Le
contraddizioni tra ciò che Mark Carney, Primo ministro del Canada, ha affermato
a Pechino, nel cuore del potere decisionale cinese, e quanto sostenuto a Davos,
nel contesto del World Economic Forum, non sono semplici oscillazioni
retoriche. Esse rivelano una frattura più profonda nella postura internazionale
del Canada, sospeso tra l’aspirazione a un nuovo ordine multilaterale e la
realtà di un sistema globale sempre più segnato da asimmetrie di potere,
competizione strategica e uso politico dell’economia. Carney arriva alla guida
del governo canadese dopo una lunga carriera come economista e banchiere
centrale, già governatore della Banca del Canada e della Banca d’Inghilterra.
Proprio questa traiettoria rende la sua figura particolarmente significativa:
egli porta alla guida dell’esecutivo una visione maturata nei circuiti della
governance economica globale, oggi tradotta in indirizzo politico. A Pechino il
suo discorso si è collocato nel registro della cooperazione strategica. La Cina
è stata descritta come attore imprescindibile del nuovo ordine globale, partner
necessario per affrontare le grandi sfide sistemiche – dalla stabilità
finanziaria al cambiamento climatico – in un quadro multilaterale rinnovato e
meno centrato sull’Occidente. Un linguaggio calibrato su un contesto
istituzionale nel quale l’apertura economica è inseparabile dal riconoscimento
del ruolo politico di Pechino. A Davos il registro è mutato sensibilmente. Qui
Carney ha insistito sulla necessità di rafforzare la resilienza economica, di
diversificare le catene del valore, di ridurre le dipendenze critiche e di
preservare l’autonomia decisionale degli Stati. Un discorso prudente, quasi
difensivo, che riflette le inquietudini occidentali maturate dopo la pandemia,
la guerra in Ucraina e la crescente politicizzazione del commercio globale. La
contraddizione non risiede nelle singole affermazioni, ma nella loro
inconciliabilità strategica. Una partnership strutturale con la Cina, così come
oggi si configura, difficilmente può coesistere con l’obiettivo di rafforzare
resilienza economica e indipendenza politica. La Cina non concepisce il
commercio come uno spazio neutrale di scambio, ma come una leva di influenza
geopolitica, pronta a essere attivata in caso di attrito politico o divergenza
strategica. Non si tratta di un rischio teorico. L’esperienza recente di
diversi Paesi mostra come l’accesso al mercato cinese possa trasformarsi
rapidamente da opportunità economica a strumento di pressione. In questo quadro
un Paese come il Canada, fortemente dipendente dall’export e inserito nelle
catene globali del valore – ovvero in reti produttive internazionali
frammentate e interdipendenti – rischia di trovarsi esposto a forme di
condizionamento difficilmente gestibili, soprattutto in assenza di strumenti
coercitivi equivalenti. L’idea della Cina come partner di riferimento per il
Canada e per altri Paesi occidentali disillusi o diffidenti verso l’America di
Donald Trump rischia inoltre di produrre un effetto paradossale. Nel tentativo
di ridurre la dipendenza da Washington si finisce per costruire una dipendenza
più opaca e meno negoziabile. Le politiche industriali cinesi, fortemente
mercantiliste e sostenute da un intervento statale pervasivo, tendono a
comprimere lo spazio competitivo dei partner, non ad ampliarlo. A ciò si
aggiunge una politica estera sempre più assertiva, che non separa nettamente
economia e sicurezza. In questo senso la retorica del nuovo multilateralismo
rischia di mascherare un rapporto strutturalmente asimmetrico, nel quale
l’autonomia decisionale dei partner viene progressivamente erosa, più per
integrazione che per coercizione esplicita. Il Canada si trova così di fronte a
un nodo strategico che non può essere sciolto con l’ambiguità diplomatica.
Dialogare con la Cina è necessario; illudersi che una partnership strategica
possa essere costruita ignorando la natura sistemica e coercitiva di quella
relazione è pericoloso. Tra Pechino e Davos, tra apertura proclamata e prudenza
invocata, il rischio è quello di una politica estera sdoppiata: coerente nelle
intenzioni, vulnerabile nei fatti. In un mondo in cui il commercio è sempre più
geopolitica con altri mezzi, l’ambiguità non è più una risorsa tattica. È una
fragilità strutturale, perché trasforma l’interdipendenza economica in
vulnerabilità politica senza offrire reali margini di compensazione strategica.
Roberto Rapaccini
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