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PAESI DELLA LEGA ARABA

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La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

venerdì 20 marzo 2026

LA CRISI IRANIANA E IL SILENZIO DELLE POTENZE: PERCHÉ MOSCA E PECHINO NON INTERVENGONO


La crisi iraniana nel suo sviluppo più recente non può essere letta soltanto attraverso ciò che accade sul terreno – attacchi, ritorsioni, eliminazioni mirate – ma richiede uno sguardo più ampio, capace di cogliere le posture delle grandi potenze che, pur non combattendo direttamente, ne determinano in profondità gli equilibri. In questo quadro il comportamento di Russia e Cina appare a prima vista sorprendente: entrambe hanno relazioni consolidate con l’Iran, entrambe condividono una diffidenza strutturale verso l’Occidente, eppure nessuna delle due sembra disposta a farsi trascinare in un coinvolgimento diretto. Non si tratta, tuttavia, di disinteresse, ma di una scelta consapevole che riflette una diversa concezione del potere e del rischio. La Russia osserva la crisi con uno sguardo che è insieme politico ed economico. Già impegnata in un conflitto prolungato in Ucraina, Mosca non ha né l’interesse né la capacità di aprire un secondo fronte diretto contro gli Stati Uniti o Israele. Il suo sostegno all’Iran resta dunque confinato a un piano indiretto: diplomatico, talvolta tecnologico, certamente retorico. Ma sotto questa superficie si intravede anche un calcolo più freddo. L’instabilità in Medio Oriente, soprattutto se incide sulle rotte energetiche globali, tende a far salire il prezzo del petrolio e del gas, e questo si traduce per la Russia in un vantaggio economico immediato. In altre parole Mosca può permettersi di restare ai margini proprio perché in una certa misura trae beneficio dal disordine. La posizione della Cina è più complessa e per certi versi più fragile. Pechino ha costruito negli ultimi anni una presenza capillare in Medio Oriente, basata non su alleanze militari ma su relazioni economiche, accordi energetici e una diplomazia pragmatica che le consente di dialogare contemporaneamente con attori tra loro contrapposti, dall’Iran all’Arabia Saudita. Questo equilibrio delicato impone una cautela estrema. Schierarsi apertamente con Teheran significherebbe compromettere rapporti fondamentali con altri partner della regione oltre a esporsi a un confronto diretto con l’Occidente che la leadership cinese non ha alcun interesse ad alimentare. Ma il vero nodo è un altro: la Cina è profondamente dipendente dalle rotte energetiche che attraversano il Golfo e in particolare dallo Stretto di Hormuz. Ed è proprio Hormuz a rappresentare il punto nevralgico dell’intera crisi. Più che un semplice passaggio marittimo è una cerniera del sistema economico globale, un luogo in cui la geografia si trasforma in potere. Da qui transita una quota significativa del petrolio mondiale, e ogni minaccia alla sua percorribilità produce effetti immediati sui mercati, sui prezzi, sulle economie nazionali. Per la Cina questa vulnerabilità è strutturale: una parte consistente delle sue importazioni energetiche dipende da quel tratto di mare. Per questo motivo più la tensione cresce più Pechino si trova in una posizione paradossale: non può intervenire militarmente, ma non può nemmeno permettersi che la crisi degeneri. La sua strategia diventa allora quella di contenere senza esporsi, di sostenere senza compromettersi, di mantenere aperti tutti i canali evitando di essere risucchiata nel conflitto. In questo scenario emerge una distinzione importante tra presenza e coinvolgimento. Russia e Cina sono presenti nella crisi iraniana ma lo sono in una forma indiretta, quasi obliqua. Non guidano gli eventi, ma li accompagnano, cercando di orientarne gli effetti senza assumerne il peso. È una postura che riflette una consapevolezza precisa: entrare direttamente nel conflitto significherebbe trasformarlo in qualcosa di molto più ampio, potenzialmente incontrollabile. Restarne fuori, invece, consente di preservare margini di manovra, di adattarsi agli sviluppi, di capitalizzare – in modi diversi – le conseguenze. La crisi iraniana, dunque, non è solo una guerra regionale, ma un banco di prova per un nuovo equilibrio globale in cui le grandi potenze esercitano il proprio ruolo non necessariamente attraverso l’intervento diretto, ma attraverso la gestione della distanza. E in questa distanza, che non è assenza ma misura, si gioca una parte decisiva del futuro: perché a volte il potere non si manifesta nell’azione, ma nella capacità di scegliere quando non agire, lasciando che siano gli altri a esporsi mentre si osserva, si calcola, si attende.

Roberto Rapaccini

 

PODCAST - Conflitto in Medio Oriente e crisi in Iran, il ruolo di Russia e Cina – clicca qui