RASSEGNA STAMPA S.

RASSEGNA STAMPA S.
Clicca sull'immagine
• Il Passato sarà un buon rifugio, ma il Futuro è l'unico posto dove possiamo andare. (Renzo Piano) •

PAESI DELLA LEGA ARABA

PAESI DELLA LEGA ARABA

TESTO SC.

La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

lunedì 9 febbraio 2026

TAIWAN, SOVRANITA’ SILENZIOSA E AMBIGUITA’ STRATEGICA (2026)




 

Taiwan è uno di quei luoghi in cui il diritto internazionale sembra rallentare, come se camminasse su un terreno fragile: non perché manchino le regole, ma perché le regole, qui, convivono con la forza, la storia, la memoria e la paura. È uno Stato che funziona come tale, che si governa, vota, commercia, innova, ma che non può pronunciare fino in fondo il proprio nome senza incrinare equilibri globali. Dal punto di vista giuridico, Taiwan è una sovranità incompleta. Possiede un territorio definito, una popolazione stabile, un governo democraticamente eletto, un ordinamento giuridico autonomo. Tutto ciò che, secondo la teoria classica dello Stato, dovrebbe bastare. Eppure non basta. La maggioranza della comunità internazionale riconosce come unico soggetto sovrano cinese la Repubblica Popolare Cinese, accettando il principio della Unica Cina. In questo quadro Taiwan non è considerata uno Stato indipendente, ma una parte del territorio cinese la cui separazione è ritenuta temporanea. Il paradosso è evidente: Taiwan è indipendente nei fatti, ma non nel diritto. O meglio, è indipendente nel diritto interno e nella vita quotidiana, ma non in quello internazionale. Non siede alle Nazioni Unite, non intrattiene relazioni diplomatiche formali con la maggior parte degli Stati, partecipa agli organismi multilaterali sotto denominazioni funzionali, spesso neutre, quasi asettiche. Una presenza senza bandiera, una voce senza piena titolarità. Per Pechino, tuttavia, la questione non è ambigua. Taiwan è una provincia ribelle, residuo irrisolto della guerra civile cinese. La riunificazione non è soltanto un obiettivo geopolitico: è un elemento fondante la legittimazione dello Stato e del Partito. Rinunciarvi significherebbe ammettere che la storia può essere spezzata, che l’unità nazionale non è un destino ma un’opzione. Per questo la Cina considera ogni gesto simbolico di Taiwan – una visita ufficiale, una dichiarazione, una riforma costituzionale – come un atto potenzialmente ostile: non perché i fatti predetti cambino davvero i rapporti di forza, ma perché incrinano il racconto. Nel frattempo Taiwan è diventata altro. Non è più la Cina in esilio del 1949. È una democrazia matura, una società pluralista, un attore economico centrale nella tecnologia globale, è una comunità che ha sviluppato una propria identità. Le nuove generazioni non si percepiscono come cinesi in attesa di ritorno, bensì come taiwanesi. Qui sta il vero punto di frattura: non territoriale, ma antropologico. La riunificazione, nelle forme proposte da Pechino, appare sempre meno compatibile con ciò che Taiwan è diventata. A tenere sospeso questo equilibrio intervengono gli Stati Uniti, custodi di una ambiguità strategica tanto studiata quanto fragile. Washington riconosce formalmente una sola Cina, ma allo stesso tempo sostiene Taiwan sul piano politico, economico e militare. Non promette apertamente di difenderla, ma fa in modo che Pechino non possa escluderlo. È una deterrenza fondata sull’incertezza. Le prospettive future non offrono soluzioni nette. Lo scenario più probabile resta il prolungamento dello status quo: una tensione permanente, fatta di esercitazioni militari, pressioni diplomatiche, dimostrazioni di forza calibrate. Un secondo scenario, più instabile, è quello di crisi controllate, incidenti, blocchi parziali, escalation simboliche che non sfociano in guerra ma aumentano il rischio di errore. Il terzo scenario, quello del conflitto aperto, resta il meno probabile e il più temuto: non solo per Taiwan o per la Cina, ma per l’intero sistema globale, che ne uscirebbe radicalmente trasformato. Taiwan non è solo un contenzioso territoriale. È il punto in cui si confrontano due idee di sovranità: una fondata sulla continuità storica e sull’unità imposta, l’altra sulla realtà vissuta, sul consenso, sulla scelta collettiva. Finché nessuna delle due potrà affermarsi senza pagare un prezzo insostenibile, Taiwan resterà ciò che è oggi: una presenza reale ma non pienamente riconosciuta, un’isola che esiste nella pratica e resiste nel silenzio giuridico. Una sovranità che non può proclamarsi, ma che non può più essere cancellata. Roberto Rapaccini