Ci addentriamo in un'idea, un'idea forte, quasi una provocazione. E se la politica di oggi avesse smesso di provare a cambiare il mondo per limitarsi invece a descriverlo e in fondo a gestirlo? Pensiamoci un attimo. Un tempo la politica era vista come il motore del cambiamento, era il luogo dove si immaginavano futuri diversi, mondi possibili. Ma è ancora così oggi? La politica moderna, stando a questa lettura, ha perso la sua ambizione di creare nuove possibilità, di costruire il possibile. E si è concentrata invece sull'amministrazione, sull'organizzazione di ciò che già c'è. Vediamo un po' come si è arrivati a questo punto. Per capire bene questo cambiamento seguiremo un percorso in cinque tappe. Partiremo da un confronto tra la politica di ieri e quella di oggi. Poi analizzeremo la fine delle grandi idee. Vedremo come è cambiato il ruolo degli intellettuali, per poi capire il passaggio fondamentale dal progetto alla semplice ratifica. E infine arriveremo alla nuova funzione della politica, organizzare appunto e non più trasformare. E allora, partiamo subito dal primo punto, questo confronto tra passato e presente. È qui che emerge subito il concetto chiave di tutta l'analisi, la perdita di quella che viene chiamata la capacità progettuale. Storicamente le idee politiche avevano, diciamo, una doppia anima. Da un lato servivano a capire la società, a dare un senso a quello che succedeva. Dall'altro lato, e questo è il punto cruciale, indicavano una direzione, proponevano un cambiamento concreto. Oggi invece sembra quasi che questa seconda funzione si sia dissolta, lasciando in piedi solo la prima, l'interpretazione, che a volte diventa quasi una giustificazione. All'inizio del ventesimo secolo i grandi movimenti politici, pensiamo al comunismo, al fascismo, ma anche alle nuove idee di democrazia, non volevano semplicemente gestire l'esistente. Il loro obiettivo era molto più ambizioso. Era rifondare l'ordine sociale dalle fondamenta. La differenza è quasi visiva, la si può toccare con mano. Siamo passati da un'arena in cui si discuteva di grandi idee per il futuro, a una specie di grande ufficio di amministrazione, il cui compito principale sembra diventato quello di creare regole per gestire il presente. Un presente che viene dato quasi per scontato. Quindi, quando parliamo di capacità progettuale, cosa intendiamo esattamente? Beh, è proprio questo, la facoltà non solo di capire come vanno le cose, ma di immaginare, disegnare e poi costruire attivamente un futuro diverso, con modelli sociali alternativi. E come mai si è persa questa capacità? Beh, questo ci porta dritti al secondo punto, la fine delle grandi idee, delle grandi ideologie. Soprattutto dopo la fine della guerra fredda, si è diffusa questa famosa idea della fine della storia. Attenzione, non vuol dire che non succeda più nulla, ma che il grande dibattito su quale sia il miglior modello di società possibile si è di fatto esaurito. La politica, quindi, si muove all'interno di un unico sistema, quello della democrazia liberale e dell'economia di mercato, proponendo al massimo delle piccole varianti. Di conseguenza, anche le ideologie cambiano pelle. Prima erano dei veri e propri progetti, delle visioni complete su come organizzare la società. Oggi, spesso, assomigliano di più a delle espressioni di identità, di sensibilità, appunto. Si concentrano su battaglie molto importanti, ma faticano a tradurre queste battaglie in un progetto alternativo e concreto di società. E qui l'analisi tocca un punto che è quasi un paradosso. La politica di oggi è polarizzatissima, i toni sono spesso, radicali, lo vediamo tutti i giorni, eppure questa polarizzazione non costruisce mondi alternativi. È un conflitto quasi simbolico che si svolge sempre all'interno dello stesso campo da gioco, le cui regole di fondo in realtà nessuno mette più davvero in discussione. E la conseguenza qual è? Che tutto il dibattito pubblico cambia forma. Non è più un confronto tra visioni diverse del futuro, ma diventa uno scontro tra giudizi morali sul presente. Si discute su come valutare la realtà, se sia giusta o sbagliata, non più su come cambiarla dalle fondamenta. Tutto questo, naturalmente, cambia anche il ruolo di chi le idee le produce, gli intellettuali. E così arriviamo al nostro terzo punto, il loro passaggio da attori protagonisti a semplici osservatori. Un tempo, i grandi teorici della politica erano spesso anche uomini d'azione, il loro pensiero si traduceva direttamente in progetti, in partiti, in istituzioni. Oggi la figura dell'intellettuale è più spesso quella di uno studioso, un analista che osserva, commenta e analizza la politica dall'esterno. In un certo senso, la teoria segue il potere, non lo guida più. E c'è un'altra conseguenza, forse meno ovvia, ma altrettanto profonda. Si indebolisce il legame tra politica ed educazione. I grandi progetti politici del passato avevano l'ambizione di formare un cittadino nuovo, un tipo di persona adatta alla nuova società che volevano costruire. Oggi la politica, più modestamente, si limita a gestire i comportamenti che già esistono. Abbiamo visto la cosa e il chi. Adesso vediamo il come. Come funziona concretamente questo nuovo meccanismo? Questo ci porta alla quarta sezione, il passaggio dal progetto alla ratifica. Questo è un punto di non ritorno. Nel momento in cui la politica rinuncia a immaginare alternative, a pensare fuori dalla scatola, il suo unico canto d'azione diventa la realtà così com'è. Non può fare altro che muoversi all'interno dei confini dell'esistente. E così il flusso del potere si inverte completamente. Non è più la politica a stabilire la direzione. Sono altre forze, come l'economia globale o l'innovazione tecnologica, a creare nuovi equilibri, nuovi rapporti di forza. E la politica interviene dopo. Prima li studia, poi cerca di regolarli e, alla fine, le istituzioni non fanno altro che ratificarli, cioè trasformarli in legge. Le istituzioni non creano più l'ordine sociale, si limitano a metterci un timbro sopra. E le idee non sono più la guida, la bussola del potere. Lo accompagnano, ci aiutano a capirlo e, in ultima analisi, forse ad accettarlo. E così arriviamo all'ultimo tassello del nostro mosaico, quello che tira un po' le somme di tutto il discorso. La funzione ultima della politica oggi non è più quella di trasformare, ma semplicemente di organizzare. A forza di descrivere la realtà, di analizzarla come se fosse un dato di fatto immutabile, un fenomeno naturale, si finisce per giustificarla. Quello che semplicemente è inizia ad apparirci come qualcosa che deve essere, come l'unica opzione possibile. E così il cerchio si chiude. La funzione primaria della politica diventa quella di legittimare l'ordine esistente, di spiegarci perché le cose vanno così, e nel fare questo diventa contemporaneamente sempre meno capace di immaginarne uno diverso e quindi di trasformare davvero la realtà. E allora la domanda finale, quella che l'analisi ci lascia sul tavolo, è proprio questa. Se la politica ha rinunciato a tracciare la rotta, se si limita a descrivere il viaggio mentre è in corso, chi o cosa sta davvero decidendo la nostra destinazione? È una riflessione fondamentale con cui vi lasciamo. Roberto Rapaccini
Grammatica del mondo islamico, Medio Oriente, dialogo interreligioso, interetnico e multiculturale, questioni di geopolitica, immigrazione.
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