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PAESI DELLA LEGA ARABA

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La differenza tra propaganda e istruzione viene spesso così definita: la propaganda impone all’uomo ciò che deve pensare, mentre l’istruzione insegna all’uomo come dovrebbe pensare. (Sergej Hessen)

martedì 27 gennaio 2026

AL WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS EMERGE TUTTA L’AMBIGUITÀ STRATEGICA DEL CANADA (2026)

 

Le contraddizioni tra ciò che Mark Carney, Primo ministro del Canada, ha affermato a Pechino, nel cuore del potere decisionale cinese, e quanto sostenuto a Davos, nel contesto del World Economic Forum, non sono semplici oscillazioni retoriche. Esse rivelano una frattura più profonda nella postura internazionale del Canada, sospeso tra l’aspirazione a un nuovo ordine multilaterale e la realtà di un sistema globale sempre più segnato da asimmetrie di potere, competizione strategica e uso politico dell’economia. Carney arriva alla guida del governo canadese dopo una lunga carriera come economista e banchiere centrale, già governatore della Banca del Canada e della Banca d’Inghilterra. Proprio questa traiettoria rende la sua figura particolarmente significativa: egli porta alla guida dell’esecutivo una visione maturata nei circuiti della governance economica globale, oggi tradotta in indirizzo politico. A Pechino il suo discorso si è collocato nel registro della cooperazione strategica. La Cina è stata descritta come attore imprescindibile del nuovo ordine globale, partner necessario per affrontare le grandi sfide sistemiche – dalla stabilità finanziaria al cambiamento climatico – in un quadro multilaterale rinnovato e meno centrato sull’Occidente. Un linguaggio calibrato su un contesto istituzionale nel quale l’apertura economica è inseparabile dal riconoscimento del ruolo politico di Pechino. A Davos il registro è mutato sensibilmente. Qui Carney ha insistito sulla necessità di rafforzare la resilienza economica, di diversificare le catene del valore, di ridurre le dipendenze critiche e di preservare l’autonomia decisionale degli Stati. Un discorso prudente, quasi difensivo, che riflette le inquietudini occidentali maturate dopo la pandemia, la guerra in Ucraina e la crescente politicizzazione del commercio globale. La contraddizione non risiede nelle singole affermazioni, ma nella loro inconciliabilità strategica. Una partnership strutturale con la Cina, così come oggi si configura, difficilmente può coesistere con l’obiettivo di rafforzare resilienza economica e indipendenza politica. La Cina non concepisce il commercio come uno spazio neutrale di scambio, ma come una leva di influenza geopolitica, pronta a essere attivata in caso di attrito politico o divergenza strategica. Non si tratta di un rischio teorico. L’esperienza recente di diversi Paesi mostra come l’accesso al mercato cinese possa trasformarsi rapidamente da opportunità economica a strumento di pressione. In questo quadro un Paese come il Canada, fortemente dipendente dall’export e inserito nelle catene globali del valore – ovvero in reti produttive internazionali frammentate e interdipendenti – rischia di trovarsi esposto a forme di condizionamento difficilmente gestibili, soprattutto in assenza di strumenti coercitivi equivalenti. L’idea della Cina come partner di riferimento per il Canada e per altri Paesi occidentali disillusi o diffidenti verso l’America di Donald Trump rischia inoltre di produrre un effetto paradossale. Nel tentativo di ridurre la dipendenza da Washington si finisce per costruire una dipendenza più opaca e meno negoziabile. Le politiche industriali cinesi, fortemente mercantiliste e sostenute da un intervento statale pervasivo, tendono a comprimere lo spazio competitivo dei partner, non ad ampliarlo. A ciò si aggiunge una politica estera sempre più assertiva, che non separa nettamente economia e sicurezza. In questo senso la retorica del nuovo multilateralismo rischia di mascherare un rapporto strutturalmente asimmetrico, nel quale l’autonomia decisionale dei partner viene progressivamente erosa, più per integrazione che per coercizione esplicita. Il Canada si trova così di fronte a un nodo strategico che non può essere sciolto con l’ambiguità diplomatica. Dialogare con la Cina è necessario; illudersi che una partnership strategica possa essere costruita ignorando la natura sistemica e coercitiva di quella relazione è pericoloso. Tra Pechino e Davos, tra apertura proclamata e prudenza invocata, il rischio è quello di una politica estera sdoppiata: coerente nelle intenzioni, vulnerabile nei fatti. In un mondo in cui il commercio è sempre più geopolitica con altri mezzi, l’ambiguità non è più una risorsa tattica. È una fragilità strutturale, perché trasforma l’interdipendenza economica in vulnerabilità politica senza offrire reali margini di compensazione strategica.

Roberto Rapaccini