di sicurezza, protezione delle popolazioni russofone, contrasto all’espansione NATO e difesa da un presunto nazionalismo ostile. L’Ucraina e la maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite l’hanno invece qualificata come aggressione contro uno Stato sovrano. La differenza fra spiegazione strategica e giudizio giuridico è qui essenziale: si può analizzare la sequenza di decisioni, paure e provocazioni che ha condotto alla guerra, ma il ricorso alla forza contro l’integrità territoriale di un altro Stato resta, nel sistema internazionale contemporaneo, un fatto di eccezionale gravità. Un ulteriore elemento, già presente nell’analisi di Canciani, riguarda l’energia. La Russia post-sovietica ha utilizzato gas, petrolio, infrastrutture e dipendenze energetiche come strumenti di influenza. L’Europa, dal canto suo, ha a lungo sottovalutato la dimensione strategica della propria dipendenza energetica, interpretando l’interdipendenza economica come garanzia sufficiente di moderazione politica. La crisi ucraina ha mostrato il limite di questa impostazione. L’interdipendenza può favorire la cooperazione, ma può anche diventare vulnerabilità quando gli scambi economici si collocano entro una relazione politica conflittuale. Dal punto di vista metodologico, il caso russo-ucraino conferma l’insufficienza delle letture mono -causali. Non basta dire che la guerra è frutto dell’espansionismo russo, anche se tale elemento è centrale. Non basta dire che è conseguenza dell’allargamento della NATO, perché ciò rischia di negare l’agenzia degli Stati dell’Europa orientale e dell’Ucraina. Non basta invocare lo scontro fra democrazia e autocrazia, perché il quadro comprende anche interessi materiali, eredità imperiali, nazionalismi, sicurezza militare, energia e crisi dell’ordine internazionale. Un approccio scientifico deve tenere insieme questi fattori senza trasformarli in assoluzioni reciproche. In conclusione, il saggio di Sergio Canciani resta utile perché anticipa e illumina alcune dinamiche che negli anni successivi sarebbero diventate ancora più drammatiche: la riattivazione della memoria imperiale, la centralità della Crimea, il rapporto fra potere personale e Stato profondo, la fragilità dell’Ucraina come frontiera geopolitica, l’ambiguità europea tra valori e interessi energetici. La categoria di “neo-zarismo” non esaurisce la complessità della Russia contemporanea, ma consente di cogliere un tratto decisivo: la fusione tra autorità politica, missione nazionale e rivendicazione di grande potenza. Un quadro geopoliticamente imparziale deve quindi evitare due errori opposti. Il primo è demonizzare la Russia come realtà storicamente condannata all’autoritarismo, ignorandone paure, traumi e interessi di sicurezza. Il secondo è assolvere la politica russa in nome di tali paure, dimenticando il diritto degli altri Stati alla sovranità e alla scelta delle proprie alleanze. Tra propaganda e moralismo, resta lo spazio più difficile ma necessario dell’analisi: comprendere senza giustificare, giudicare senza semplificare, riconoscere che la pace futura in Europa non potrà fondarsi né sull’umiliazione della Russia né sulla negazione dell’Ucraina.
